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eros e fantasy : Morwenna III
Inviato da rupescissa il 28/9/2008 21:24:07 (4057 letture)



“ La vaticinazione è quel movimento che sospinge una
persona a scorgere le cause delle cose, nonché gli eventi futuri e ciò quando le
divinità o i demoni fanno discendere sopra di lui gli oracoli o gli inviano
alcuni spiriti. I platonici chiamano ciò penetrazione nei nostri spiriti degli
spiriti superiori. Tali spiriti furono chiamati euridei e pitoni dagli antichi,
che ritenevano s’introducessero nei corpi umani e si servissero delle loro voci
e del loro linguaggio per predire le cose future.”


 


Enrico
Cornelio Agrippa
, De occulta Philosophia, libro tre, cap. XLV


 


 


 




paroleros098
Gli
occhi scorrevano dalle immagini appese sulle pareti al monitor, mentre l’indice
destro agiva autonomamente sulla rotella del muose scorrendo tutto l’archivio
digitale dell’ultimo viaggio. Fotografie, ricordi, immagini, sensazioni,
ritratti di situazioni vissute che generavano proiezioni di futuribili
esperienze senza sosta ed apparente coerenza.


Roberta era come
ipnotizzata di fronte a tutto questo, gli occhi apparivano immobili e fissi
verso un immaginario infinito, ma la mente registrava ogni fotogramma reale
sovrapponendolo con quello immaginato. Improvvisamente la sua attenzione fu
attratta dalla figura di una scogliera ripresa dall’alto verso il basso, fermò
la mano sul muose e fissò gli occhi sul monitor. Le onde dell’oceano si
muovevano e s’infrangevano sulla roccia generando spruzzi altissimi, la ragazza
si concentrò e riuscì a scendere verso l’acqua per poi ruotare e guardare verso
l’alto, verso il cielo plumbeo e minaccioso. Quando aveva scattato quella foto
il mare era calmo ed un sole a picco disegnava figure astratte sulla roccia.
Oramai non si stupiva più delle proprie visioni, ma per fugare ogni dubbio aprì
il programma di navigazione e digitò l’indirizzo del servizio meteo francese, in
breve scoprì che in Bretagna, nella zona di Pointe du Raz, in quel momento,
c’era tempesta, così come l’aveva appena vista lei.


Roberta si lasciò cadere
contro lo schienale della poltrona e chiuse gli occhi per scacciare ogni
stimolo, quindi tentò di rilassarsi.


L’essere composto da
Roberta e Morwenna, unite indissolubilmente da quella notte nella baia dei
trapassati, non riusciva ancora a controllare le proprie visioni, esse
arrivavano improvvise per scollegarla dalla realtà sin che duravano. Nessuna
delle due componenti originali, la ragazza umana e la creatura demoniaca, aveva
mai avuto a che fare con questa capacità di vedere oltre. Questo era un “dono”
acquisito grazie all’energia scaturita dalla loro unione, un effetto secondario
non previsto e tanto meno ricercato.


Le prime visioni avevano
spaventato l’essere, che continueremo a chiamare Roberta, in quanto non era in
grado di comprenderle, poi l’unione delle menti era riuscita a trovare una
chiave di lettura ed una spiegazione al fenomeno. La piena comprensione di
questo dono non riuscì ad impedire che le due menti lo affrontassero in modo
diverso; se Morwenna accettava e sfruttava la capacità di vedere oltre, Roberta
si limitava a registrare in un angolo remoto della memoria queste visioni in
modo da evitare ogni coinvolgimento. L’unione delle due entità non era quindi
perfetta, e questo avrebbe portato inevitabili conseguenze.


L’improvviso squillo del
telefono la risvegliò dal torpore generato dalla visione, Roberta afferrò
l’apparecchio e se lo portò all’orecchio senza più badare alle immagini della
scogliera e della tempesta, ancora presenti nella sua mente. Rispose con voce
assente alla chiamata di Sandro e recepì solo in parte le sue parole, ciò
nonostante comprese quanto necessario per memorizzare l’appuntamento di lavoro
per la mattina seguente. Solo al termine della telefonata, con la mente ormai
sgombra da ogni visione, si rese conto dell’ora tarda. Spense il computer senza
fissare l’attenzione sull’immagine del monitor quindi lasciò lo studio e si
preparò per la notte cercando d’indirizzare i pensieri sull’aspetto puramente
pratico delle sue operazioni, evitando in questo modo ogni possibile nascita di
nuove visioni.


Dopo una notte tranquilla
si destò riposata, si sentiva bene avendo ormai cancellato l’esperienza della
serata prima. Uscì di casa nel preciso istante in cui Sandro rallentava per
cercare un posteggio.


 



-         
Come hai fatto? Sei uscita di casa proprio mentre stavo arrivando!–
domandò Sandro mentre lei saliva in auto



-         
Non lo so, ero pronta e sono
uscita.



Vedi che siamo fatti l’una per l’altro!
Arriviamo sempre insieme.


 


Il doppio senso di quella
farse, avvalorato dal sorriso malizioso di Roberta, eccitò la fantasia del
ragazzo che, inconsapevolmente, scorse tutto il suo corpo soffermandosi nei
punti erogeni per eccellenza. Lei non diede ad intendere d’aver colto il
significato di quello sguardo, ma aprì lentamente le gambe fasciate dai Jeans
per riporre la sacca con l’attrezzatura fotografica al sicuro trai suoi piedi ed
il sedile.


 



-         
Andiamo? – domandò infine Roberta



-         
Sì, e meglio! – rispose Sandro
mentre vedeva sfumare la possibilità di un breve ma intenso amplesso mattutino.


 


Roberta indirizzò il
discorso su temi generici, evitando di sfiorare l’argomento del lavoro. Non
ricordava quale fosse il loro incarico per quella giornata, le parole di Sandro
al telefono l’erano sfuggite di mente e non voleva che lui lo sospettasse. Cercò
quindi di cogliere quanto più possibile dalle sue allusioni, dalla strada e
dalle proprie sensazioni. Fissò lo sguardo verso le montagne, perfettamente
visibili grazie al forte vento della notte, e si accorse che si stavano
viaggiando in direzione della valle più vicina. Senza alcun preavviso l’immagine
della porzione di un arco a sesto acuto in pietra grigia si formò nella sua
mente immediatamente seguita da quella di una lunga e consunta scalinata, poi
tutto sparì così com’era apparso. La ragazza chiuse gli occhi ed appoggiò con
forza il capo sull’appoggiatesta, quindi domandò a Sandro:


 



-         
E… cosa dobbiamo fotografare all’abbazia? – più che una domanda era un
test sulla propria visione.



-         
Già! Ieri sera non ne abbiamo
parlato. Dobbiamo riprendere i particolari architettonici della struttura, senza
dimenticare le figure del “bestiario” delle colonne e dei portali.


 


Roberta annuì. Non
domandò altro a Sandro, nemmeno notizie sulla coppia d’amici, aveva colto
chiaramente, nella sua visione, la capigliatura di Federica lungo la scalinata;
quindi sapeva di trovarli lì.


Quando giunsero in loco
si misero subito all’opera. Raggiunsero i due amici e colleghi impegnati nel
riprendere il portone principale, ornato con undici raffigurazioni dei segni
zodiacali, illuminato dai raggi radenti del sole ancora basso sull’orizzonte a
levante, e si unirono a loro.


 



-         
Chissà perché sono solamente undici? – domandò a nessuno in particolare
Federica



-         
A cosa ti riferisci? – l’interrogò Luca



-         
Ai segni dello zodiaco sull’arco del portale.


 


Roberta sapeva la
risposta pur senza essersi mai interessata dell’argomento. Questa conoscenza non
era frutto di una nuova visione ma era residente in lei come il frutto di
un’esperienza diretta, come se fosse stata in quel luogo mentre veniva terminata
l’opera. Si controllò e trattenne l’istinto di rispondere alla domanda
dell’amica.


Sandro venne
inconsapevolmente in suo soccorso:


 



-         
Sono undici rappresentazioni che riportano tutti e dodici i segni dello
zodiaco. Pare che risalga al medioevo l’usanza di riunire la Bilancia con lo
Scorpione. In quel periodo venne identificata con le chele del secondo segno.



Nel voler far corrispondere le varie parti del
nostro corpo con il cielo e le sue costellazioni, microcosmo che si riflette nel
macrocosmo, la Bilancia venne identificata con i reni, l’equilibrio; mentre lo
Scorpione fu associato all’eros, alla nostra componente erotica. Secondo
Tradizione è proprio la Bilancia a donare equilibrio e senso di giustizia
all’atto erotico della procreazione.


 


Roberta sorrise.


Luca si rinchiuse nel
silenzio della meditazione.


Federica guardò Sandro
negli occhi, poi disse:


 



-         
Tu la devi smettere di leggere tutti quei libri strani che continui ad
acquistare!



-         
Hai posto una domanda ed io ti ho fornito una possibile spiegazione. Non
affermo che sia la verità, ma potrebbe esserlo.



-         
La filosofia non paga. – intervenne Roberta – Andiamo avanti e finiamo
questo lavoro.


 


Il brusco intervento di
Roberta fu salutare per il gruppo che si rimise alacremente al lavoro. In realtà
quelle parole l’erano sfuggite con un tono più aggressivo di quanto desiderasse,
non intendeva riprendere il suo ragazzo e l’amica, ma provava un forte fastidio
quando li vedeva discorrere animatamente insieme. Grazie alla conoscenza
acquisita dalla mente di Morwenna sapeva cos’era avvenuto tra loro sulle sponde
del lago, sapeva pure che, in quel momento, Federica non era completamente
padrona delle proprie azioni, quindi non poteva imputarle nulla. Sandro, invece,
non era stato sfiorato dalla volontà della creatura e si era concesso all’amica
di propria sponte, senza opporre la minima resistenza, ben felice di
quell’intermezzo erotico in una mattinata noiosa. Roberta, però, non provava
rancore neppure verso di lui. C’era stato un tempo nel quale avrebbe rivoltato
il suo ragazzo come un guanto di fronte all’evidenza di un tradimento, ora era
diverso: non lo sentiva legato a sé e non si sentiva legata a lui. L’unione con
Morwenna l’aveva liberata da quel senso d’insicurezza, di “bisogno”, che la
teneva stretta ad un'altra persona. Stava bene con Sandro e rimaneva con lui
perché ne ricavava un sottile, delicato, prezioso, quanto inutile piacere. La
gelosia, ora, non aveva più senso per Roberta, però provava ancora quel
fastidioso senso di disagio quando notava i due fedifraghi parlare tra di loro.


 



-         
Ok! Vado a “farmi” la scalinata. – affermò Roberta con voce più dolce, in
modo da mitigare il tono aggressivo della frase precedente, mentre si
allontanava dagli altri e dall’agitazione generata dai sorrisi di Sandro rivolti
all’amica.



-         
Vengo con te. – disse Federica.



-         
Meglio con me che sola con il mio ragazzo! – sussurrò tra sé la parte
umana di Roberta a bassissima voce.


 


Mentre salivavano la
prima rampa di scale Roberta rallentò e si fermò per regolare le impostazioni
della sua fotocamera, quando rialzò lo sguardo vide innanzi a se la lunga chioma
dell’amica. Tutto si stava materializzando così come l’aveva visto poco meno di
un’ora prima. I capelli dell’amica ondeggiavano rischiarati dall’unico raggio di
sole che illuminava la scalinata, poi, mentre si allontanava, la luce colpì
prima le spalle e dopo i glutei fasciati negli stretti jeans. Roberta focalizzò
lo sguardo sul sedere di Federica come se lo vedesse per la prima volta e si
domandò cosa vi avesse trovato Sandro in quel corpo così asciutto. Non dovette
cercare a lungo la risposta, la conoscenza acquisita dalla fusione con l’entità
le consentì di rivivere ogni singolo istante dell’amplesso di Federica con
Sandro; provò le stesse sensazioni sperimentate dall’amica. Percepì le mani di
Sandro appoggiate su di un seno meno prorompente del proprio e la sensazione non
le dispiaceva, riuscivano a ricoprire tutta la pelle ed a stringere
completamente le mammelle. Sentì le mani afferrare dei glutei che non erano i
suoi, così come i fianchi o il pube completamente glabro su cui scorreva la
lingua di Sandro. Rivisse l’attimo della penetrazione e si sentì aprire in un
modo del tutto nuovo dallo stesso membro che, oramai, conosceva benissimo. Era
come se stesse facendo l’amore con il suo ragazzo nel corpo di un’altra donna, e
lo trovava molto piacevole. Scoprì come il corpo di Federica sapeva godere di un
uomo ed apprese quanto potesse essere piacevole il sesso. Ora come poteva ancora
essere gelosa di quel furtivo amplesso quando lei stessa lo aveva vissuto con
loro grazie all’entità che tutte univa?


Roberta fissava la figura
di Federica immobile a metà della lunga scalinata, ora che conosceva le sue
sensazioni ed aveva provato il suo stesso piacere, la vedeva sotto una nuova
luce.


 



-         
Che ti succede?



Non ti senti bene? – domandò Federica
preoccupata.



-         
No, tutto ok. Stavo solamente pensando… - rispose Roberta



-         
A che? – l’incalzò l’amica



-         
Nulla di particolare!



Sai che ti stanno benissimo questi Jeans! –
disse Roberta per sviare il discorso.


 


Federica comprese e non
insistette, si portò l’apparecchio fotografico al viso ed inquadrò la fuga degli
scalini scattando una serie di foto, senza più pensare al discorso.


Roberta salì sino in cima
alla lunga rampa e si dedicò alle quattro piccole colonne che delimitavano il
termine della stessa. Rimase colpita in modo particolare dalle figure scolpite
sui capitelli, oltre ai soliti fantasiosi animali vi erano una serie di
rappresentazioni umane in pose davvero bizzarre. Una di queste attirò la sua
attenzione: era un uomo, o donna, rannicchiato sulle gambe aperte e con le
braccia sollevate in alto. Fu proprio quest’immagine a stimolare una nuova
visione.


Roberta vide, con gli
occhi della mente, sé stessa rannicchiata a cavallo della zona genitale di un
corpo maschile di cui non poteva scorgerne il volto, aveva le braccia sollevate
in alto trattenute da una persona posta alle sue spalle. L’immagine non era
fissa, notò come in questa apparizione lei si muovesse spostando il bacino in
modo inequivocabile, l’impressione di assistere ad un focoso amplesso era
avvalorata dall’espressione goduta del suo volto. Roberta cercò di scacciare
dalla mente quest’immagine ma non vi riuscì, ogni tentativo di riportare
l’attenzione alla realtà rafforzava la visione implementandone i dettagli. Non
potendola vincere arretrò di qualche passo sin che trovò, dietro di sé, una
lastra di pietra su cui sedersi e si abbandonò a questa allucinazione.


Era chiaramente la scena
di un amplesso estremamente trasgressivo, lei continuava a muoversi sul corpo
maschile godendo di quando aveva nel ventre, le mani che le trattenevano le
braccia, ad un tratto, iniziarono a tirarla verso l’alto per poi lasciarla
ricadere verso il basso, in quest’occasione vide chiaramente il membro dell’uomo
che entrava ed usciva dal proprio corpo strappandole lunghi gemiti di piacere.
L’identità della persona alle sue spalle rimase ignota sino al momento i cui il
suo punto di vista cambiò, come se una telecamera avesse preso a ruotare intorno
alla scena. Allora vide chiaramente un corpo femminile magro ma con tutte le
curve ben evidenziate, un corpo molto bello valorizzato dai lunghi capelli neri.
Riconobbe, con estremo stupore, Federica. Era lei a guidarla in quel modo nella
cavalcata del ragazzo che poco alla volta iniziava a riconoscere in Luca. Forse
questa apparizione era frutto del desiderio di vendetta nei confronti
dell’amica, pensò Roberta sconvolta dal piacere che dimostrava di provare in
quella situazione immaginaria.


Un nuovo elemento la
distrasse dai suoi pensieri e la fece precipitare totalmente nella dimensione
onirica della visione: ora si stava avvicinando a loro un altro ragazzo e
riconobbe immediatamente il corpo nudo di Sandro. Lui si posizionò dietro
Federica, l’accarezzò spudoratamente appoggiando alla pelle delle sue natiche il
membro durissimo, poi la lasciò e si avvicino a lei per offrirle il pene
all’altezza delle labbra. Roberta si ritrovò a succhiare avidamente il membro
del suo ragazzo mentre sentiva profondamente piantato nel ventre quello di Luca.
Era un piacere intenso, dovuto più all’eccitazione che allo stimolo fisico, si
sentiva bene in quella situazione che solo raramente aveva osato sognare e
godeva delle attenzioni degli amici, stranamente non si sentiva imbarazzata
dalla presenza di un’altra donna, anzi Federica l’aiutava non solamente
guidandola ma fornendole quella sicurezza di cui aveva bisogno per affrontare
quel tipo d’amplesso.


Pareva che Sandro fosse
intenzionato a godere sino in fondo delle sue labbra, si muoveva a tempo con
lei, spingendo il membro e ritraendolo dalla bocca allo stesso modo di come il
suo ventre accoglieva quello di Luca; poi qualcosa cambiò. Federica lasciò le
sue braccia consentendole, finalmente di reclinare il busto in avanti e muoversi
più liberamente su Luca, quindi iniziò ad accarezzarle la schiena ed i glutei,
con forza crescente sino a spingerla per poi tirarla a sé in modo da incitarla a
muovesi con sempre maggiore intensità. Non del tutto soddisfatta, Federica, fece
scivolare una mano verso il punto d’unione dei loro corpi e cinse il membro di
Luca con due dita, in questo modo, ogni volta che Roberta scendeva per prendere
il ragazzo dentro di se riceveva una fugace, quanto efficace, carezza sul
clitoride dalla mano dell’amica. Alla mano, ben presto, si unirono le labbra.
Percepiva il tocco umido e morbido dei suoi baci sui glutei, non le dava
fastidio essere toccata intimamente e baciata da un’altra donna, anzi le piaceva
e ne traeva un intenso piacere. Roberta stentava a controllare il proprio
orgasmo, non voleva lasciarsi andare proprio quando iniziava a godere di più,
desiderava prolungare quel momento all’infinito, ma sapeva che doveva avere
termine. Si voltò verso l’amica quando avvertì un suo tentennamento nella
regolarità delle carezze che le elargiva, e ne comprese la causa: Sandro la
stava prendendo da dietro, affondava in lei con una foga sicuramente generata
dall’eccitazione di vederla cavalcare l’amico e godere così intensamente. Questo
spettacolo diede a Roberta il colpo di grazia, in quell’istante sentì l’orgasmo
arrivare e non riuscì a frenarlo.


 



-         
Roberta! – la voce di Federica giunse alle sue orecchie da un mondo
parallelo al suo sogno ad occhi aperti.



-         
Roberta? – insistette l’amica – Sei pallida, sei sicura di sentirti bene?


 


La ragazza aprì gli occhi
e comprese qual’era la realtà: Federica stava a pochi centimetri dal suo viso
con lo sfondo degli archi in pietra dell’abbazia.


 



-         
Sì, sto bene. È solo che in questi giorni, spesso, mi gira un po’ la
testa quando faccio degli sforzi. – si giustifico Roberta alludendo alla rampa
di scale appena risalita.



-         
Non ti è mai successa una cosa del genere…



-         
Questo mese ho anticipato il ciclo, probabilmente ho gli ormoni che non
sanno più dove andare o cosa fare. – mentì, in parte, Roberta.


 


Federica finse di
accettare quella spiegazione e si sedette accanto all’amica.


 



-         
Ok, quando te la senti continuiamo il nostro lavoro.



-         
No, ti assicuro sto bene… grazie – disse Roberta mentre accarezzava la
guancia dell’amica – andiamo, dai!


 


Le ragazze tornarono al
lavoro, dedicandosi alle sculture sulle piccole colonne al termine della
scalinata. Roberta scatto qualche immagine dopo aver impostato l’esposizione
automatica nella sua fotocamera in modo da non dover più concentrare
l’attenzione su quelle figure, poi, temendo di tornare preda di qualche visone,
disse all’amica che intendeva proseguire oltre e riprendere la curvatura degli
archi di sostegno esterni alla costruzione. Federica la guardò mentre si
allontanava, aveva notato una strana luce nei suoi occhi, una tenerezza che non
aveva mai colto in lei.


La struttura degli archi
non intimoriva Roberta, solitamente le visioni venivano generate da figure
astratte o fantastiche, la precisione geometrica di quelle curve la rassicurava.
Infatti, riuscì a riempire una scheda di memoria della sua digitale senza più
provare alcun estraniamento dalla realtà. Era così presa dalla ricerca delle
inquadrature migliori che non si accorse dell’arrivo degli altri.


Luca e Sandro giudicarono
sufficienti le loro riprese della parte inferiore del fabbricato e, dopo aver
visionato brevemente quelle delle ragazze, decisero di andare a fotografare
l’interno della chiesa. Federica li lasciò andare avanti, quindi raggiunse
Roberta e la fermò.


 



-         
Avanti, sputa il rospo. Sento che c’è qualcosa di strano in te.



Non vuoi proprio dirmi cosa ti succede? – disse
mentre portava Roberta in un angolo al riparo da eventuali scocciatori.


 


Roberta fissò a lungo gli
occhi dell’amica mentre pensava che anche lei era stata unita con l’entità che
ora stava nel suo corpo. Senza dubbio quell’esperienza le aveva lasciato
qualcosa, forse un’accresciuta sensibilità verso i fenomeni di cui ora era
testimone diretta. Poteva trovare ancora qualche credibile giustificazione,
blandirla con un ulteriore assicurazione sul proprio stato di salute, ma quegli
occhi così vicini ai suoi le ricordarono la visione appena avuta. Senza
rendersene conto avvicino il viso a quello dell’amica e la baciò sulle labbra.


 



-         
Va tutto bene, davvero!- sussurrò Roberta


 


Federica rimase immobile,
se il bacio l’aveva sconvolta non lo lasciò intendere, fissò ancora gli occhi di
Roberta senza dire una parola, poi le appoggiò una mano sulla vita ed avvicinò
lentamente le bocca alla sua. Baciò Roberta con le labbra leggermente dischiuse
ed attese la sua reazione, quando anche lei le aprì leggermente spinse la lingua
verso la sua bocca. Le ragazze si scambiarono un lungo ed appassionato bacio
prima di staccarsi e tornare alle loro occupazione fingendo che nulla fosse
accaduto. Solo Roberta comprese il profondo significato di quel bacio: esso era
il preludio a quanto la sua visione, di poco prima, aveva predetto.


Le due amiche raggiunsero
i ragazzi dentro l’edificio e rimasero colpite dall’apparente semplicità della
struttura interna rispetto alla complessità d’archi e scale dell’esterno. Come
le vide, Sandro andò incontro a loro e disse:


 



-         
Sapete che questo edificio non è stato edificato, come si potrebbe
pensare, spianando la sommità del monte prima d’iniziare la costruzione, ma
hanno eretto il primo pilastro sulla punta per poi creare un piano artificiale
intorno ad esso. Lo avrete notato dalla roccia che circonda la prima scalinata.



Ecco, ciò che mi lascia perplesso è che, in
questo modo, il primo pilastro assume la funzione di un’antenna per l’energia
geomagnetica, quella della rete di Hartman, che in questo luogo deve formare un
“fiume” ascendente…



-         
Sandro! Ma tu credi veramente in tutto ciò che leggi? – domandò Federica
con tono canzonatorio.



-         
Io credo solo in ciò che sento vero nel profondo del mio cuore. – rispose
lui enigmatico


 


Il discorso morì poiché
uno degli interlocutori si allontanò dal gruppo. Roberta si diresse verso il
pilastro in questione e girò intorno ad esso notando come la roccia originaria
appariva dal pavimento della chiesa. Ripensò alle parole di Sandro ed alla sua
teoria su quella forma d’energia non riconosciuta dalla scienza ufficiale.
Dentro di sé, però, sapeva che il suo ragazzo aveva ragione, ciò che si
domandava ora era il motivo per il quale gli antichi costruttori avevano eretto
un’antenna proprio sulla cima di quel monte. I suoi sensi accresciuti in qualità
e sensibilità dall’unione con Morwenna le consentivano di “sentire” il fiume
d’energia che attraversava quel pilastro diretto verso l’alto, appoggiò una mano
sulla superficie e ricevette una leggera scossa a testimoniare l’intensità del
flusso energetico.


L’energia era forte,
questo era chiaro, ma rimaneva il dubbio sulle motivazioni della costruzione di
tale antenna. Roberta scorse una porta sul lato sinistro della navata centrale
che conduceva su di un piccolo terrazzo con vista sulla valle sottostante. Senza
dir nulla agli amici uscì e si diresse verso il parapetto. Da lì riuscì a
cogliere distintamente il flusso uscente d’energia che andava ad unirsi nel
cielo con un altro ramo emanato dalla sommità del primo monte che si incontrava
sulla destra entrando nella valle. Il flusso risultante piegava poi verso la
città dove precipitava verso il basso. Roberta sapeva, anche senza bisogno di
vedere, dove questa energia geomagnetica cadeva, essa rientrava nel sottosuolo
passando attraverso un’altra antenna: il più alto edificio in muratura mai
costruito e simbolo della città stessa.


Soddisfatta da questa
osservazione fece per rientrare ma rimase colpita da una figura sul lato
sinistro del frontone esterno della porta che non poteva notare uscendo da essa.
Si trattava di un volto apparentemente umano con la bocca trattenuta a forza
aperta da due mani. L’impressione era di un gran dolore, di una forzatura verso
un qualcosa di non chiaramente definibile. Roberta si aspettava la solita
visione che sempre accompagnava le immagini in grado di colpirla, ma questa
volta non accadde nulla. Si sentiva sempre più sconvolta ed era tentata di
rientrare dagli amici ma qualcosa la tratteneva fuori, come se non volesse
lasciarle attraversare quella porta.


 



-         
La posso aiutare. – disse una voce dietro di lei.


 


Roberta si voltò e vide
uno dei padri che ancora vivevano nell’edificio farsi incontro. Era un uomo
molto anziano a giudicare dai lineamenti del volto ma si muoveva con una grazia
ed una sicurezza che raramente aveva visto.


 



-         
La ringrazio Padre, ma stavo rientrando per raggiungere i miei amici. –
disse Roberta



-         
La mia non era una domanda, ma un’affermazione. – rispose lui.


 


Roberta lo fissò a lungo
mentre la parte umana di sé voleva urlare una richiesta d’aiuto e la parte
eterea di Morwenna provava un terrore mai sperimentato prima.


 



-         
Non posso … - tentò di dire la ragazza ma la voce le morì in gola.



-         
Venga con me e la guarirò da queste visioni che la turbano tanto. Mi
segua! – ordino il religioso


 


Roberta fisso la figura
ammantata di nero e si domandò come potesse sapere della sua facoltà di vedere
il futuro e come questa cosa la tormentasse. Decise di fidarsi e seguì il
religioso attraverso una piccola porta, che prima non aveva scorto, e si
ritrovò, al fondo di una stretta scalinata, sotto il pavimento della chiesa
principale, in una cappella più antica dell’abbazia.


 



-         
Prego, si accomodi. – disse l’uomo indicandole un inginocchiatoio – Lei
ha avuto la sfortuna d’incontrare una creatura demoniaca in un momento in cui
non poteva opporle resistenza. Mi spiace se proverà dolore, ma la debbo
liberare!


 


Roberta non comprese le
parole dell’uomo, in quel momento la parte di Morwenna si era ritirata nel più
oscuro angolo della coscienza nella speranza di trovarvi rifugio.


 



-         
In Nomine Domini nostri Jesu Christi quincumque sis, maledicte
Dannate, Malorum intentator, ominis boni express, tibi praecipio ex re ut mihi
– pronunciò il religioso senza preavviso.


 


Roberta provò una forte
scossa, simile a quella sentita sfiorando la superficie del pilastro ma più
intensa.


 


-         
Nihil nocere. Te catenis Deus alligat, ut, ex hoc malo quod mihi
intentis magis ac magis in tuo inferno demergeris. Caput tuum conterat
immaculata Virgo.
– continuo lui.


 


Ora qualcosa urlò nel profondo della coscienza di Roberta,
ma l’essere umano non era in grado di comprendere il significato di quel suono.


 



-          Maria
sine labe concepta


 


Qualcosa si aggrappò alla mente
di Roberta nel tentativo di costringerla a fuggire da quel luogo


 



-          Maria
sine labe concepta


 


Un graffio sulla coscienza fece
urlare di dolore la parte umana della ragazza


 



-          Maria
sine labe concepta


 


Roberta provò lo stimolo di coprirsi le orecchie per non
sentire quelle parole, ma esse non giungevano alla sua comprensione attraverso i
suoni diretti, entravano in lei facendosi strada nel suo corpo per poi scorrerlo
in ogni direzione, frugando in ogni anfratto.


In quel momento la dicotomia
dall’essere etereo le consentì di comprendere pienamente la natura di ciò con
cui aveva diviso il proprio corpo, e ne ebbe paura.


 



-          Angele
Dei, custos mei. Has preces Deo Onnipotenti, te precor,
offeras.
Amen! Amen! Amen!
– terminò il frate


 


Roberta provò un dolore tanto intenso da farle perdere i
sensi, si sentì letteralmente dividere in due parti, strappare le membra dal
corpo e sezionare il cervello.


Quando si risvegliò, pochi
minuti dopo, del dolore non rimaneva traccia ma si sentiva vuota e tragicamente
“normale”. La mente obnubilata dal dolore precedentemente provato non
comprendeva ancora cosa ci fosse di diverso ma percepiva la mancanza di un
qualcosa che, in fondo, le donava una forza mai provata prima.


 



-          Qualunque
cosa fosse ha lasciato un segno in te, non ti preoccupare quando lo scoprirai,
ora sei libera e più forte. Non potrai ricadere sua preda. – disse l’anziano
frate.



-          Sento che
mi manca qualcosa ma non so cosa! – riuscì solo a dire Roberta.



-          Eri stata
invasa da un’entità demoniaca. Attenta che “demoniaca” non vuol dire puramente
malvagia ma solamente “ultraterrena”. Eterea ma sublunare, non legata al cielo
superiore, quindi imperfetta. Questa creatura aveva trovato rifugio in te ed in
cambio ti ha donato parte delle sue peculiarità.


Io ho visto
la tua doppia natura quando tentennavi di fronte alla porta del terrazzo. La
figura scolpita sul frontone esterno funge da barriera per i demoni di ogni
natura. Comprenderai come è facile coglierli quando si bloccano di fronte ad
essa!


Ora senti che
ti manca qualcosa, ed è naturale questo, ma comprenderai che unita a quella
creatura non eri più tu. L’essere che viveva in te stava lentamente modificando
la tua personalità e l’avrebbe distrutta con il tempo, così come avrebbe
modificato la sua.


 


Roberta chiuse gli occhi ed ebbe
un breve mancamento. Venne prontamente sorretta dal religioso che la fece
accomodare su di una panca.


 



-          Stai
ricordando. Vero? – domandò lui



-          Qualcosa
sta esplodendo nel mio cervello, sono nozioni, ricordi e conoscenze che non ho
mai sospettato di avere.



-          Questo è
il dono della creatura. Ti ha reso partecipe della sua conoscenza e dei suoi
ricordi, dividendoli con te. Così come tu hai diviso i suoi con lei.



-          Ho paura!
– ansimò Roberta



-          No! Non
devi temere la conoscenza, devi imparare a dominarla ed usarla solo per il bene.
Consenti alla tua coscienza di crescere grazie a questo dono, non sprecare ciò
che ti è stato infuso da un essere millenario.


     Cerca in
te stessa le chiavi per evolverti. So che ci sono.


 


Roberta tentò di sorridere, poco
alla volta si sentiva tornare alla normalità. I ricordi e la gnosi di Morwenna
stavano prendendo posto nella mente amalgamandosi con i suoi, era come se lei
stessa avesse vissuto tutte le vite della creatura. Iniziava a comprendere la
grandezza di ciò che aveva dentro e questo la rinfrancava.


 



-          Ogni
volta che vorrai… io sarò qui per aiutarti. – disse il padre



-          Penso che
ne avrò bisogno. Inizio a vedere cosa mi ha lasciato Morwenna.


     Ora
conosco anche il suo nome.


     Meglio
dovrei dire “Dahud-Ahes”, questo era il suo nome in vita.



-          Un nome
di origine Druidica, dovevo immaginarlo. – meditò ad alta voce il religioso.



-          Sì, era
una donna iniziata all’antica religione. – confermò Roberta.



-          Allora
ribadisco che non si tratta di un essere malvagio, puoi sentirti al sicuro. Se
tornerà da te sarà solo per cercare conforto, non ti invaderà più.



-          Lo so.
Ora lo so! – disse lei – Devo raggiungere i miei amici, saranno preoccupati per
la mia assenza.



-         
Comprendo. – disse il vecchio inclinando il capo in segno di saluto.


 


La ragazza tornò sul terrazzo e
puntò direttamente alla porta che dava verso l’interno della chiesa, lanciò un
occhiata alla figura scolpita nella pietra che l’aveva bloccata prima ma non
provò nulla di particolare se non una forma di ammirazione per lo sconosciuto
artista. Quando raggiunse gli amici questi erano ancora intenti a riprendere
particolari e viste d’insieme dell’edificio e pareva che non avessero notato la
sua scomparsa. Ogni minuto che passava consentiva a Roberta di amalgamare tutto
ciò che le aveva lasciato Morwenna, si sentiva sempre meglio e provava
nuovamente quel senso di sicurezza donatole dalla creatura quando ancora
risiedeva in lei. Comprese, finalmente, che non erano stati i “poteri” di
Morwenna a renderla più forte, ma la sua conoscenza.


 


Nei giorni seguenti Roberta
raccontò agli amici ed al suo ragazzo, di doversi prendere cura della casa di
famiglia fuori città. Era una scusa per restare un po’ da sola. In effetti, non
si recò nel paese originario della madre ma si rinchiuse in casa, staccò il
telefono ed allontanò ogni tentazione di lavorare. Passò il tempo ad ascoltare
quanto la sua mente ora conteneva.


Sentiva spesso la presenza di
Morwenna intorno a sé, ma la creatura non si avvicinò mai al punto di sfiorarle
mente. Roberta desiderava un contatto, voleva nuovamente sentirla e “dialogare”
con lei ora che era sicura di non aver più nulla da temere. L’entità, però, si
manteneva a distanza, osservandola in attesa del momento più idoneo per tornarle
vicina. Roberta comprese questa attesa e profuse tutte le sue energie per
completare nel minor tempo possibile la totale assimilazione di quanto conosceva
ora.


Una notte, quando oramai
disperava di riuscire a terminare l’opera nel breve corso della sua vita,
percepì una delicatissima carezza mentale, allora si aprì, abbattendo ogni
barriera, alla coscienza di Morwenna ed attese la visita della creatura. Al
risveglio decise che era tempo di tornare nel mondo reale, chiamò prima Sandro,
per confortarlo, e quindi Federica per sentire le ultime novità. L’amica
l’invitò per quella sera a casa sua insieme a Sandro per cena, mentre ascoltava
le sue parole Roberta ricordò la visione avuta sulle scale dell’abbazia: quando
si vide impegnata in una piacevolissima orgia con i suoi amici, ora riusciva
anche a rivedere i particolari dell’arredamento della stanza e capì che si
trattava della casa di Federica. Qualcosa nella voce dell’amica le diceva che
sarebbe stata questa l’occasione di rendere reale quella visione.


Roberta accettò l’invito mentre
una crescente eccitazione s’impadroniva di lei, quindi lanciò un messaggio
mentale a Morwenna, come sempre vicina:


 



-          Andiamo,
il futuro lo conosco già. Da quanto ricordo avevo l’aria di divertirmi molto.
Speriamo non sia questa l’unica mia visione fallace!


 


 


 


 


 



Piccola Bibliografia



 



-         
De occulta Philosophia -
Enrico Cornelio Agrippa – Edizioni
Mediterranee Roma



-         
Segreti Meravigliosi –

Abate Julio – Pandora



-         
Itinerari iniziatici e magici d’Italia –

Maurizio Macale – Bastoni Editrice



-         
I simboli del Medioevo –
Gérard ChampeauxJaca book






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