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racconti erotici di Rupescissa

eros esoterico : Picatrix - Sangue
Posted by Rupescissa on 2011/1/20 13:57:13 (4042 reads)

- Deydex, Gueylus, Meylus, Demerix, Albimex, Centus, Angaras, Dehetarix, Venere, Neyrgat! Vieni presto con i tuoi spiriti. - ripeteva in continuazione, senza sosta e sempre più veloce.

Click to see original Image in a new windowSi respirava un’aria di pace assoluta tra gli altissimi fusti delle conifere e le basse felci nella foret du Cranou, in quello stupendo angolo di Bretagna. Il profumo del muschio unito a quello dell’oceano, percettibile anche così distanti dalla costa, donava al luogo un’attrattiva del tutto particolare. Era facile sognare guidati dal lieve rumore prodotto dal vento sulle foglie o dai giochi di luce che l'astro disegnava, fendendo la coltre verde sopra la testa.

Mi ero fermato ad osservare, estasiato, lo spettacolo di un unico ramo di felce illuminato da un raggio di sole nel relativo buio della foresta circostante. Ero attratto dal verde brillante e dalla forma, nonché dall’apparente immobilità di quel ramo. Cercai, con lo sguardo, lo squarcio nel fogliame sopra di me che consentiva alla luce di giungere sino a terra, ma le fronde in alto offrivano un ulteriore motivo d’ammirazione. La loro altezza le rendeva irraggiungibili; la luce del sole, però, ne proiettava in terra il disegno consentendomi di coglierne i dettagli altrimenti invisibili, grazie alla loro ombra. Meditai sulla difficoltà di raggiungere direttamente la verità e sulla relativa semplicità con cui i simboli manifestano l’ombra di essa, se solo ci si sofferma per il tempo necessario a coglierne il messaggio. E questo mondo, il mondo sublunare, mi appariva, chiaramente, come l’immagine del mondo celeste, ad esso legato dai raggi emanati dall’Archetipo.

Ero tanto preso da queste osservazioni da dimenticare il reale motivo che mi aveva portato in quel luogo; una nube, così frequente nel cielo di quella regione, oscurò d’un tratto il sole riportandomi alla realtà. Aprii nuovamente la cartina dettagliata della zona e ne regolai l’orientamento con la bussola, purtroppo la vegetazione non mi consentiva di effettuare una triangolazione sfruttando, ad esempio, la cima di una collina o il campanile del vicino villaggio. Stupidamente non mi ero munito di un ricevitore GPS e stavo esplorando quasi alla cieca quella foresta. Insieme alla cartina moderna consultai anche la riproduzione anastatica di una pianta risalente al XVI° Sec. Tutto sommato non dovevo essere tanto lontano dal punto indicato.

Ripresi il cammino domandandomi se realmente speravo di trovare qualcosa. Mi ero affidato ancora una volta alla parola di quello sconosciuto che m’aveva messo al corrente, fornendomi una mole incredibile di documenti, sulle sue ricerche intorno ad un misterioso amuleto.

Amuleto che ora portavo con me!

Stando a quanto mi era stato riferito avrei dovuto trovare, nel luogo indicato dall’antica mappa, un masso di granito rosa, del tutto fuori luogo in quella regione. Quel macigno doveva avere la forma di un grosso “6” caduto in avanti. In pratica doveva appoggiare in terra sulla parte tonda e sulla punta dell’arco concavo, mostrando alla luce la curva posteriore a formare una grande arco. Le sue dimensioni dovevano essere all’incirca di sei metri di lunghezza per tre di larghezza ed alto almeno un metro e mezzo da terra. Non avrei faticato a trovarlo, se realmente esisteva; il suo colore e le dimensioni non potevano essere celati facilmente.

La sua descrizione mi ricordava qualcosa, specialmente il materiale di cui era composto, ma sul momento non mi si apriva quella finestra che avrebbe consentito alla luce di entrare nella mia mente. Preso da questi pensieri quasi andai a sbattere contro l’oggetto della mia ricerca.

Il masso esisteva!

Esso era adagiato come descritto nei documenti ed il suo colore risaltava colpito in pieno dalla luce solare. Si trovava nel mezzo di una radura, dove per qualche misterioso motivo non crescevano alberi. Osservandolo meglio ricordai dove avevo già visto quel tipo di roccia. La granulosità, il colore dei clasti e quello generato dalla loro unione, la superficie levigata dal continuo impatto con le onde del mare indicavano, senza ombra di dubbio, che proveniva dalla costa di granito rosa nei pressi di Ploumanach’: uno degli angoli incantati della costa armoricana. La distanza del luogo d’origine dalla foresta non era poca, ma quelle terre conoscevano da millenni la passione dell’uomo nell’erigere monumenti megalitici con massi provenienti da luoghi lontani, nulla di strano quindi.

Questo, però, stava a significare che qualcuno aveva portato lì quel masso per un motivo preciso: non ci si sobbarca quella fatica solo per lasciare ai posteri una curiosità! Il problema, ora, era quello di scoprire questo scopo, la vera natura di quella pietra, ed il suo significato.

Chi mi aveva parlato di essa sosteneva di aver visto il passato di quella pietra grazie ad una serie di visioni indotte da uno stato di coscienza alterato dalla meditazione. Purtroppo non mi era mai riuscito di superare le barriere del mio corpo fisico grazie alla meditazione, ancora molto dovevo imparare. Però … conoscevo le proprietà di alcune erbe.

Girai a lungo intorno al masso per studiarlo nei dettagli e fotografarlo da diverse angolazioni, quindi osservai l’ambiente che mi circondava. Il masso stava sopra un lieve innalzamento del terreno, pochi metri sopra il piano della foresta, ai cui piedi scorreva un piccolo rio dalla portata ridotta dalle scarse precipitazioni; poco più in là una serie di massi di medie dimensioni parevano allineati come ad indicare un percorso che mi ripromisi d’esplorare più tardi. Guardai l’ora e decisi di tentare un esperimento, se la natura mi avesse aiutato. Posai vicino al masso lo zaino per sfilare da una tasca il coltello a serramanico con la lama ricurva a mo’ di falcetto, quindi mi dedicai alla ricerca di ciò che speravo di trovare.

Il rio che scorreva pigro a poche decine di metri dal masso poteva ospitare le specie di erbe che mi servivano, discesi sulla sponda più vicina ed iniziai a percorrerla nel verso contrario alla corrente. Pochi passi e trovai uno stupendo esemplare di Colchino, ne controllai lo stato di maturazione e, soddisfatto, aprii il coltello per reciderne alcuni rametti sulla sommità. Mentre tagliavo, prestando molta attenzione a non rovinare il resto della pianta ringraziavo mentalmente la natura per ciò che mi offriva. Terminato, riposi in un sacchetto il frutto della mia raccolta, quindi mi avviai verso il gruppo di rocce che parevano delimitare un sentiero; ai loro piedi avevo notato dei fiorellini gialli e, dentro di me, speravo fossero ciò di cui avevo bisogno. Fui fortunato, la Celidonia trovava nell’umidità del sottobosco il microclima ideale per crescere, colsi quei fiori con lo stesso umile rispetto di prima.

Ora si trattava di preparare la mistura che mi avrebbe concesso di spingere la mia anima oltre il corpo fisico.

In previsione di questa esperienza avevo preparato, secondo le istruzioni del “Trattato sulla Quintessenza” di Jean de la Roquetaillade, una certa quantità di acquavite distillata più volte insieme a dell’oro. Sette volte l’avevo purificata nell’alambicco ottenendone un liquore forte, oltre i settanta gradi alcolici, e puro. Misi in infusione, dopo averli pestati, i fiori della Celidonia e le foglie di Colchino. Dovevo prestare molta attenzione alle dosi ed ai tempi d’infusione, i due vegetali possiedono molte qualità positive, ma hanno anche una forte componente velenosa: un piccolo errore ed il viaggio fuori dal corpo sarebbe durato in eterno.

Mi portai sulla sommità del masso e sedetti incrociando le gambe, dinanzi a me avevo posato il contenitore con la mistura già filtrata. Non avevo dubbi sul mio lavoro, non era la prima volta che maneggiavo quelle erbe, e la Quintessenza d’oro che avevo usato come base mi avrebbe protetto in ogni caso; ciò che temevo era il luogo in cui sarei stato portato.

L’errore più grave è proprio quello di intraprendere un cammino senza sentirsi pronti, è vero che l’umiltà deve sempre accompagnarci, ma quando sei in grado di compiere un impresa, dentro di te lo senti.

Ormai ero giunto sino lì e non potevo tirarmi indietro. Presi con due mani la coppa in legno e bevvi il suo contenuto, quindi aprii la mente.

Subito percepii un forte calore nascere nello stomaco per espandersi in tutto il corpo, ma questo era dovuto all’alto tasso alcolico della mistura; poi la testa iniziò a farsi leggera, se aprivo gli occhi e guardavo intorno a me vedevo la foresta come ripresa da un grandangolo. La mia visuale era dilatata, mi pareva di poter scorgere pure i dettagli del bosco alle mie spalle ma questi erano distorti. Il cielo appariva di un uniforme colore blu e solcato da una scia luminosa che andava da ovest ad est, non riuscivo a scorgere altri dettagli.

Chiusi gli occhi per evitare il senso di nausea che tutto quel movimento stava generando in me, solo quando sentii di aver dominato il fastidio permisi nuovamente al mio sguardo di analizzare il mondo intorno a me. Ora il bosco ed il cielo apparivano normali, tanto che mi domandai se, per caso, non avessi usata troppa prudenza nella preparazione del composto. Un esame più attento, però, mi consentì di notare quelli che non potevano essere definiti soltanto “particolari”. Innanzi tutto il masso su cui poggiavo era grigio, nessuna traccia del suo colore rosato, poi il sentiero delimitato dall’allineamento di pietre era ben pulito e libero dai rovi che nel mio tempo lo invadevano.

Forse ero riuscito a spingere la mia coscienza o meglio la parte eterea della mia essenza in un altro tempo!



Improvvisamente vidi una figura, dapprima indistinta, farsi avanti lungo il sentiero segnato dalle pietre. Man mano che s’avvicinava riuscii a scorgerne i dettagli ed i dolci tratti somatici del viso: si trattava di una bellissima giovane donna, dall’età apparente di venti o ventidue anni. Indossava una lunga veste dalla gonna ampia e stretta sul busto in modo da rimarcarne la figura ed evidenziarne il seno. Poteva essere un abito del XII° o XIII° sec. L’abbigliamento femminile, allora come oggi, era soggetto a mode che si alternavano ricorrendo più volte nel corso dello stesso secolo.

La giovane raggiunse il masso con passo deciso, poi si guardò intorno e quindi s’appoggiò contro la pietra. Temevo d’essere scorto ma, nonostante la ragazza avesse puntato gli occhi nella mia direzione, non dava segno d’avermi visto.

Non trascorse molto tempo che dal folto della foresta giunse un sommesso rumore di zoccoli battuti sul terreno, il ritmo indicava un cavallo che s’avvicinava con prudenza. La giovane, avendo colto quei segnali si spostò in modo da porre il masso tra se ed il cavaliere in arrivo. Potevo scorgere sul suo viso una strana forma di preoccupazione, non si trattava di paura bensì di un vago timore, forse solo un’inquietudine, che ancora non riuscivo ad identificare. Attese che l’uomo a cavallo fosse ben visibile e riconoscibile prima di uscire allo scoperto.

Il cavaliere non portava armatura o segni nobiliari sulle vesti, indossava abiti che non discordavano con la mia prima valutazione dell’epoca ed era armato di un corto spadino, la bardatura dell’animale appariva pure del tutto anonima. Il fatto di non conoscere con precisione l’anno non mi consentiva d’intuire di più su di lui, se non era in corso alcuna guerra allora quell’uomo avrebbe potuto essere anche di nobile origine ma se una guerra imperversava nel territorio sicuramente non sarebbe andato in giro così poco armato.

La ragazza si fece incontro all’uomo mentre smontava da cavallo.



- Lo hai trovato? – domandò lei con una voce tanto forte e sicura che mi stupì

- L’ho qui con me, ora ve lo mostro!



Dopo queste parole l’uomo rovistò nella bisaccia appesa alla sella ed estrasse una pietra che si rivelò essere il ciondolo che lega tutta questa storia. Lo mostrò alla donna senza lasciarglielo toccare, attese che lei fosse certa si trattasse proprio della pietra cercata poi disse:



- L’ho ritrovata in fondo alla grotta che mi era stata indicata, non è stato facile scendere sin laggiù! Gli uomini del vicino villaggio non ne volevano sapere di accompagnarmi, dicono che sia il maligno in persona ad abitare quell’anfratto! Non le sto a raccontare quanto ho faticato solo per farmi vendere una corda lunga a sufficienza per scendere sin laggiù …

- Va bene, ho capito!

Vuoi far salire il compenso, ma più di quello stabilito non ti posso dare – disse lei con un tono arrogante.

- Non voglio più denaro di quanto pattuito!

- Cosa vuoi allora?

- Voglio conoscere il motivo che rende tanto importante questo pezzo di pietra.

Il valore venale è nullo, si tratta di una pietra comune, e non è neppure ben intagliata.

Cosa la rende tanto speciale?

- Questo non ti riguarda. Ti basta il tuo compenso, che prevede anche il tuo silenzio!

- Ho sentito delle voci strane, cose che si raccontano nelle taverne tra cavalieri senza più fortuna. Fantasie forse, ma sono storie molto interessanti.

Si narra che sia stato un inquisitore a far gettare questo sasso in fondo a quella grotta …

- Non credo che tu dia realmente ascolto a quelle storie, son dicerie popolari.

La prova della loro mendacità sta proprio nella storia dell’inquisitore … hai mai sentito narrare di uno di loro che abbia agito in questo modo?

Piuttosto avrebbe distrutto la pietra se l’avesse ritenuta un oggetto di un culto pagano.

- Quindi questo è! – affermò l’uomo meravigliato

- Non lasciare che la tua fantasia ti conduca lungo sentieri fuorvianti. – lo incitò lei

- C’è ancora una cosa che ho sentito su questa pietra… ed ora vorrei sperimentare se è vera

- E quale sarebbe questa storia?



L’uomo s’avvicinò alla ragazza sollevando il braccio che teneva, per il legaccio, il ciondolo; quindi facendolo oscillare davanti al viso della giovane disse:



- Si narra che questa pietra sia in grado di trasformare una casta e pura donzella nella più calda delle baldracche…!



La ragazza non riuscì a trattenere l’ilarità e si mise a ridere smodatamente.



- Ridi pure, ma il prezzo per questa pietra è la tua virtù. – annunciò lui

- La mia virtù la cedo solo a chi mi aggrada e non sarà quella pietra a spingermi tra le tue braccia. – sostenne lei.



L’uomo non le diede ascolto, con una mossa rapida infilò il ciondolo al collo della ragazza, poi fece scivolare le mani sulla schiena e la trasse a se, verso le sue labbra per un bacio lungo e carico di passione.

La giovane non oppose resistenza, anzi rispose al bacio ricambiando la passione dell’uomo. Nella foga dell’amplesso lei era finita con le spalle contro il masso e lì fu trattenuta da lui mentre le sollevava la veste. La ragazza lo lasciò fare, incitandolo con uno sguardo che andava al di là della semplice disponibilità. Ben presto tutto quello svolazzare di vesti infastidì i due, la passione reclamava la carne, la pelle a contatto della pelle. La giovane respinse l’uomo, allontanandolo da se per la distanza di un braccio, poi prese a slacciare i legacci del busto con mosse esperte.

Quando il vestito cadde in terra, lasciandola completamente nuda, l’uomo aveva appena terminato di calare le braghe. La ragazza non attese che lui terminasse di spogliarsi, con movimenti voluttuosi lo trasse a se sin contro la pietra e gli si avvinghiò allacciando le gambe in vita. Tornarono a baciarsi ma era chiaro che l’uomo voleva qualcosa di più delle semplici labbra, le sue mani frugavano il corpo della giovane spingendosi verso il sesso. Premendola contro la roccia l’aveva immobilizzata ed ora cercava un sostegno, una parte sporgente del masso, dove appoggiare il sedere della ragazza che teneva tra le mani. Lei continuava a baciarlo sul collo e sul petto, incurante della sua ricerca, sin che non si aggrappò con forza al collo e spinse con le gambe che teneva allacciate alla sua vita per sollevare il corpo e portare il pube alla giusta altezza. L’uomo intuì subito le sue intenzioni e ritrasse il bacino per permettere al membro di allinearsi con la vulva. I due si mossero all’unisono appena sentirono i loro organi allineati. La ragazza scese e l’uomo spinse. Lei lasciò cadere il capo all’indietro ed allungò le braccia che stringeva sul collo per reclinare la schiena, questa mossa la portò a premere con tutto il suo peso contro il bacino dell’uomo, facendosi penetrare a fondo. Lui dovette arretrare di qualche passo per mantenere l’equilibrio ma resse bene il peso della giovane.

Dalla mia posizione in cima alla pietra potevo osservare dall’alto i due impegnati nel loro amplesso, era una scena molto eccitante per l’animalità che permeava il l’accoppiamento. Era chiaro che sia l’uomo che la ragazza stavano sfogando una voglia repressa da tempo, quello che non capivo era se il desiderio fosse di origine naturale o indotto dal talismano che ora stava al collo della giovane. Ero tentato di controllare lo stato della pietra in mio possesso, molto probabilmente lo stesso talismano indossato dalla giovane e giunto attraverso i secoli sino a me, ma lo avevo lasciato nello zaino ai piedi del masso nella mia epoca. Tornai a concentrare la mia attenzione sui due amanti.

L’uomo iniziava a dare segni di fatica, sostenere la ragazza durante l’accoppiamento era uno sforzo davvero notevole, non tanto per il peso di quel corpo alto ma minuto quanto per il piacere che rendeva instabili le gambe. Vidi il loro ritmo rallentare sino a fermarsi del tutto, quindi l’uomo lasciò dolcemente la presa sui glutei per far scendere la femmina. Lei scivolò giù da lui e lasciò uscire a malincuore il membro dal ventre. Pareva che l’uomo intendesse invitarla a sdraiarsi sui suoi stessi vestiti in terra per proseguire nella più comoda posizione canonica, ma lei si avvicino al masso, proprio sotto la mia posizione, quindi volse le terga all’uomo e inclinò il busto mentre apriva le gambe. Il sedere e la vulva erano esposti all’uomo che, rimasto sbalordito dalla posizione assunta da lei, non si muoveva nonostante il richiamo. Finalmente, un lungo gemito della ragazza lo scosse. Si portò dietro di lei brandendo il membro e la infilò con un deciso colpo di reni. La ragazza, questa volta, urlò il piacere ed unì i suoi movimenti a quelli dell’uomo. Si mossero sempre più veloci, schiavi della frenetica ricerca dell’orgasmo, emettendo dei suoni gutturali quasi animali.

Il viso della ragazza iniziava a testimoniare un piacere sempre più intenso ed incontrollabile, lo si notava anche dai suoi movimenti che perdevano quell’apparenza animale per divenire languidi. La vedevo inspirare a fondo ogni volta che l’uomo entrava in lei per poi espirare lentamente quando usciva, ora non lo seguiva più ma restava ferma lasciando a lui il compito di portarla sino in fondo. L’orgasmo la prese all’improvviso, mentre lui stava uscendo dal suo ventre. La ragazza alzò gli occhi sbarrati al cielo ed aprì la bocca, non respirò e non emise alcun suono per un tempo indefinibile poi la vidi fremere nel piacere. L’uomo riprese a muoversi in lei, molto lentamente sino alla fine delle sue contrazioni, poi parve intenzionato a svuotarsi nel ventre della giovane, ma lei lo fermò.



- Non così… ti prego!

Lascia che ti restituisca almeno in parte il forte piacere che mi hai dato. – lo pregò lei



La ragazza s’inginocchiò innanzi all’uomo, prese il membro tra le mani e se lo portò alle labbra, quindi sollevò gli occhi per godersi lo sguardo stupito e speranzoso dell’uomo. Quando ingoiò il membro lui ebbe uno spasmo e ritrasse il bacino come per sfuggirle dalla bocca, la ragazza dovette dare fondo a tutto il suo repertorio di leccatine dolci prima di tornare ad inghiottire il pene. Mentre operava su di lui si domandava a cosa fosse dovuta la sua reazione di paura, non poteva credere che nessuna gli avesse mai fatto quello che stava facendo lei!

Non impiegò molto ad estrarre il succo vitale da quel pene, nel preciso istante in cui se lo aspettava ricevette il primo fiotto di sperma in gola, quindi, con l’intenzione di sconvolgerlo definitivamente allontanò la bocca dal membro e lasciò che il resto del seme le inondasse il viso e colasse sulla lingua. L’uomo aveva gli occhi fissi sul viso della ragazza che andava imbrattandosi sempre di più con il suo seme, era eccitato da quella scena ed, allo stesso tempo, spaventato. Mai nessuna donna, nemmeno le professioniste che aveva conosciuto nelle lunghe campagne militari si comportavano in quel modo; essa beveva il seme con la stessa voracità con cui le baldracche di campo ingurgitavano il vino. Aveva sentito parlare, nei suoi lunghi viaggi, di adoratori del maligno che bevevano il sangue mestruale miscelato al seme prima di invocare il loro padrone. In preda a questi pensieri si allontanò di qualche passo da lei per osservarla tormentato dai timori che sentiva nascere dentro di se. Il viso della giovane era l’immagine stessa dell’innocenza, se non fosse per il proprio membro che pendeva esausto in mezzo alle gambe, l’uomo avrebbe potuto ritenerla la più casta delle creature; eppure, durante l’amplesso, si era mossa cercando il piacere come una donna esperta. Il contrasto tra l’innocenza del viso e la sfrontatezza delle sue azioni stavano, di certo, ad indicare un suo coinvolgimento con un qualcosa che non era di questo mondo.

Riflettendo su queste cose l’uomo cercò conferma dei suoi pensieri nella traccia del seme che ancora colava dal viso della giovane. Rapito dal significato erotico di quella scena, seguì un rivolo di sperma sino al seno, come il suo sguardo si spostò sul ciondolo che lui stesso aveva recuperato cacciò un urlo e arretrò sino al cavallo annaspando in cerca di una qualsiasi arma.

La giovane donna era più incuriosita che spaventata da quella reazione e gli domandò:



- Ma che ti succede ora!

Ti ho dato troppo piacere …? – disse maliziosamente

- Taci! – urlo lui spaventato

- Ma …!

- Taci, donna immonda!

La pietra … la pietra splende di luce propria, la dove il mio seme l’ha sfiorata!

Guarda!



La ragazza abbassò lo sguardo al seno ed osservò il talismano. Effettivamente emetteva una luce bianchissima nei punti dove il seme colato dal viso l’aveva raggiunto. Prese in mano la pietra per osservarla meglio poi disse:



- Sì, riluce della nostra passione. Siamo stati noi a renderle nuovamente la vita! – la giovane parlava in senso metaforico ma l’uomo non comprese.

- Vita! – urlo – Quale vita si può dare ad una pietra?

Tu non sei una donna qualsiasi, tu sei la Prima Prostituta, sei qui per ordine del tuo maligno amante … per ordine del demonio stesso…! - l’uomo era ormai in preda ad una crisi isterica.

- Ma come puoi pensare simili stupidaggini, questa pietra è stata creata proprio per contrastare colui che temi e che io non oso neppure nominare.

- Non m’incanti donna! – disse lui estraendo dal fodero lo spadino – Dammi quella pietra affinché la ricacci nell’inferno dal quale l’ho recuperata!

- Non ci penso neppure!

Tu non conosci il suo potere!

- Mi basta ciò che vedo ora!



Ciò detto l’uomo s’avvicinò minaccioso alla giovane brandendo la spada allo stesso modo di come brandiva il membro poco prima. Giunse a pochi passi da lei e le puntò la lama sul petto, all’altezza del cuore.



- Avanti restituiscimi quella pietra, se vuoi vivere!




La ragazza non disse nulla e non si mosse, allora l’uomo tentò di infilare la lama dello spadino sotto il legaccio che circondava il collo per tagliarlo. In quello stesso momento la giovane si divincolò, cercando forse una via di fuga, ma il masso alle sue spalle le impedì di arretrare, anzi la fece rimbalzare in avanti sino ad urtare la lama tanto violentemente da infilzarsi su di essa.

Lo spadino trafisse il cuore della giovane ed il corpo uscendo dalla schiena, mentre lei si accasciava a terra sfregando con la schiena sul masso, l’uomo la guardava con gli occhi sbarrati, privi del minimo barlume d’intelligenza. Volevo fare qualcosa, ma ogni mio tentativo di muovermi era inutile, ero bloccato in cima al masso ed il mio corpo non rispondeva agli ordini del cervello. Solo in quel momento compresi quanto mi ero distaccato dal mio corpo fisico.

L’uomo estrasse la spada dal corpo della ragazza ormai riverso a terra, quindi infilò in fretta le braghe e montò a cavallo spronandolo in una folle corsa.

Vidi lui allontanarsi nella foresta ed il corpo della giovane privo di vita ai piedi del masso perdere di definizione poco alla volta. Ero conscio che l’effetto delle erbe stava ormai terminando. Per un istante sperai che il ritorno fosse veloce, forse potevo ancora soccorrere la giovane donna! Poi ricordai che almeno sette secoli dividevano il mio tempo dal loro e mi abbandonai allo sconforto.

Usai i pochi attimi che ancora mi rimanevano da trascorrere in quel tempo per prendere mentalmente nota dei particolari. Notai che, nella sua fuga, l’uomo aveva scordato di recuperare il ciondolo, esso pendeva ancora dal collo della ragazza immerso nel sangue che era uscito dalla ferita; aveva perso la luce che tanto aveva spaventato l’uomo e pareva addirittura aver assunto il colore del sangue.

Provai la sensazione di essere preso e strappato da quella realtà, durò solo un istante poi mi ritrovai ancora nello stesso luogo con la ragazza stesa in terra. I dettagli erano tornati nitidi ma sentivo che la mia presenza lì era destinata a durare pochissimo tempo. Improvvisamente una luce, tanto intensa da abbagliarmi, illuminò la zona del masso. Fu come un lampo improvviso!

Quando i miei occhi tornarono a vedere notai la figura di una donna ai margini del campo. Il viso, dai tratti orientaleggianti, era incorniciato da una massa svolazzante di capelli rossi. Era molto alta e slanciata, camminava dimostrando eleganza e sicurezza verso il masso. Raggiunse il corpo esanime della ragazza e s’inginocchiò innanzi ad esso. La vidi compiere strani e complicati gesti con le mani e pronunciare parole sottovoce tanto che non potevo udirla in una lingua che non riconoscevo dal movimento delle sue sensuali labbra. Ad un tratto mi parve di vedere il sangue che imbrattava il corpo della giovane muoversi, non capivo se rifluiva dentro il corpo o se era assorbito dalla pietra, sta di fatto che il corpo martoriato in breve fu ripulito da ogni traccia. Anche la ferita pareva sparita! La donna dai capelli rossi continuava nelle sue invocazioni senza preoccuparsi di ciò che accadeva al corpo della ragazza, imponeva le mani, massaggiava la zona ferita e accarezzava i capelli con una dolcezza incredibile. Quando meno me lo aspettavo la ragazza ferita aprì gli occhi ed ebbe un sussulto nel riconoscere la donna che le stava innanzi, la vidi tentare di sollevarsi ma fu trattenuta in terra dalle sue amorevoli mani. La donna, ormai sicura delle sue condizioni di salute, la ricoprì con il vestito che stava in terra poi le sfilò il ciondolo dal collo. Fece segno alla ragazza di stare tranquilla poi si avvicinò a me, pareva che potesse vedermi tanto i suoi occhi erano fissi sui miei. Il ciondolo che teneva tra le mani non era più trasparente ma rosso opaco, dello stesso colore del sangue. Essa lo posò sul masso a pochi metri da me, quindi prese a ripetere una cantilena di nomi che potei riconoscere questa volta:



- Deydex, Gueylus, Meylus, Demerix, Albimex, Centus, Angaras, Dehetarix, Venere, Neyrgat! Vieni presto con i tuoi spiriti. - ripeteva in continuazione, senza sosta e sempre più veloce.



Erano le invocazioni tratte dal Picatrix, o meglio dal “Gäyat al-hakïm”, lo stesso libro in cui era descritto il ciondolo, la pietra, che aveva attraversato i secoli.

Non credevo ai miei occhi, poco alla volta quella pietra stava perdendo il colore rosso per tornare trasparente come la conoscevo io. Forse era solo un impressione ma il colore stava colando dalla pietra per diffondersi sul masso, infatti, dopo una decina di minuti il masso era rosa come lo avevo trovato io nel XXI° sec. e non grigio come mi era apparso in quel tempo.

Al termine la donna ebbe come un mancamento, la vidi cedere sulle gambe per poi riprendersi. Immaginai lo sforzo a cui si era sottoposta per portare a termine le sue operazioni sulla giovane e sulla pietra. Quando si fu ripresa aiutò la ragazza ad alzarsi e a rivestirsi, poi si volse verso di me. Camminò lenta nella mia direzione sino a portarsi sotto il masso a pochi metri da me, ero tentato di parlarle ma non riuscivo ad emettere alcun suono, come i muscoli del corpo quelli della gola erano rimasti nella mia epoca di partenza.

La donna comprese il mio sforzo, ormai era chiaro che mi vedesse. Mi fece cenno di tacere, di non sforzarmi inutilmente, quindi mi indicò con l’indice della mano sinistra una pianticella di Stramonio ai piedi del masso ed indicò il numero tre con la mano destra. Stavo ancora tentando di decifrare quel gesto che mi ritrovai nella mia epoca e nel mio corpo. La prima sensazione che provai fu quella della fame, sentivo lo stomaco spaventosamente vuoto e la gola secca, scesi con difficoltà dal masso, a causa delle gambe anchilosate, per recuperare l’acqua dallo zaino. Bevvi avidamente sentendo il liquido rimbalzare sulle pareti dello stomaco. Non riuscivo a spiegarmi quella sensazione, dopo tutto mi ero preparato con un’abbondante colazione! Controllai l’orologio ma era fermo, allora lo scossi e lui tornò a funzionare. Fu questo primo indizio a mettermi sulla strada giusta: l’orologio a carica automatica aveva quarantotto ore di riserva di carica, non poteva fermarsi prima! Focalizzai, timoroso della verità, lo sguardo sul datario ed, effettivamente, segnava la data avanti di due giorni da quello in cui ero entrato nella foresta. Il telefono lo avevo lasciato nell’automobile ai margini del bosco, sin che non l’avessi raggiunto non potevo sapere che giorno era veramente, speravo solo che la sua batteria avesse mantenuto la carica.

Ero stanco ed affamato, ma la curiosità e la sete di conoscenza era più forte di ogni stimolo corporeo. Raggiunsi il ruscello e mi dissetai, ancora, con la sua acqua, quindi cercai tra la vegetazione qualcosa da magiare, la natura in quei luoghi è generosa, a patto di conoscerne i segreti.

Dopo circa due ore mi trovavo seduto ai piedi del masso con la pancia piena e indeciso sul da farsi mentre giocherellavo con le foglie dello Stramonio che avevo colto. Mi lasciava perplesso il segno fatto dalla donna con lei dita della mano atteggiate ad indicare il numero tre. Sarebbe stato troppo semplice intendere quel segno come l’invito ad usare le tre piante, ovvero Colchino, Celidonia e Stramonio. Conoscevo le proprietà dell’ultima e la temevo più delle altre, troppo potente era il veleno in essa contenuto.

Quel numero tre indicatomi doveva avere un altro significato.

Pensai a quella donna, rivissi mentalmente le sue mosse e mormorai tra me le parole che aveva detto. Più ci pensavo più intendevo di lei: era senza dubbio colei che aveva creato quel ciondolo, troppe cose coincidevano ed assomigliava alla descrizione della donna entrata nei sogni di una delle “vittime” del talismano.

Era Zoara!

Quindi se lei, votata a Venere ed ai riti del Picatrix, m’indicava il numero tre intendeva il suo terzo nome, o meglio il terzo nome di Venere secondo il saggio Picatrix. Nome che ricordavo bene, era il termine Greco con cui veniva chiamata la dea: Admenita o Afrodite.

Afrodite deriva etimologicamente da “afros”: schiuma o spuma; tant’è diffusa la leggenda che la vede nata dalla schiuma del mare nei pressi di Cipro. Allora Zoara intendeva indicarmi il metodo di preparazione della nuova mistura. Non solo, il termine Admenita è composto da otto lettere, indi lo Stramonio doveva essere solo l’ottava parte del tutto.

Preparai la nuova miscela, con molta cautela, e la trangugiai tutta in una sola sorsata.

Non accadde nulla.

Il bosco, il masso alle mie spalle rimanevano sempre uguali ed immobili. Il cielo stesso era immutato.

Pensai di aver frainteso l’insegnamento della donna, di aver letto male il segno delle tre dita ed ero pronto a riprovare un'altra via, quando:



- Eccoti!

Hai seguito i miei consigli vedo! – disse una voce alle mie spalle.



Mi voltai lentamente, nel timore d’essere vittima di un’allucinazione uditiva, sino ad inquadrare con lo sguardo la donna dai lunghi capelli rossi. Era splendida nella sua figura slanciata, sottolineata dall’abito di seta leggera spinto contro il corpo dalla brezza. I capelli assumevano la forma di una massa infuocata illuminata dai raggi del sole che li attraversava.

Camminava verso di me lentamente, misurando i passi come per prendere tempo prima di arrivare troppo vicina. Nel frattempo mi studiava come io studiavo lei. Mi pareva di conoscerla da anni, come una vecchia amica, tanto avevo letto di lei. Però percepivo una forza estranea interposta tra di noi, forse era solo un’impressione ma c’era un “qualcosa” che contrastava la positività del nostro incontro. Era una forza ostile, n’ero certo.



- La senti anche tu? – le domandai senza nemmeno salutarla, senza presentarci … non era necessario tra di noi in quel momento, in quel tempo.

- Sì, lo sento!

- È per questo che sono qui? – domandai ancora

- È per questo che siamo tornati qui! – disse lei.

- Qui dove? – le domandai quando era, oramai, a meno di un metro da me

- Non lo vedi? – rispose

- Quando allora?

- Qui il tempo … non ha molta importanza! - affermò illuminandomi con i suoi occhi verdi



Presi tempo per poterla osservare bene e lei mi lasciò fare, quindi la presi per mano e la trassi a me. Sentivo l’irresistibile desiderio di baciarla e non riuscivo a contenerlo.

Le sue labbra si incollarono alle mie e mi ritrovai ad esplorare con la lingua una bocca non sconosciuta. Questa sensazione era avvalorata dalle sensazioni che mi trasmettevano le mani appoggiate in vita: stringevo il suo corpo mentre sentivo di aver già vissuto tutto quanto nei minimi dettagli. Ricordavo quel corpo, il suo modo di muoversi nel bacio, la distanza dai fianchi all’inizio delle costole, la pressione di quel seno sul petto e il modo unico in cui premeva il bacino contro il mio.

La sentivo mia, nonostante non l’avessi mai incontrata prima. La certezza di non averla mai vista vacillava di fronte alla lunga serie di sensazioni note e ritrovate che invadevano la mia mente. La logica mi diceva che quella donna era nata e morta almeno sette secoli prima della mia nascita; la stessa logica mi diceva pure che non potevo abbracciare e baciare una donna di sette secoli più vecchia di me, però lo stavo facendo!



- I tuoi occhi sono spenti, ma pieni di domande. – disse lei

- … è per un motivo preciso che siamo qui, vero? – domandai io

- Sì. Dobbiamo inibire il talismano.

Una volta per tutte e … per sempre!



La pietra era allacciata al mio polso, lì dove l’avevo legata prima di bere la mistura d’erbe. Questa volta mi ero trasferito con tutto il corpo o … lei era venuta nel mio tempo. Slacciai il legaccio e le porsi il talismano; Zoara lo prese tra le mani con un rispetto, per certi versi, mistico.



- È tempo di agire! – affermò lei mentre studiava la pietra in trasparenza – Accendi un fuoco sulla sommità del masso. – mi pregò, infine.



Feci quello che mi era stato chiesto, recuperai sterpaglie e rami secchi nell’intorno della radura e li posizionai sul enorme masso. Il fuoco si sviluppò subito bene consumando la legna sino alla brace. Aiutai la donna a salire sulla roccia con me e stetti a guardare le sue operazioni.

Per prima cosa si posizionò in modo che la brezza portasse il fumo verso di lei, poi estrasse da una saccoccia delle piccole palline scure che gettò sulla brace ed aspirò a pieni polmoni il fumo generato dalla loro combustione. Quindi recitò:



- Ti sia benigno Iddio, o Venere, tu che sei Signora della sorte. Fredda e umida, pura e bella, ben odorata e piacevolmente ornata. Tu che ami l’amore, le feste, gli ornamenti, la bellezza e la raffinatezza e la buona musica …



Conoscevo quelle parole. Le ricordavo per averle lette in un libro ma le sentivo “suonare” dentro di me come se le conoscessi da sempre.



- …questi sono i tuoi naturali effetti. T’invoco in tutti i tuoi nomi: Zoara in arabo, Venere in latino, Admenita in greco, Anyhyt in fenicio, Sarca in indiano. – lei pronunciava questi nomi con un misto di rispetto e ammirazione, prima di gettarsi a terra rivolta verso il pianeta che portava il nome della dea, disse ancora – Ti scongiuro inoltre per Beytel, l’angelo che sta al tuo fianco per realizzare pienamente le tue forze ed i tuoi effetti.



Ad ogni nome della dea da lei pronunciato sentivo nascere in me una forza, una consapevolezza, mai provata prima di allora. Ero completamente preso da quella cantilena, mi lasciavo permeare dalla musicalità delle parole senza opporre alcuna resistenza. Non sapevo perché dovevo farlo ma sentivo di doverlo fare.



- Oh Venere, Tu che sei così bella, Tu che concedi la virtù della congiunzione d’amore a chi più ti piace tra coloro che ti pregano! Ti supplico per tutti i tuoi Nomi, per la luce che emani e per il firmamento del tuo regno e della tua potenza … riprendi con te la tua essenza lasciata in questa pietra affinché essa ritorni ad essere materia morta e non viva nel tuo nome.



Fu in quel momento che mi venne in mente una nuova cantilena, mentre lei era in procinto di ripetere l’invocazione dall’inizio. Le parole che giravano nella mia testa suonavano in armonia con quelle di Zoara ma il loro tono era diverso. Esse suonavano come: “Marech, Baharam, Barit, Hanez, Ebahaze” e roteavano in continuazione, senza sosta e senza alcuna apparente continuità. Ero schiavo del loro suono e della forza che sentivo nascere da loro in me.



- Contrastalo ...ORA! – mi ordinò lei.



Una parte di me sapeva che era la presenza ostile percepita appena arrivai in quel luogo, o tempo, a guidare i miei pensieri, ma non riuscivo a dominarla. Avevo la sensazione di interpretare la parte di qualcuno che già in passato aveva interferito con il rito del talismano, sentivo quella forza oscura lottare per mantenere viva la pietra.

Nulla da fare, per quanto tentassi di spingere la ragione a bloccare la continua ripetizione dei nomi “Marech, Baharam, Barit, Hanez, Ebahaze” essi non si fermavano nella mia mente.



- Lo devi fermare!

Puoi farlo e sai come farlo … muoviti! – la voce della donna era affaticata e preoccupata.



Mi venne in mente ciò che avevo letto sul potere delle parole e sui metodi di controllo. Semplicemente bastava invertirne il suono, la vibrazione così ottenuta avrebbe risuonato nel mondo celeste attivandone le virtù ad essa collegate.

“Ezahabe, Zanah, Tirab, Marahab, Ceram … Etram!”, ripetei questa frase in continuazione. Subito percepii la forza che si era impadronita di me scemare verso il basso, come se fosse richiamata dalla massa della roccia, poi mi sentii libero da essa e perfettamente padrone delle mie azioni.



- È fatta!

È finita … dopo tutti questi anni … è finita! – disse lei.

- Cosa è finito? – domandai



Lei non mi rispose. Si alzò i piedi nonostante fosse visibilmente stremata e mi abbracciò.

L’aiutai a scendere dal masso e quindi l’adagiai sull’erba, le lasciai il tempo di riprendersi poi le tornai a domandare:



- Cosa è finito?

Cosa abbiamo fatto?

- Il talismano, quella pietra che portavi con te nel tuo tempo, era un errore. Quando lo consacrai a Venere, per aiutare una giovane donna nel mio tempo, qualcosa attirò su di esso l’influenza di Marte. Non ho mai capito cosa fosse accaduto in realtà; sentii subito, però, che qualcosa era andato storto.

- Cosa?

- L’influenza del pianeta della guerra diede una forza inaspettata al talismano. Venere e Marte non possono coesistere nella stessa rappresentazione. L’influenza dei due, la sensualità di una e la brama di potere dell’altro, la femminilità unita alla forza, donavano a chi l’indossava un potere difficilmente controllabile. La donna che possedeva questa pietra sarebbe stata guidata verso una sensualità distruttiva.

- Son passati quasi settecento anni! – dissi.

- Il potere non diminuisce con il tempo, semmai cresce. Esso si nutriva dell’energia sessuale sprigionata dalla donne che lo indossavano durante i loro incontri erotici. Più erano intensi e trasgressivi, questi rapporti … più il talismano accresceva la sua potenza. In un circolo senza fine esso guidava la malcapitata ad avere degli amplessi sempre più fantasiosi per trovare la forza di cui alimentarsi.

Vedi, Venere si nutre dell’amore, Marte no; lui vuole il sangue, la prevaricazione, la violenza. Questa pietra si è nutrita anche di questo nel tempo.

Dovevo fermarla!

- Ora è inerte, mi pare!

- Sì, lo è. Grazie a te che l’hai riportata a me attraverso il tempo.

Ora, però, devi tornare nel tuo mondo e nel tuo tempo. Venendo qua hai chiesto troppo al tuo corpo ed alla tua anima. Non sei pronto per questo!



Zoara si alzò per stringersi a me e mi baciò con passione. Poi, lentamente, lasciò la stretta e si allontanò di un passo senza mai staccare gli occhi dai miei. Volevo dirle tante di quelle cose che non sapevo da dove cominciare, se tentavo di parlare la mia bocca si rifiutava di muoversi. Ero bloccato in ogni movimento quando vidi la sua figura farsi vanescente. Allo stesso tempo il panorama intorno a me cambiava in alcuni particolari, i cespugli si facevano più fitti ed alcuni alberi lasciavano il posto ad altri diversi, più alti o più bassi. L’erba del prato non mostrava sostanziali mutazioni, solo i fiori denunciavano qualche cambiamento. Quando tutto si fermò lei era sparita.

Mi sentivo estremamente debole e dolorante, ogni singolo muscolo del corpo testimoniava la sua presenza con delle fitte. Scoprii in quel momento di avere dei muscoli che nemmeno sospettavo potessero esistere, questa era una conoscenza, una gnosi, di cui avrei fatto volentieri a meno. Decisi di riposarmi un po’ prima di riprendere il cammino verso l’uscita della foresta, come prima cercai tra la vegetazione qualcosa di cui nutrirmi, quindi mi assopii all’ombra del grande masso. Doveva essere primo mattino a giudicare dalla posizione del sole, tanto per cambiare l’orologio si era fermato. Quando mi svegliai, rinfrancato, era l’ora del tramonto. Giudicai dall’altezza dell’astro di avere ancora due ore di luce, l’automobile distava circa un ora di marcia e non me la sentivo di passare un’altra notte a dormire sull’erba, quindi m’incamminai.

Non ebbi alcuna difficoltà nel ritrovare la strada, pareva che ogni ostacolo fosse stato rimosso dal mio cammino in modo da formare un sentiero, non segnato, ma inconfondibile. Ero giunto in meno di mezz’ora alla meta, non mi domandai come fosse possibile ma apprezzai la possibilità di raggiungere la più presto un hotel ed un ristorante, quando sentii una voce alle mie spalle.



- Ciao! – disse una voce femminile – Questo bosco è più complesso di quanto ricordassi … mi dai una mano ad uscirne?



Mi voltai lentamente, avevo riconosciuto quella voce ma temevo di rompere un sogno quando avessi visto che non era di chi speravo. Subito non vidi bene i dettagli della figura che s’avvicinava a me, la luce era poca ormai. La donna si avvicinò ancora, indossava un lungo vestito, di foggia moderna, bianco ed immacolato. Subito pensai che non era certo l’abbigliamento ideale per esplorare un bosco, poi lei sciolse il nastro che legava i capelli ed il suo viso si contornò di una massa rossa in movimento continuo. Con il cuore in fibrillazione mi avvicinai a lei e finalmente riconobbi i suoi occhi.



- Zoara? – riuscii solo a dire

- Così pare!

- Ma …?

- Ho detto che tu non eri pronto per restare nel mio tempo … non ho mai detto che io non potessi raggiungere il tuo!



Aspettai che mi raggiungesse poi l’abbracciai con forza e la strinsi sino a toglierle il respiro. Ancora una volta avevo coscienza di aver già abbracciato a lungo quel corpo e di averlo amato con la donna che conteneva.



- Ho come la sensazione di aver già vissuto tutto questo, ma non ricordo quando. – dissi

- Lo abbiamo già vissuto, è vero, solo che tu ne hai perso la memoria.

- Quando?

- Tanto tempo fa … mi riferisco al tuo tempo, ovviamente.

Non puoi ricordare, non si conserva la memoria delle vite precedenti. Posso solo dirti che già ci siamo amati … “magister”!

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