Camminava
lenta ascoltando, con attenzione, il rumore dei suoi tacchi sul lastrico dei
portici nella via più mondana della città. Quel ticchettio costante e ritmato la
faceva sentire sexy e spudorata. Lasciava le anche libere di ondeggiare
controllando solo l’ampiezza del movimento di quel tanto sufficiente per non
apparire volgare. Il tailleur verde chiaro, di una tonalità in grado di farsi
notare ma non appariscente; lo aveva scelto sottolineare la figura del suo
corpo; esso aderiva alla pelle nei punti giusti e si increspava alla brezza, là
dove era bene eccitare la fantasia degli uomini. Sentiva il tessuto seguire la
forma delle natiche e sapeva quanto segnasse il sottile filo dello string che
indossava. Tutto era stato calcolato nei minimi dettagli, dal vestito alla
pettinatura, dal trucco alle scarpe senza dimenticare, naturalmente, la
biancheria. Ad un primo esame sommario poteva apparire come una normalissima
bella donna che si sta occupando degli affari suoi in giro per la città, ma
notando i particolari era impossibile non provare per lei una forte attrazione
sessuale. Non era il vestito, corto ma non troppo, ad attirare l’attenzione ma
il suo modo di muoversi. Quando era uscita da casa, quel pomeriggio, aveva
salutato il marito con un bacio sulla guancia quindi, con movimenti rapidi e
decisi, quasi robotica, aveva preso la borsetta, cercato le chiavi dell’auto,
inforcato gli occhiali da sole e si era avviata con passi lunghi verso la porta,
lanciando ancora un saluto prima di uscire. La trasformazione era avvenuta
appena chiusa la portiera dell’auto, fu sufficiente sciogliere i capelli e
ravviarli, passare sulle labbra un rossetto di un colore provocante, apporre un
tocco di rimmel sulle ciglia e sostituire le scarpe a tacco basso con quelle
preventivamente lasciate dietro il sedile del passeggero; il tutto era perfetto.
Marina constatò, piacevolmente soddisfatta, l’effetto nello specchietto di
cortesia sul parasole mentre pensava a quanto fosse facile cambiare aspetto con
dei piccoli accorgimenti ed alla semplicità con cui aveva illuso suo marito e,
tra poco, eccitato il suo amante. Lo stesso vestito, la medesima biancheria
(questa il marito non l’aveva vista), l’identico profumo, la medesima donna,
potevano lanciare messaggi di natura opposta nel medesimo istante, semplicemente
modificando l’espressione del viso o i movimenti del corpo.
S’avviò verso il centro città.
Guidava con calma nonostante sentisse come una pressione allo stomaco, sintomo
d’ansia, che la incitava a correre di più. Non voleva, però, perdersi i dettagli
di quella sensazione che spesso anticipava l’eccitazione totale dei sensi.
Sapeva, o credeva di sapere, cosa l’aspettasse; quindi era decisa a non correre.
Guardò l’orologio e si rilassò: era in perfetto orario, non rischiava di
giungere in ritardo anche in caso di difficoltà nel trovare un posteggio per
l’auto.
Infatti, era riuscita a trovare
parcheggio proprio nella grande piazza con il monumento equestre posto al
centro, a pochi metri dal locale dove sapeva d’essere attesa. Si soffermò per un
istante ad osservare i palazzi ed i portici di contorno che risaltavano nella
luce brillante di quel pomeriggio ventoso. La brezza insistente aveva spazzato
via la solita cappa d’umidità e la città risplendeva nei suoi colori naturali
sotto la cornice dell’arco alpino, uno spettacolo raro che aveva potuto ammirare
mentre scendeva verso il centro dalla sua casa nella prima collina della città.
Sono quelle giornate che ben dispongono l’animo e permettono ai sensi di
accorgersi della primavera.
Marina chiuse l’auto e s’avviò verso i portici: li
percorse con calma, controllando il respiro, non voleva apparire troppo eccitata
per quell’incontro, intendeva mantenere l’immagine di serena e sicura sensualità
che si era creata precedentemente. Prima di entrare nel bar posto quasi
all’angolo della piazza, deviò dalla sua rotta quel tanto sufficiente a
consentirle di posare il piede sui genitali del toro in ottone incastonato nel
selciato. Gesto che, come tradizione vuole, porta bene!
Varcò la soglia del Caffè e,
subito, lo cercò. La penombra, dopo la luce intensa, non le consentì, per un
istante. di distinguere gli avventori, poi lo vide! Seduto innanzi ad un
tavolino d’angolo nel margine destro in fondo alla sala, appariva come un
normalissimo avventore che cercasse un attimo di tregua e di relax nella
logorante giornata. Teneva in mano la tazzina di caffè e, nell’altra, una copia
del quotidiano locale; leggeva con apparente interesse le notizie ma, ad un
esame più approfondito, si notavano i suoi occhi scrutare di continuo
l’ingresso. Quando la vide il suo sguardo s’illuminò per un istante per
ritornare repentinamente serio e assorto nella sua lettura. Marina attraversò il
locale nella sua direzione camminando normalmente, poi percorse gli ultimi metri
che la separavano da incedendo con una grazia tale da strappare sorrisi ammirati
a tutti coloro che aveva intorno.
- Ciao! –
lo salutò
- Ciao –
rispose lui con il tono con cui si saluta una vecchia amica
Le fece segno di accomodarsi,
quindi piegò il giornale e sollevò, discretamente, una mano in direzione del
cameriere. Quando fu certo d’essere visto dispiegò l’indice indicando il numero
uno.
Poco dopo giunse al tavolo un
altro caffè per Marina. Non si erano detti nulla nel frattempo, solo gli occhi
si erano incrociati più volte lanciandosi messaggi in un linguaggio noto a loro
soltanto.
Marina prese la tazzina e
sorseggiò il liquido caldo e forte, poi domandò:
- Cosa mi
hai preparato oggi?
- Vedrai! –
fu la sua risposta.
- La tua
fantasia non ha limiti… non deludermi mai! – aggiunse lei terminando con un
sospirato – Ti prego!
- Non ti
deluderò! E lo sai, per questo sei qui!
- Sei molto
sicuro di te! – sottolineò Marina – È questo che mi piace… e che mi eccita!
Lei diede un intonazione
particolare all’ultima frase rimarcando il concetto di eccitazione.
Voleva fargli capire che era già pronta, eccitata, schiava del desiderio, e non
poteva attendere oltre.
Lo sguardo, il tono della voce,
la posizione delle mani o il modo di muoversi; solo uno di questi indicatori era
a lui sufficiente per capire lo stato d’animo di Marina, se poi analizzava
l’insieme dei suoi messaggi riusciva pure ad intuire quale perversa fantasia
impegnasse il cervello di lei in quel momento. Era questa grande intesa, la
base della loro storia. O sarebbe meglio dire la capacità unica di lui nel
comprenderla a fondo.
Marina si stava chiedendo cosa
avesse in mente l’uomo che le stava seduto innanzi, qual’era il programma di
quel pomeriggio, cosa fosse riuscito ad organizzare per stimolarla, eccitarla e
farla godere. Tentava di carpire dal suo sguardo un indicazione, di cogliere un
indizio dai movimenti delle mani o dall’espressione delle labbra; ma era
inutile: lui rimaneva sorridente ed impassibile, nulla lasciava intendere il
gioco in atto tra loro. Giunta, ormai, al limite della sopportazione fece per
abbozzare la domanda fatidica ma lui l’anticipò, dimostrando ancora una volta di
saper leggere il suo corpo con la stessa facilità mediante la quale leggeva il
quotidiano su cui appoggiava il gomito.
- Lo vedi
quell’uomo seduto al tavolo vicino alla colonna di destra?
Quello quasi
alle mie spalle! – le domandò lui con aria d’intesa.
- Sì, lo
vedo! – rispose Marina mentre tentava d’osservare nella direzione indicata senza
farsi scorgere.
- Bene, tra
poco si alzerà per uscire dal locale… tu lo seguirai!
Lo pedinerai,
stando bene attenta a non farti scorgere!
Capito? –
Spiegò lui.
- Sì!
Poi cosa devo
fare?
- Nulla!
Seguilo e
basta! Devi solo fare questo! – sottolineò.
- Ok! Si
sta alzando ora!
Vado!
Lui non aggiunse altro, osservò
Marina attendere che l’uomo oltrepassasse il loro tavolo per alzarsi ed iniziare
il pedinamento; quindi chiamò il cameriere e pagò il conto, piegò con cura il
giornale e controllò di non aver scordato il pacchetto di sigarette sul tavolo,
ed uscì anche lui.
Intanto, Marina, stava seguendo
l’uomo indicatole tenendosi a distanza, occultata tra la gente che sempre
affollava quella zona centrale e commerciale della città. Non lo perdeva mai di
vista e ringraziava il fatto che lui camminasse lentamente, se avesse accelerato
il passo lei non sarebbe riuscita a tenergli dietro a causa dei tacchi altissimi
che indossava. Aveva già pensato, in caso di necessità, di togliersi le scarpe;
però, sino ad ora, riusciva a mantenere una distanza costante da lui. Dentro di
sé sentiva nascere ed espandersi in tutto il corpo una serie di piacevolissime
sensazioni. Si sentiva eccitata non tanto sessualmente ma da ciò che stava
facendo: il seguire un uomo sconosciuto per le vie della città le dava delle
emozioni che non pensava di provare così facilmente. Forse, pensò, era il gioco
in atto ad eccitarla tanto. Non sapeva se quell’uomo era coinvolto in questo
gioco o se fosse solamente una vittima casuale, ma era decisa ad andare sino in
fondo per godere appieno di quegli stimoli.
Improvvisamente l’uomo si fermò
ad un edicola per fare acquisti. Marina, colta quasi di sorpresa, stava per
avvicinarsi troppo a lui ma riuscì a fermarsi innanzi ad una vetrina e simulare
un certo interessamento verso gli articoli esposti. Appena lui si allontanò, lei
riprese il suo tallonamento. Quando l’uomo svoltò in una via laterale e meno
affollata, Marina lasciò che la distanza tra loro aumentasse. Lo seguì nelle
svolte successive senza notare, a causa della sua eccitazione, che stavano
tornando indietro verso la zona del caffè da cui erano partiti.
L’uomo varcò deciso la soglia di
un antico palazzo, il portone era aperto e Marina quasi si mise a correre per
non perderlo nel suo interno; riuscì giungere in tempo per notare un ombra che
svoltava nello scalone di sinistra: la seguì. Aveva il cuore che batteva veloce
per l’emozione, temeva di farsi scoprire a causa del rumore delle pulsazioni;
camminava stando ben attenta a non battere i tacchi delle scarpe e scrutava ad
ogni passo dove posava il piede. Questo, però, le fece perdere le tracce
dell’uomo; l’aveva visto, o meglio credeva di averlo visto, svoltare da quella
parte ma ora non ve ne era più traccia. Finalmente percepì il rumore di una
chiave che girava in una serratura provenire dal primo piano del palazzo:
s’incamminò in quella direzione. Ormai non si chiedeva più in cosa consistesse
il gioco, era troppo eccitata da quell’inseguimento per non voler andare sino in
fondo.
Raggiunse il primo piano e si
fermò ad osservare le cinque porte che si aprivano su quel pianerottolo, nessuna
di esse le forniva il minimo indizio, pensò quindi di avvicinarsi per origliare
su ciascuna di loro in modo da scoprire qualcosa di più. Dalla prima porta non
veniva alcun rumore così come dalla seconda, appoggiò allora l’orecchio alla
terza ma, proprio in quell’istante questa si aprì.
Una mano, forte e determinata,
l’afferrò per l’avambraccio e la trascinò all’interno. Marina cacciò un urlo che
le venne soffocato in gola dall’altra mano.
- Così mi
seguivi?! – più che una domanda era un’affermazione
- Io……. –
tentò di parlare lei
- Perché mi
seguivi?
Per chi
lavori?
- Io non la
stavo seguendo! – tentò di giustificarsi lei
- Balle, ti
ho notata sin da dentro il bar – affermò l’uomo mentre la trascinava per
spingerla su di una sedia.
Marina cadde di peso sulla
poltroncina, in quel momento vide finalmente il viso dell’uomo: era proprio
quello che aveva ricevuto l’ordine di seguire. In quel momento capì d’essere
entrata nel pieno svolgimento del gioco e si rilassò quel tanto sufficiente da
farle notare che si trovava in un ufficio. Mentre il suo sguardo tornava sicuro
di se si permise d’osservare qualche dettaglio: intanto che l’uomo la fissava
torvo lei notò la video cassetta appoggiata sul tavolo, era quella acquistata
poco prima in edicola e si trattava di un film pornografico dal titolo “Violenza
in ufficio”. In quel momento sentì un brivido gelato scorrerle sulla schiena.
Forse il gioco non prevedeva che lei seguisse sino in fondo quell’uomo, e forse
quell’uomo non era complice dell’altro. Se così era si trovava in una brutta
situazione. Stava per accennare una spiegazione all’uomo ma questo aveva già
afferrato un paio di forbici dal tavolo e le stava impugnando minaccioso.
- Allora!
Perché mi
seguivi? – disse avvicinando l’arma a lei.
- Lo sai! –
disse Marina decisa a seguire il gioco qualunque risvolto avesse preso
- Certo che
lo so! – disse lui mentre un lampo di malizioso divertimento rompeva
l’espressione dura che tentava di mantenere.
Marina ebbe in quel momento la
conferma dei suoi sospetti: il gioco prevedeva che fosse “violentata” da un
estraneo in quel posto. Decise di subire quella violenza. In realtà l’
eccitamento della donna era tale, ormai, che il misterioso sconosciuto stava
rischiando di passare da carnefice a vittima. Chiuse gli occhi e si concentro
per un istante, il tempo necessario ad entrare del tutto nella parte e
cancellare ciò che la sua razionalità aveva intuito. Lasciò libero l’istinto e
si ritrovò davvero a temere quell’uomo armato di forbici innanzi a lei.
Lui stava parlando ma lei aveva
perso l’inizio del discorso smarrita nei sui pensieri, quando focalizzò
l’attenzione su di lui notò che si era aperto i calzoni e stava estraendo il
membro semi rigido.
- Succhia!
– le ordinò mentre le offriva il pene ed appoggiava alla sua gola la punta delle
forbici.
Marina aprì la bocca e si lasciò
penetrare, era limitata nei movimenti dal metallo pungente che sentiva premuto
sulla pelle ma s’impegnò a dare il meglio di se. Lui grugniva mentre il membro
gli si ingrossava tra le labbra e spingeva sempre di più. Ad un certo punto
Marina si ritrovò con la testa bloccata dallo schienale della poltrona ed il
bacino dell’uomo quasi premuto contro il naso; il membro le entrava
completamente in gola, lo sentiva superare le tonsille e spingersi giù. Non
riusciva a respirare ma non osava tentare di sfuggire a causa delle forbici che
continuava a percepire contro la pelle. Quella situazione più che spaventarla la
stava eccitando, si sentiva pronta ad andare oltre.
L’uomo si muoveva nella sua
bocca tanto che Marina pensava di sentirsi invadere dal suo seme da un momento
all’altro, era pronta ad ingoiare tutto quando lui, improvvisamente, si ritrasse
da lei.
- Ci sai
fare, vedo!
Ora alzati e
spogliati! – le ordinò
Marina eseguì; si alzò in piedi
ed iniziò a sbottonare lentamente la giacca del vestito. La lasciò cadere sulla
poltrona, sotto non indossava altro che il reggiseno. Era in procinto di
slacciarlo quando l’uomo la fermò.
- Prima la
gonna! – le disse
Marina eseguì: slacciò la gonna
e la fece scivolare in terra, poi agganciandola con un piede se la portò
all’altezza delle mani e la sistemò sempre sulla poltrona. Quindi si fermò per
osservare l’uomo.
Questi si avvicinò per scrutarne
il corpo nei dettagli con uno sguardo tanto intenso da provocarle un brivido di
piacere. Soddisfatto dalla sua reazione le puntò le forbici al ventre
costringendola ad arretrare sin quando non si ritrovò appoggiata alla scrivania.
- Avanti!
Adesso togliti tutto… ma tieni le calze e le scarpe. Mi piaci se rimani con le
calze addosso!
Quella richiesta diede il colpo
di grazia a Marina, la sua mente disattivò ogni pensiero razionale per dare
spazio all’animalità. Si levò il reggiseno con mosse maliziose, scoprendo le
mammelle poco alla volta poi levò gli slip, quindi si sedette sulla scrivania ed
aprì le gambe in direzione dell’uomo. Non disse nulla, non una parola! La
posizione che aveva assunto indicava chiaramente cosa si aspettava da lui, in
quel momento i ruoli si erano invertiti: Marina da ipotetica vittima di violenza
si era trasformata in una donna che chiedeva esplicitamente una prestazione
particolare ed ai massimi livelli all’uomo che le stava innanzi. Se lui fosse
stato un vero violentatore quella mossa lo avrebbe spiazzato; vedere la propria
vittima divenire attiva ed esigente non rientra nei piani di uno che si eccita
con la violenza.
La reazione di lui diede
all’ultimo barlume di razionalità rimasto in Marina la conferma che questo era
veramente il gioco previsto, quindi si abbandonò tranquilla agli eventi.
Lui si sfilò il calzoni ed i
boxer, tolse la giacca ma la fretta gli consigliò di tenere indosso la camicia e
la cravatta; la donna che stava sulla sua scrivania non pareva disposta ad
aspettare ancora a lungo. Si pose tra le sue gambe e guidò il membro verso il
pube, quando fu certo della posizione, con un colpo secco di reni, la penetrò.
Si spinse profondamente in lei ascoltando compiaciuto i suoi gemiti di
approvazione.
- È questo
che volevi? – gli domandò lei con la voce rotta dall’emozione.
- E tu?
Cercavi
questo mentre mi seguivi?
Non attese la sua risposta, in
fondo la conosceva già, attacco subito un ritmo veloce e quasi violento: entrava
ed usciva da lei con dei colpi secchi e decisi, tanto forti da farla
sobbalzare. Era facilitato in questo dalla sua forte eccitazione che la dilatava
e lubrifica tanto da renderla in grado di accogliere qualsiasi cosa nel ventre.
Sapeva che non era questo l’amplesso che l’avrebbe fatta impazzire di piacere,
ma intendeva sfogare subito il desiderio che era nato appena aveva visto il viso
della donna che ora stava sotto di lui. Calmata la frenesia di accoppiarsi con
lei avrebbe potuto dedicarle le attenzioni che meritava. Tutto sommato lei
pareva apprezzare quel ritmo, evidentemente il discorso della smania da
soddisfare valeva anche per la donna che assorbiva i suoi colpi aprendosi il più
possibile.
- Sei una
caverna! – le sussurrò lui in un orecchio – Se non inizi a contrarre un po’ il
ventre non sento più niente!
Marina provava la stessa
sensazione, anche lei quasi non sentiva più il membro, per altro di dimensioni
più che ammirevoli, dell’uomo dentro di se. Facendo forza sulle mani sistemò il
sedere proprio sull’orlo della scrivania poi si lasciò cadere sdraiandosi su di
essa. Aprendo le braccia sollevò pure le gambe sino a metterle sulle spalle
dell’uomo, quindi contrasse i muscoli del ventre dando così il segnale a lui di
tornare a muoversi. Ora il loro amplesso era più calmo, lento ed intenso, lui
usciva quasi completamente da lei per poi entrare e spingersi sino in fondo. Una
volta arrivato a premere i testicoli contro l’inguine dava ancora una serie di
brevi colpi uniformandosi alle contrazioni di lei. Stava pensando di unire la
stimolazione della mano sul clitoride alla penetrazione e cercava il modo di
raggiungerlo, senza compromettere la loro posizione, quando percepì un
cambiamento nel ritmo di lei. Fissò, allora, il viso della donna per cogliere i
segni di ciò che sospettava. Gli occhi serrati con forza e le labbra tese in uno
sforzo quasi insostenibile comunicarono l’imminenza dell’orgasmo e lasciavano
presumere anche un’intensità fuori dal comune. L’uomo cercò, allora, di seguire
come meglio poteva il ritmo di lei, dimenticando per un attimo il proprio
piacere. Non dovette penare a lungo, pochi istanti dopo vide il corpo della
donna scosso da un violento brivido prima di contrarsi tanto da arcuare la
schiena. La aiutò in questo afferrandola in vita, proprio sopra i glutei, per
sollevarle il bacino, quindi spinse ispirato da ciò che sentiva avvenire nel suo
ventre.
Quando finalmente, si lasciò
andare esausta anche lui si concesse una pausa, rimanendo però dentro di lei.
Attese che il tempo necessario rispettando il suo languore, concedendosi solo
dei lievi movimenti: trovava piacevole muoversi nel ventre di una donna subito
dopo un orgasmo tanto intenso, gli piaceva cogliere con il membro i cambiamenti
nell’interno del suo corpo, ascoltare la vagina chiudersi poco alla volta e
rilassarsi pur rimanendo tanto lubrificata.
Questa mossa non sfuggì a Marina
che gli domandò:
- Dove vuoi
svuotarti?
- Dentro di
te!
Nella tua
gola!
- Non qui?
– chiese lei indicando con la mano aperta sul ventre il luogo che intendeva.
- Prima mi
hai fatto impazzire con la bocca, vorrei riprovarlo!
Dopo questa frase lui uscì ed
offrì una mano a Marina per aiutarla ad alzarsi. La mise nuovamente seduta,
quindi, la fece scendere dalla scrivania per tornare sulla sedia. Assunta la
posizione iniziale le offrì il membro all’altezza delle labbra. Marina lo prese
con più passione questa volta, gli afferrò le natiche per trarlo a se in modo da
farsi penetrare sino in gola. Succhiò e leccò il membro scorrendolo in tutta la
lunghezza sino a farlo esplodere. Quando percepì tra le mani i glutei di lui
contrarsi lo ingoiò tutto lasciandolo eiaculare direttamente nella gola. Sperò
solo che non fosse un orgasmo troppo lungo, doveva respirare prima o poi, ma
intendeva realizzare il sogno di quell’uomo che era stato in grado
d’interpretare così bene la parte che gli era stata assegnata.
Appagati ed ansanti si
rivestirono. Marina salutò con un lungo bacio sulle labbra il compagno di quel
pomeriggio, lo fissò a lungo per imprimere nella memoria i tratti del suo viso,
in modo da poterlo riconoscere se lo avesse incontrato. Aveva apprezzato a fondo
le sue doti e sperava di poterlo trovare nuovamente sulla propria strada prima o
poi. Prima di uscire scrutò per un ultima volta quell’appartamento alla ricerca
di un segno che testimoniasse la presenza, anche occulta, dell’organizzatore di
quell’incontro; ma non trovò nulla.
Mentre si dirigeva verso la sua
automobile passò dinanzi al bar dell’appuntamento, per vedere se la sua guida
era ancora lì ad attenderla; ma anche qui nessuna traccia. Salì in auto e si
diresse felice verso casa. Nel tragitto controllò più volte i dettagli del suo
abbigliamento e verificò di continuo il viso riflesso nello specchietto, alla
ricerca di qualche cosa fuori posto e non giustificabile. Soddisfatta si preparò
a presentarsi al marito stanca per la lunga passeggiata in centro ed arrabbiata
per non aver trovato le scarpe che cercava.
“Già! Le scarpe!” pensò Marina.
Si fermò a lato della strada a pochi metri da casa per sostituire le scarpe con
il tacco alto con le altre basse che indossava quando era uscita. Ora era
davvero tutto perfetto.
Quattro giorni dopo ricevette un
semplicissimo messaggio che riportava solamente un luogo ed un ora, niente
altro: era il nuovo appuntamento con il suo regista. Sapeva che dopo questo ne
sarebbe seguito un altro con indicate le modalità ed eventualmente il tipo di
abbigliamento che doveva indossare. Constatò, soddisfatta, che l’orario non le
creava molti problemi poiché quello stesso giorno doveva accompagnare suo marito
all’aeroporto un ora prima dell’appuntamento. Da lì al luogo indicato non
occorrevano più di quarantacinque minuti di strada, le sarebbe restato un buon
margine per rifarsi il trucco.
Quando arrivò il secondo
messaggio, però, scoprì che le cose non erano mai facili come potevano apparire
all’inizio. In questo le si chiedeva d’indossare un abito elegante, leggero, e
corto tanto da apparire seducente ma con discrezione, di colore scuro e
attillato. Non specificava altro, nessun accenno al tipo di serata previsto.
Marina studiò diverse
possibilità, non poteva accompagnare il marito all’aeroporto agghindata in quel
modo, non avrebbe saputo trovare una spiegazione plausibile. Neppure aveva il
tempo di ripassare da casa a cambiarsi e l’idea di farlo per strada, magari in
un bar o in un negozio, non le piaceva. Molto semplicemente decise di indossare
quell’abito sotto di un altro più casto e ordinario, sarebbe stato semplice
sfilare via quello esterno, sostituire le immancabili scarpe e ritoccare il
trucco. L’unico problema rimaneva il reggiseno.
Sì, poiché l’abito sexy che
aveva pensato di vestire non prevedeva l’uso del reggipetto, mentre suo marito
avrebbe notato immediatamente il seno libero anche sotto due strati di vestiti.
Avrebbe dovuto sfilarsi anche quello una volta da sola. Per fortuna, pensò, non
le aveva chiesto una pettinatura particolare o gli stivali lunghi o qualsiasi
altra cosa difficile da mascherare.
Tutto si svolse come previsto.
All’ora programmata lasciò il
marito dinanzi all’ingresso dell’aeroporto, lo salutò teneramente e lo guardò
mente superava i primi controlli. Gli lanciò ancora un saluto agitando il
braccio sollevato, poi si voltò verso l’uscita. In quell’istante la sua
espressione mutò repentinamente, lo sguardo dolce e, al limite, sofferente per
il distacco si trasformò in uno freddo e deciso. Marina camminò veloce verso
l’auto, salì e avviò il motore. Durante il tragitto di andata aveva notato una
piazzola, ai lati della strada, dove gli arbusti erano sufficientemente alti e
densi da nascondere comodamente una persona agli altri automobilisti.
Si fermò in quel luogo bloccando
le gomme per un lungo tratto tanto andava veloce, con un occhio sull’orologio
aprì il bagagliaio e prese un piccolo telo e il sacco di plastica posato al suo
fianco. Corse nella macchia verde e stese il telo in terra, in quel momento
pensò che se qualcuno l’avesse vista fermarsi e correre avrebbe, senza dubbio,
pensato ad un impellente ed improvviso, nonché improrogabile, bisogno
fisiologico. Sorrise mentre si sfilava l’abito esteriore e con i piedi scalciava
le scarpe. Tentennò in equilibrio su di un piede solo mentre l’altro s’infilava
nella scarpa dal tacco alto, fece per appoggiarsi ad un ramo ma bloccò la mano a
metà strada.
Spine! Lei nutriva un odio
profondo verso tutti gli arbusti spinosi; probabilmente dal giorno in cui, da
piccola, era caduta in un rovaio. Temeva e detestava quelle piante e tutto ciò
che era spinoso, se qualcuno le regalava delle rose rischiava di ritrovarsele
appoggiate sulla testa in malo modo, spinte da sufficiente energia cinetica.
Rabbrividì mentre ritraeva la
mano, quindi si costrinse a rallentare i suoi movimenti per non rischiare di
cadere. Con calma infilò pure l’altra scarpa poi, sfilò le spalline dell’abito
calandolo sino in vita e si tolse il reggiseno riponendolo nel sacchetto delle
scarpe. Sistemò nuovamente l’abito al suo posto. Ora, senza reggiseno sentiva
meglio, il serico tessuto che scivolava sul seno, le dava una piacevolissima
sensazione eccitante. Raccolse la sua roba e tornò verso la macchina, sistemò
tutto nel bagagliaio quindi partì in direzione della città.
Arrivo sul luogo
dell’appuntamento in perfetto orario, come sempre. Si guardò intorno ma della
sua guida neppure l’ombra. Attese nei pressi dell’auto come le era stato
indicato; sul momento non pensò che proprio quella via era frequentata dalle
prostitute e dai loro clienti. Anzi, era il luogo in cui lavoravano le più belle
ragazze dedite a questo mestiere, sempre giovani, eleganti e molto, molto, care!
Realizzò dove si trovava e
l’immagine che dava di se nel momento in cui si fermò, al suo fianco, una
lussuosa berlina inglese. L’uomo al volante, dopo aver abbassato il finestrino,
la salutò con garbo e le domandò se era libera. Subito Marina visualizzò il
solito marpione in cerca d’avventura, poi capì bene cosa intendeva e capì che
era in cerca di una prostituta per la notte. Gli spiegò molto educatamente che
lei non lavorava lì ma era semplicemente in attesa di un amico. L’uomo la guardò
con aria ironica poi le consigliò di cambiare luogo di appuntamento la prossima
volta.
Marina prese il cellulare per
controllare ancora una volta l’ultimo messaggio ricevuto dal suo amante: non
c’erano dubbi, il luogo era proprio quello e lui chiedeva di aspettarlo fuori
dalla macchina. Cosa aveva in mente questa volta?
Intendeva forse farla
prostituire?
Il gioco che la sua mente malata
di trasgressione aveva immaginato prevedeva questo?
Non sapeva rispondersi. Nel messaggio oltre al luogo e
l’ora non c’era altro. Se lui avesse desiderato che lei accettasse le proposte
di uno sconosciuto di passaggio certamente lo avrebbe specificato. Restò lì in
attesa, vedendo passare molti uomini in cerca di compagnia, qualcuno di questi
si fermava vicino a lei e le domandava, ognuno a suo modo, quanto voleva,
qual’era il suo prezzo. Marina si sentiva sempre più umiliata e preoccupata. Se
passava qualcuno che la conosceva non avrebbe saputo spiegare la sua presenza in
quella via e vestita in quel modo così sexy; al contempo un’incerta forma di
esaltazione iniziava a diffondersi dentro di lei quando notava il numero di
possibili clienti che si fermava da lei in confronto a quello che avvicinava la
ragazza dopo l’incrocio. Le ragazze che frequentavano quella via erano tutte
alquanto carine oltre che giovanissime, di certo qualcuna era molto più
avvenente di lei; però gli uomini si fermavano spesso per cercare di adescarla.
Questo stava ad indicare che nonostante i trent’anni passati era ancora una
bella donna, desiderabile tanto da spingere un uomo a pagarla.
Forse era questo l’intento del
suo maestro quando le aveva dato indicazioni precise sul luogo e le modalità
d’attesa.
Marina era felice per quanto
aveva intuito ma il tempo passava e lui non si faceva vedere. Era uscita di casa
con il preciso intento di passare una notte di sesso e non aveva intenzione di
rinunciarvi. Forse lui la stava osservando, anzi di certo spiava le sue mosse ed
il suo comportamento nascosto in qualche luogo. Inutile tentare di scoprirlo,
sapeva quanto era abile nel camuffarsi in quelle occasioni. Però aveva voglia di
sesso! Decise che se non si fosse fatto vivo da lì a dieci minuti avrebbe
accettato la compagnia del primo uomo passabile che si fosse fermato da lei.
Solo il pensiero di darsi ad un
uomo in cambio di denaro, la consapevolezza che qualcuno sarebbe stato disposto
a pagarla per le sue prestazioni sessuali, la stava eccitando. Percepì
immediatamente i capezzoli premere contro il tessuto dell’abito, ogni sua minima
mossa si trasformava in una sensualissima carezza al seno. Abbassò lo sguardo
per valutare quanto si notassero la loro erezione e si sconvolse per ciò che
vide: il suo corpo era un faro che irradiava desiderio.
Convinta del suo proposito si
avvicinò di più alla strada mettendosi bene in mostra, era decisa e nulla
l’avrebbe fermata se non lo squillo del suo telefono.
Rispose prontamente alla
chiamata: era lui.
Le diede un nuovo appuntamento
pregandola di fare presto. Marina salì in macchina e, a malincuore, lasciò
quella via. Mentre guidava in direzione del centro ripensò a quanto aveva deciso
di mettere in pratica. Era ancora eccitata e l’idea di prostituirsi, almeno una
volta nella vita, continuava a solleticare la sua fantasia. Sapeva che il giorno
dopo, a mente fredda, quei pensieri le sarebbero parsi per quel che erano: una
sciocchezza. Ma in quel momento non riusciva a pensare ad altro. Quella notte il
suo amante doveva davvero inventarsi qualcosa di speciale per soddisfarla; dopo
aver raggiunto e superato la barriera mentale che le avrebbe consentito di
prostituirsi Marina, ora, necessitava di un gioco ancora più trasgressivo del
solito, una trasgressione tanto perversa da farle dimenticare quella che aveva
appena sognato di realizzare da sola. L’abitudine ad aggiungere sale alle
pietanze conduce a percepire come insipido anche il manicaretto più saporito: la
sua guida continuava ad aggiungere sale nei loro incontri!
Quando raggiunse il nuovo luogo
d’incontro lui la stava aspettando in apparente ansia.
- Eccoti,
finalmente!
Sbrighiamoci
che stanno per iniziare! – disse lui a mo’ di saluto.
- Iniziare
che? – domandò Marina, abituata ai modi spicci di lui in determinate occasioni.
- La
conferenza!
- La che …?
– domandò ancora lei.
Marina non attese risposta,
segui lo sguardo dell’uomo sino a collimare il suo sul manifesto, appoggiato
contro il muro del palazzo, che reclamizzava il XII° simposio sulle influenze
Eleuse nel pensiero dei neopitagorici dalle origini ad oggi.
Sul momento pensò ad uno
scherzo, il luogo di quell’appuntamento era stato scelto per farle credere che
lui veramente intendesse portarla lì dentro, poi capì che non stava affatto
giocando quando le cinse la vita e la guidò verso l’ingresso. Marina era troppo
stupita per permettere alla rabbia, nata dalla delusione, di dar voce alla lunga
serie d’improperi che stava immaginando; quindi seguì l’uomo rassegnata.
“…e nella Demetra greca si
può forse riconoscere l’Iside egizia?
I Greci ammettevano la sua
origine straniera. Non ci soffermeremo sul complesso problema storico, peraltro
mal dibattuto in passato, circa la provenienza di questa Dea-Madre, ovvero se
sia giunta dall’Asia minore e dalle sponde dravidiche, oppure se abbia
intrapreso una deviazione passando per la valle del Nilo: in effetti, avrebbe
potuto seguire entrambe le vie…”
“Allucinante! Semplicemente
delirante!”
Marina era seduta nella sesta
fila alla destra del suo amante ed ascoltava, passiva, il discorso iniziale
d’apertura dei lavori con malcelata indifferenza e ripeteva di continuo, nella
mente, quella filastrocca per calmarsi. La sua rabbia era nata dalla delusione.
Si aspettava, e desiderava, un incontro immediatamente focoso, una bacio da
togliere il respiro e una corsa verso il luogo in cui si sarebbero accoppiati.
Invece la stava costringendo a sopportare quella conferenza di cui non le
importava nulla.
D’un tratto percepì qualcosa
appoggiarsi sul suo fianco destro, un tocco lieve ma quasi spudorato
considerando che tendeva ad avvicinarsi al seno. Voltò lo sguardo in quella
direzione e solo in quel momento s’avvide della presenza di un uomo giovane e
molto carino, dallo sguardo intenso e provocante. Marina lo studiò per un lungo
istante, durante il quale il giovane bloccò la sua mano, poi si voltò verso il
suo uomo, senza dir nulla al ragazzo, e vide che lui stava inviando messaggi con
gli occhi all’altro. In quell’istante Marina comprese che il gioco era in pieno
svolgimento. Si lasciò quindi toccare da quello sconosciuto facilitandolo. Si
sistemò appoggiando il peso su di un fianco, in modo da guardare il suo uomo ed
esporre il sedere verso l’altro. Mentre fissava gli occhi del suo amante
percepiva le delicate carezze dell’altro. Il luogo era stranamente affollato,
considerato l’argomento, e la stanza perfettamente illuminata; non poteva, suo
malgrado, ricevere delle carezze più esplicite.
Marina leggeva negli occhi del
suo uomo la sua stessa eccitazione e rivedeva in loro la luce che emanavano i
suoi: impazziva per questa loro profonda unione e intesa.
Il giovane continuava ad
accarezzarla tentando d’intrufolarsi sotto la corta gonna, aveva già avvertito
le autoreggenti attraverso il tessuto ed aveva indugiato parecchio sul loro
confine, ma non poteva andare oltre senza correre il rischio di farsi notare.
Il discorso introduttivo ai
lavori durò quasi un ora, per tutto quel tempo Marina fu torturata dal
desiderio; si sforzava di apparire interessata a quei discorsi nonostante le
continue occhiate che lanciava alternativamente al suo uomo ed al ragazzo.
Quando, finalmente, l’oratore concluse invitando l’assemblea a spostarsi nelle
sale attigue, dove una piccola esposizione di manufatti avrebbe consentito di
approfondire il tema trattato, Marina agilmente si alzò e disse al suo uomo:
- Ora o mai
più!
- Vieni con
me! – disse lui
Il messaggio di Marina stava ad
indicare la sua disponibilità ad essere messa al centro delle attenzioni di due
uomini. Da sempre la sua guida aveva tentato d’indurla in questo gioco ma lei
aveva ogni volta declinato l’offerta. Era disponibile ad ogni tipo di
accoppiamento con lui, poteva darsi ad uno sconosciuto, se lui lo desiderava, ma
non se la sentiva ancora di provare il piacere di due uomini o di dividere il
suo con un'altra donna. In quel momento, grazie al lungo gioco di seduzione ed
eccitazione, dopo essere stata spinta a sognare una trasgressione più intensa
del solito, si sentiva pronta.
Lui la prese per mano e la guidò
nella direzione opposta al flusso dei partecipanti, tornano nell’androne del
palazzo e salirono le scale sino al primo piano dove entrarono in un piccolo
appartamento arredato con gusto; chiaramente la casa di un single a giudicare
dalla scarsità dei suppellettili. Marina si domandò come riuscisse lui a trovare
sempre un luogo nuovo dove incontrarsi, non le era mai capitato farlo nel
medesimo posto.
Appena entrati lui chiuse la
porta a chiave, poi si rivolse a lei per domandarla ancora una volta:
- Se
sicura?
Te la senti?
… lo vuoi
veramente?
- Sì! –
rispose lei con il cuore in gola.
Lui si avvicinò per cingerle la
vita, quindi la baciò violandole finalmente le labbra con la lingua. Marina si
lasciò prendere completamente da quel bacio, abbandonò ogni pensiero
concentrandosi sulle labbra e sulla lingua che si muoveva in lei. Quando percepì
altre mani sul corpo ebbe un lieve sussulto e spalancò gli occhi cercando quelli
del suo uomo per ricevere da lui la forza di andare oltre, poi, soddisfatta li
richiuse e lasciò che i due uomini giocassero con lei.
Venne spogliata con dolcezza
dall’unione delle loro forze: mentre quello dietro di lei apriva l’abito, quello
davanti lo faceva scivolare ai suoi piedi. Marina rimaneva passiva e concentrata
sulle sensazioni che riceveva mentre, con gli occhi, cercava oltre alla forza
anche il consenso del suo uomo.
Rimasta con solo gli slip, le
calze e le scarpe indosso, offriva il pieno spettacolo del suo corpo agli
uomini. Colui che lei si ostinava a definire la sua guida, le stava innanzi e,
con un dito, seguiva il contorno del seno salendo, a volte, sino a sfiorarle la
gola. L’altro le accarezzava i fianchi, fermandosi sul limite della biancheria.
Marina respirava sommessamente, quasi avesse timore di rompere quell’incanto
fatto di innumerevoli e dolci coccole. Le piaceva sentire quelle mani che
l’accarezzavano con rispetto, scivolavano sulla pelle senza premere troppo e
senza oltrepassare quei limiti immaginari oltre i quali sarebbero diventate
audaci e sfrontate. Però iniziava desiderare qualcosa di più, un tocco in grado
di stimolare i sensi oltre la semplice tenerezza.
Come se riuscissero a leggere il
suo pensiero, le mani del ragazzo alle sue spalle salirono verso il seno per
afferrarlo e stringerlo. Marina emise un gemito e si lasciò cadere all’indietro
per appoggiarsi al ragazzo; sentiva, ora, il membro del giovane, completamente
eretto, premere sui suoi glutei con forza anche attraverso i calzoni. Decisa a
segnalare le sue intenzioni si mise a muovere il sedere contro di lui seguendo
delle orbite lente e sinuose; capì che il messaggio era stato recepito da come
il giovane iniziò a palparle il seno. Durante questa operazione aveva tenuto gli
occhi chiusi, dimenticandosi, per un attimo, che non erano soli, quando li aprì
vide il suo uomo in procinto di inginocchiarsi ai suoi piedi. Sul momento non
comprese le sue intenzioni, ma appena percepì due mani appoggiarsi sull’elastico
degli slip comprese. Spinse, allora, in avanti il pube in modo da favorire il
suo uomo nell’impresa di denudarla completamente, ma lui le lasciò gli slip
all’altezza delle ginocchia per avvicinare il viso alla vulva ed insinuare la
lingua tra le labbra. Marina trattenne a stento un urlo quando la bocca del suo
uomo risucchiò il clitoride tra le labbra, una fitta di piacere partì da lì per
espandersi il tutto il corpo tanto da renderla instabile sulle gambe. Il ragazzo
la sostenne con le mani sempre strette sul seno mentre lei tentava di aprire le
gambe all’altro. Non era una posizione tale da consentirle di ricevere sin dove
voleva la lingua del suo uomo, mentre godeva, soffriva per il desiderio non
realizzato. Era dibattuta nel dubbio di lasciare ai due uomini la conduzione del
gioco o se passare lei alla direzione e guidarli in modo da ottenere il massimo
piacere possibile, ma trovandosi per la prima volta in quella situazione esitava
ad agire.
Fu il giovane a prendere
l’iniziativa: lasciò scivolare le mani dal seno verso il basso, sino a cingerle
nuovamente la vita, quindi la sollevò e con dolcezza la trascino verso il
divano. Marina lo seguì camminando all’indietro, senza guardare dove la stava
portando e senza preoccuparsi d’intuire le sue intenzioni.
Lui si sedette e la guidò in
modo da farla accomodare sulle ginocchia, quindi la posizionò con il sedere
premuto contro il membro e la premette forte contro di se mentre con le
ginocchia la induceva ad aprire le gambe. Marina seguì gli ordini silenziosi del
giovane senza mai staccare lo sguardo dal suo uomo. Si rese conto in quel
momento di essere l’unica completamente svestita, sia il ragazzo che la sua
guida avevano ancora tutti gli abiti addosso. Con un gesto richiamò l’uomo
vicino a lei, attese che lui si posizionasse, quindi gli afferrò la cintura dei
pantaloni per slacciarla. Velocemente apri pure la patta e gli calo le braghe.
Continuando a strofinare il sedere contro il membro del ragazzo armeggio con i
boxer dell’altro sin che riuscì a conquistarne il membro. Appena lo prese in
mano lo strinse soddisfatta, lo ammirò da vicino poi aprì la bocca mentre si
chinava verso di lui e lo ingoiò a fondo. Aspirò con forza mentre lo faceva
scivolare tra le labbra sino a strappare un lungo gemito di piacere al suo uomo.
Lo fece entrare ed uscire più volte dalla bocca, lo stimolò con la lingua sin
che non ritenne di averlo eccitato a sufficienza, allorché si sollevo dal
ragazzo per scivolare sulle ginocchia innanzi al suo uomo. Durante questa
operazione riuscì ad ordinare al giovane di spogliarsi e di tornare in quella
medesima posizione.
Detto questo non si curò più di
lui, dedicò tutta l’attenzione al suo maestro dando fondo al suo vastissimo
repertorio di aspirazioni, succhiamenti, giochi di lingua, di labbra e di denti.
Portò l’uomo più volte sull’orlo dell’orgasmo ed ogni volta lo teneva lì, in
bilico, sin quando lo sentiva nuovamente rilassarsi. Intendeva farlo godere ma
non esplodere, voleva il suo seme dopo, quando lo avrebbe ricevuto insieme a
quello del giovane.
Finalmente il ragazzo era
tornato al suo posto sul divano, Marina lo capì da come le stava accarezzando la
schiena. Sollevando gli occhi verso il suo uomo lasciò uscire lentamente il
membro dalla bocca mentre si sollevava per tornare a sedersi sul giovane. Era
decisa ad accogliere nel ventre il ragazzo, e voleva farlo mentre guardava negli
occhi il suo amante. Sapeva, o almeno supponeva, che le volte in cui l’aveva
spinta tra le braccia di un altro, lui era presente all’amplesso, ma non lo
aveva mai visto. Ora intendeva scoprire quale fosse la sua espressione mentre
lei si faceva penetrare da un altro uomo.
Si sistemò sul giovane
volgendogli la schiena, quindi portò il sedere sin contro il membro ma era
troppo arretrato per consentirle di unirsi a lui. Marina, allora, si posizionò
nel punto esatto ed invitò il giovane a farsi avanti. Lo sentì scivolare tra le
sue gambe sin che percepì le sue mani divaricare le labbra della vagina e
guidare il pene in posizione, allora scese su di lui. Era molto eccitata ed il
membro scorreva in lei senza alcuna difficoltà, come lo sentì ben allineato
sollevò il viso in direzione del suo uomo quindi scese, lentamente, sino in
fondo. Accolse tutto il pene del giovane nel ventre, non paga, aprì ancora di
più le gambe in modo da guadagnare qualche millimetro, quindi si contrasse il
ventre in modo da sentirlo al meglio. Fece tutto questo sempre fissando negli
occhi il suo maestro. Era rapita dal suo sguardo tanto acceso ed eccitato da
spingerla a compiere delle azioni che mai si sarebbe immaginata di attuare.
Prese a muoversi sul giovane,
salendo e scendendo in modo da scorrere tutta l’asta del pene. Le piaceva
sentirlo entrare in lei e si eccitava nel farlo sotto lo sguardo attento del suo
uomo. Stava provando un forte piacere nonostante non ricevesse altro stimolo da
quello.
“Adesso lo dovrei succhiare a
lui!” pensò.
Invitò il suo amante a farsi
avanti sino a porgerle nuovamente il pene all’altezza della bocca. Appena riuscì
ad afferrarlo con una mano lo ghermì con forza e se lo guidò verso la bocca. Ora
si trattava di riuscire a combinare i due movimenti senza per questo perdere un
solo istante del proprio piacere. Per Marina fu più semplice di quanto sperasse,
lasciò che fosse l’istinto a guidarla in quel duplice accoppiamento: saliva e
scendeva sul ragazzo stringendo la vulva contro il suo membro in modo da
percepirlo al meglio e succhiava e leccava il pene del suo uomo. Si accorse di
muovere la lingua in base alle sensazioni che riceveva da sotto, più erano
intense più piacere dava al suo uomo. Dentro di lei i pensieri nascevano in
rapida sequenza e si miscelavano tra di loro caoticamente, non era in grado di
seguire ed apprezzare sino in fondo tutte le sensazioni che provava; si sentiva
piacevolmente eccitata, spudorata, disinibita, oscena ed immorale, decisamente
lasciva e profondamente “vacca”. Quel termine aveva il potere d’eccitarla
ulteriormente, le piaceva ripeterselo in tutte quelle occasioni in cui superava
il limite della sua perversione sessuale. La sua educazione le imponeva
d’evitare l’uso d’espressioni così forti, ma era questa ulteriore violazione
alla norma ad aggiungere un altro pizzico di condimento nella gustosa pietanza
della trasgressione. Mentre seguiva i suoi pensieri aveva preso a muoversi in
modo sempre più efficace, sia per lei che per i due uomini. Sentiva i loro
membri gonfi all’inverosimile e pronti ad esplodere in lei; il ragazzo la
stringeva forte sui fianchi nel vano tentativo di limitare l’escursione delle
anche, ed il suo uomo seguiva in controtempo le oscillazioni del viso per
ridurre lo stimolo ricevuto dalle labbra.
Marina non si era mai sentita
così “femmina”; stava gestendo al meglio il piacere di due uomini ed era padrona
delle loro sensazioni. La consapevolezza di tutto il potere che teneva in mano,
per modo di dire, l’esaltava al punto di far passare in secondo piano lo stimolo
fisico rispetto all’orgasmo psichico che stava raggiungendo per la prima volta
nella sua perversa storia. Il piacere montava costante ed inesorabile,
guidandola nei movimenti. Si rese conto dell’effetto che avevano queste mosse
sul ragazzo nell’istante in cui lui tentò di sollevarla per allontanarla da se
per non eiacularle dentro. Marina, però, nutriva il desiderio di sentirlo
pulsare nel ventre, quindi si premette con forza contro di lui, spingendo in
modo da farlo entrare completamente nel ventre. Il ragazzo non riuscì più a
controllarsi e venne dentro di lei. I gemiti del giovane uniti le sue pulsioni
spinsero Marina oltre la soglia dell’orgasmo. Colse, dapprima, un flebile
piacere nascere lento nel profondo del ventre, localizzato proprio nel punto
dove percepiva il seme del ragazzo allargarsi in lei; poi, questo piacere,
iniziò a crescere in modo esponenziale, senza un solo cedimento, senza tregua,
senza alcuna pietà. Marina voleva urlare il suo godimento ma il pene del suo
uomo, profondamente introdotto nella gola, non lo consentiva. Aveva perso ogni
contatto con la realtà, esisteva solo il piacere, nella sua forma più pura, del
tutto scollegato dalla situazione o dagli stimoli che lo avevano generato.
Il tempo non aveva più alcuna
importanza. Quando un barlume di lucidità si fece spazio nella sua mente non
riuscì a determinare la durata temporale del suo orgasmo. Spostò l’attenzione al
basso ventre n