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racconti erotici di Rupescissa

racconti erotici : Piccoli segreti
Posted by Rupescissa on 2011/1/20 13:06:34 (14980 reads)

- Avanti! Adesso togliti tutto… ma tieni le calze e le scarpe. Mi piaci se rimani con le calze addosso!

Click to see original Image in a new windowCamminava lenta ascoltando, con attenzione, il rumore dei suoi tacchi sul lastrico dei portici nella via più mondana della città. Quel ticchettio costante e ritmato la faceva sentire sexy, spudorata, sensuale e micidiale; lasciava le anche libere di ondeggiare controllandone solo l’ampiezza di quel tanto sufficiente a non apparire volgare. Il tailleur verde chiaro, un colore in grado di farsi notare ma non appariscente, lo aveva scelto per come sottolineava la figura del suo corpo; aderiva alla pelle nei punti giusti e svolazzava la dove era bene eccitare la fantasia degli uomini. Sentiva il tessuto seguire la forma delle natiche e sapeva quanto segnasse il sottile filo dello string che indossava. Tutto era stato calcolato nei minimi dettagli, dal vestito alla pettinatura, dal trucco alle scarpe senza dimenticare, naturalmente, la biancheria. Ad un primo esame sommario poteva apparire come una normalissima bella donna che si sta occupando degli affari suoi in giro per la città, ma notando i particolari era impossibile non provare una forte attrazione sessuale per lei. Non era il vestito, corto ma non troppo, ad attirare l’attenzione ma il suo modo di muoversi. Quando era uscita da casa, quel pomeriggio, aveva salutato il marito con un bacio sulla guancia quindi, con movimenti rapidi e decisi, quasi robotica, aveva preso la borsetta, cercato le chiavi dell’auto, inforcato gli occhiali da sole e si era avviata con passi lunghi verso la porta, lanciando ancora un saluto prima di uscire. La trasformazione era avvenuta appena chiusa la portiera dell’auto, fu sufficiente sciogliere i capelli e ravvivarli, passare sulle labbra un rossetto di un colore provocante, un tocco di rimmel sulle ciglia e sostituire le scarpe a tacco basso con quelle preventivamente lasciate dietro il sedile del passeggero; il resto era perfetto. Marina constatò, piacevolmente soddisfatta, l’effetto nello specchietto di cortesia sul parasole mentre pensava a quanto fosse facile cambiare aspetto con dei piccoli accorgimenti, alla semplicità con cui aveva illuso suo marito e, tra poco, eccitato il suo amante. Lo stesso vestito, la medesima biancheria (questa lui non l’aveva vista), l’identico profumo, la stessa donna, potevano lanciare messaggi di natura opposta nel medesimo istante, semplicemente modificando l’espressione del viso o i movimenti del corpo.

S’avviò verso il centro città. Guidava con calma nonostante sentisse come una pressione allo stomaco, sintomo d’ansia, che la incitava a correre di più. Non voleva, però, perdersi i dettagli di quella sensazione che spesso anticipava l’eccitazione totale dei sensi. Sapeva, o credeva di sapere, cosa l’aspettasse; quindi era decisa a non correre. Guardò l’orologio e si rilassò: era in perfetto orario, non rischiava di giungere in ritardo anche in caso di difficoltà nel trovare un posteggio per l’auto.

Infatti, era riuscita a trovare posto proprio nella grande piazza con il monumento equestre posto al centro, a pochi metri dal locale dove sapeva d’essere attesa. Si soffermò per un istante ad osservare i palazzi ed i portici di contorno che risaltavano nella luce brillante di quel pomeriggio ventoso. la brezza insistente aveva spazzato via la solita cappa d’umidità e la città risplendeva nei suoi colori naturali sotto la cornice dell’arco alpino, uno spettacolo raro che aveva potuto ammirare mentre scendeva verso il centro dalla sua casa nella prima collina della città. Sono quelle giornate che ben dispongono l’animo e permettono ai sensi di accorgersi della primavera.

Marina chiuse l’auto e s’avviò verso i portici: li percorse con calma, controllando il respiro, non voleva apparire troppo eccitata per quell’incontro, intendeva mantenere l’immagine di serena sensualità e sicura sessualità che si era creata precedentemente. Prima di entrare nel bar posto quasi all’angolo della piazza, deviò dalla sua rotta quel tanto sufficiente a consentirle di posare il piede sui genitali del toro in ottone incastonato nel selciato. Gesto che, come tradizione vuole, porta bene!

Varcò la soglia del Caffè e, subito, cercò lui. La penombra, dopo la luce intensa, non le consentì di riconoscere gli avventori per un istante, poi lo vide! Seduto innanzi ad un tavolino d’angolo nel margine destro in fondo alla sala, appariva come un normalissimo avventore che cercasse un attimo di tregua e di relax nella logorante giornata. Teneva in mano la tazzina di caffè e, nell’altra, una copia del quotidiano locale; leggeva con apparente interesse le notizie ma, ad un esame più approfondito, si notavano i suoi occhi scrutare di continuo l’ingresso. Quando la vide s’illuminò per un istante poi tornò serio e assorto nella sua lettura. Marina attraversò il locale nella sua direzione camminando normalmente, poi percorse gli ultimi metri che la separavano da lui muovendo tutto il suo corpo con una grazia tale da strappare sorrisi ammirati a tutti coloro che aveva intorno.




- Ciao! – lo salutò

- Ciao – rispose lui con il tono con cui si saluta una vecchia amica



Le fece segno di accomodarsi, quindi piegò il giornale e sollevò, discretamente, una mano in direzione del cameriere. Quando fu certo d’essere visto dispiegò l’indice indicando il numero uno.

Poco dopo giunse al tavolo un altro caffè per Marina. Non si erano detti nulla nel frattempo, solo gli occhi si erano incrociati più volte lanciandosi messaggi in un linguaggio noto solo a loro.

Marina prese la tazzina e sorseggiò il liquido caldo e forte, poi domandò:



- Cosa mi hai preparato oggi?

- Vedrai! – fu la sua risposta.

- La tua fantasia non ha limiti… non deludermi mai! – aggiunse lei terminando con un sospirato – Ti prego!

- Non ti deluderò! E lo sai, per questo sei qui!

- Sei molto sicuro di te! – sottolineò Marina – È questo che mi piace… e che mi eccita!



Lei diede un intonazione particolare all’ultima frase rimarcando il concetto di eccitare. Voleva fargli capire che era già pronta, eccitata, schiava del desiderio, e non poteva attendere oltre.

Lo sguardo, il tono della voce, la posizione delle mani o il modo di muoversi; solo uno di questi indicatori era sufficiente a lui per capire lo stato d’animo di Marina, se poi analizzava l’insieme dei suoi messaggi riusciva pure ad intuire quale perversa fantasia impegnasse il suo cervello in un dato momento. Era questa grande intesa, o meglio sarebbe dire il dono esclusivo di lui nel comprenderla a fondo, alla base della loro storia.

Marina si stava chiedendo cosa avesse in mente l’uomo che le stava seduto innanzi, qual’era il programma di quel pomeriggio, cosa fosse riuscito ad organizzare per stimolarla, eccitarla e farla godere. Tentava di carpire dal suo sguardo un indicazione, di cogliere un indizio dai movimenti delle mani o dall’espressione delle labbra; ma era inutile: lui rimaneva sorridente ed impassibile, nulla lasciava intendere il gioco in atto tra loro. Giunta, ormai, al limite della sopportazione fece per abbozzare la domanda fatidica ma lui l’anticipò, dimostrando ancora una volta di saper leggere il suo corpo con la stessa facilità mediante la quale leggeva il quotidiano su cui appoggiava il gomito.



- Lo vedi quell’uomo seduto al tavolo vicino alla colonna di destra?

Quello quasi alle mie spalle! – le domandò lui con aria d’intesa.

- Sì, lo vedo! – rispose Marina mentre tentava d’osservare nella direzione indicata senza farsi scorgere.

- Bene, tra poco si alzerà per uscire dal locale… tu lo seguirai!

Lo pedinerai, stando bene attenta a non farti scorgere!

Capito? – Spiegò lui.

- Sì!

Poi cosa devo fare?

- Nulla!

Seguilo e basta! Devi solo fare questo! – sottolineò.

- Ok! Si sta alzando ora!

Vado!



Lui non aggiunse altro, osservò Marina attendere che l’uomo oltrepassasse il loro tavolo per alzarsi ed iniziare il pedinamento; quindi chiamò il cameriere e pago il conto, piegò con cura il giornale e controllò di non aver scordato il pacchetto di sigarette sul tavolo, ed uscì anche lui.

Intanto, Marina, stava seguendo l’uomo indicatole tenendosi a distanza, occultata tra la gente che sempre affollava quella zona centrale e commerciale della città. Non lo perdeva mai di vista e ringraziava il fatto che lui camminasse lentamente, se avesse accelerato il passo lei non sarebbe riuscita a tenergli dietro a causa dei tacchi altissimi che indossava. Aveva già pensato, in caso di necessità, di togliersi le scarpe; però, sino ad ora, riusciva a mantenere una distanza costante da lui. Dentro di sé sentiva nascere ed espandersi in tutto il corpo una serie di piacevolissime sensazioni. Si sentiva eccitata non tanto sessualmente ma da ciò che stava facendo: il seguire un uomo sconosciuto per le vie della città le dava delle emozioni che non pensava di provare così facilmente. Forse, pensò, era il gioco in atto ad eccitarla tanto. Non sapeva se quell’uomo era coinvolto in questo gioco o se fosse solamente una vittima casuale, ma era decisa ad andare sino in fondo per godere appieno di quegli stimoli.

Improvvisamente l’uomo si fermò ad un edicola per fare acquisti. Marina, colta quasi di sorpresa, stava per avvicinarsi troppo a lui ma riuscì a fermarsi innanzi ad una vetrina e simulare un certo interessamento verso gli articoli esposti. Appena lui si allontanò, lei riprese il suo tallonamento. Quando l’uomo svoltò in una via laterale e meno affollata, Marina lasciò che la distanza tra loro aumentasse. Lo seguì nelle successive svolte senza notare, a causa della sua eccitazione, che stavano tornando indietro verso la zona del caffè da cui erano partiti.

L’uomo varcò deciso la soglia di un antico palazzo, il portone era aperto e Marina quasi si mise a correre per non perderlo nel suo interno; riuscì giungere in tempo per notare un ombra che svoltava nello scalone di sinistra: la seguì. Aveva il cuore che batteva veloce per l’emozione, temeva di farsi scoprire a causa del rumore delle pulsazioni; camminava stando ben attenta a non battere i tacchi delle scarpe e scrutava ad ogni passo dove posava il piede. Questo, però, le fece perdere le tracce dell’uomo; l’aveva visto, o meglio credeva di averlo visto, svoltare da quella parte ma ora non ve ne era più traccia. Finalmente percepì il rumore di una chiave che girava in una serratura provenire dal primo piano del palazzo: s’incamminò in quella direzione. Orami non si chiedeva più in cosa consistesse il gioco, era troppo eccitata da quell’inseguimento per non voler andare sino in fondo.

Raggiunse il primo piano e si fermò ad osservare le cinque porte che si aprivano su quel pianerottolo, nessuna di esse le forniva il minimo indizio, pensò quindi di avvicinarsi per origliare su ciascuna di loro in modo da scoprire qualcosa di più. Dalla prima porta non veniva alcun rumore così come dalla seconda, appoggiò allora l’orecchio alla terza ma, proprio in quell’istante questa si aprì.

Una mano, forte e determinata, l’afferrò per l’avambraccio e la trascinò all’interno. Marina cacciò un urlo che le venne soffocato in gola dall’altra mano.



- Così mi seguivi?! – più che una domanda era un’affermazione

- Io……. – tentò di parlare lei

- Perché mi seguivi?

Per chi lavori?

- Io non la stavo seguendo! – tentò di giustificarsi lei

- Balle, ti ho notata sin da dentro il bar – affermò l’uomo mentre la trascinava per spingerla su di una sedia.



Marina cadde di peso sulla poltroncina, in quel momento vide finalmente il viso dell’uomo: era proprio quello che aveva ricevuto l’ordine di seguire. In quel momento capì d’essere entrata nel pieno svolgimento del gioco e si rilassò quel tanto sufficiente da farle notare che si trovava in un ufficio. Mentre il suo sguardo tornava sicuro di se si permise d’osservare qualche dettaglio: intanto che l’uomo la fissava torvo lei notò la video cassetta appoggiata sul tavolo, era quella acquistata poco prima in edicola e si trattava di un film pornografico dal titolo “Violenza in ufficio”. In quel momento sentì un brivido gelato scorrerle sulla schiena. Forse il gioco non prevedeva che lei seguisse sino in fondo quell’uomo, e forse quell’uomo non era complice dell’altro. Se così era si trovava in una brutta situazione. Stava per accennare una spiegazione all’uomo ma questo aveva già afferrato un paio di forbici dal tavolo e le stava impugnando minaccioso.



- Allora!

Perché mi seguivi? – disse avvicinando l’arma a lei.

- Lo sai! – disse Marina decisa a seguire il gioco qualunque risvolto avesse preso

- Certo che lo so! – disse lui mentre un lampo di malizioso divertimento rompeva l’espressione dura che tentava di mantenere.



Marina ebbe in quel momento la conferma dei suoi sospetti: il gioco prevedeva che fosse “violentata” da uno sconosciuto in quel posto. Decise di subire quella violenza anche se, ormai, era tanto eccitata da far rischiare a lui d’essere violentato. Chiuse gli occhi e si concentro per un istante, il tempo necessario ad entrare del tutto nella parte e cancellare ciò che la sua razionalità aveva intuito. Lasciò libero l’istinto e si ritrovò davvero a temere quell’uomo armato di forbici innanzi a lei.

Lui stava parlando ma lei aveva perso l’inizio del discorso smarrita nei sui pensieri, quando focalizzò l’attenzione su di lui notò che si era aperto i calzoni e stava estraendo il membro semi rigido.



- Succhia! – le ordinò mentre le offriva il pene ed appoggiava alla sua gola la punta delle forbici.



Marina aprì la bocca e si lasciò penetrare, era limitata nei movimenti dal metallo pungente che sentiva premuto sulla pelle ma s’impegnò a dare il meglio di se. Lui grugniva mentre il membro gli si ingrossava tra le labbra e spingeva sempre di più. Ad un certo punto Marina si ritrovò con la testa bloccata dallo schienale della poltrona ed il bacino dell’uomo quasi premuto contro il naso; il membro le entrava completamente in gola, lo sentiva superare le tonsille e spingersi giù. Non riusciva a respirare ma non osava tentare di sfuggire a causa delle forbici che continuava a percepire contro la pelle. Quella situazione più che spaventarla la stava eccitando, si sentiva pronta ad andare oltre.

L’uomo si muoveva nella sua bocca tanto che Marina pensava di sentirsi invadere dal suo seme da un momento all’altro, era pronta ad ingoiare tutto quando lui, improvvisamente, si ritrasse da lei.



- Ci sai fare, vedo!

Ora alzati e spogliati! – le ordinò



Marina eseguì; si alzò in piedi ed iniziò a sbottonare lentamente la giacca del vestito. La lasciò cadere sulla poltrona, sotto non indossava altro che il reggiseno. Era in procinto di slacciarlo quando l’uomo la fermò.



- Prima la gonna! – le disse



Marina eseguì: slacciò la gonna e la fece scivolare in terra, poi agganciandola con un piede se la portò all’altezza delle mani e la sistemò sempre sulla poltrona. Quindi si fermò per osservare l’uomo.

Questi si avvicinò per scrutarne il corpo nei dettagli con uno sguardo tanto intenso da provocarle un brivido di piacere. Soddisfatto dalla sua reazione le puntò le forbici al ventre costringendola ad arretrare sin quando non si ritrovò appoggiata alla scrivania.



- Avanti! Adesso togliti tutto… ma tieni le calze e le scarpe. Mi piaci se rimani con le calze addosso!



Quella richiesta diede il colpo di grazia a Marina, la sua mente disattivò ogni pensiero razionale per dare spazio all’animalità. Si levò il reggiseno con mosse maliziose, scoprendo le mammelle poco alla volta poi levò gli slip, quindi si sedette sulla scrivania ed aprì le gambe in direzione dell’uomo. Non disse nulla, non una parola! La posizione che aveva assunto indicava chiaramente cosa si aspettava da lui, in quel momento i ruoli si erano invertiti: Marina da ipotetica vittima di violenza si era trasformata in una donna che chiedeva esplicitamente una prestazione particolare ed ai massimi livelli all’uomo che le stava innanzi. Se lui fosse stato un vero violentatore quella mossa lo avrebbe spiazzato; vedere la propria vittima divenire attiva ed esigente non rientra nei piani di uno che si eccita con la violenza.

La reazione di lui diede all’ultimo barlume di razionalità rimasto in Marina la conferma che questo era veramente il gioco previsto, quindi si abbandonò tranquilla agli eventi.

Lui si sfilò il calzoni ed i boxer, tolse la giacca ma la fretta gli consigliò di tenere indosso la camicia e la cravatta; la donna che stava sulla sua scrivania non pareva disposta ad aspettare ancora a lungo. Si pose tra le sue gambe e guidò il membro verso il pube, quando fu certo della posizione, con un colpo secco di reni, la penetrò. Si spinse profondamente in lei ascoltando compiaciuto i suoi gemiti di approvazione.



- È questo che volevi? – gli domandò lei con la voce rotta dall’emozione.

- E tu?

Cercavi questo mentre mi seguivi?



Non attese la sua risposta, in fondo la conosceva già, attacco subito un ritmo veloce e quasi violento: entrava ed usciva da lei con dei colpi secchi e decisi, tanto forti da farla sobbalzare. Era facilitato in questo dalla sua forte eccitazione che la dilatava e lubrifica tanto da renderla in grado di accogliere qualsiasi cosa nel ventre. Sapeva che non era questo l’amplesso che l’avrebbe fatta impazzire di piacere, ma intendeva sfogare subito il desiderio che era nato appena aveva visto il viso della donna che ora stava sotto di lui. Calmata la frenesia di accoppiarsi con lei avrebbe potuto dedicarle le attenzioni che meritava. Tutto sommato lei pareva apprezzare quel ritmo, evidentemente il discorso della smania da soddisfare valeva anche per la donna che assorbiva i suoi colpi aprendosi il più possibile.



- Sei una caverna! – le sussurrò lui in un orecchio – Se non inizi a contrarre un po’ il ventre non sento più niente!



Marina provava la stessa sensazione, anche lei quasi non sentiva più il membro, per altro di dimensioni più che ammirevoli, dell’uomo dentro di se. Facendo forza sulle mani sistemò il sedere proprio sull’orlo della scrivania poi si lasciò cadere sdraiandosi su di essa. Aprendo le braccia sollevò pure le gambe sino a metterle sulle spalle dell’uomo, quindi contrasse i muscoli del ventre dando così il segnale a lui di tornare a muoversi. Ora il loro amplesso era più calmo, lento ed intenso, lui usciva quasi completamente da lei per poi entrare e spingersi sino in fondo. Una volta arrivato a premere i testicoli contro l’inguine dava ancora una serie di brevi colpi uniformandosi alle contrazioni di lei. Stava pensando di unire la stimolazione della mano sul clitoride alla penetrazione e cercava il modo di raggiungerlo, senza scombussolare la loro posizione, quando percepì un cambiamento nel ritmo di lei. Fissò, allora, il viso della donna per cogliere i segni di ciò che sospettava. Gli occhi serrati con forza e le labbra tese in uno sforzo quasi insostenibile comunicarono l’imminenza dell’orgasmo e lasciavano presumere anche un’intensità fuori dal comune. L’uomo cercò, allora, di seguire come meglio poteva il ritmo di lei, dimenticando per un attimo il proprio piacere. Non dovette penare a lungo, pochi istanti dopo vide il corpo della donna scosso da un violento brivido prima di contrarsi tanto da arcuare la schiena. La aiutò in questo afferrandola in vita, proprio sopra i glutei, per sollevarle il bacino, quindi spinse ispirato da ciò che sentiva avvenire nel suo ventre.

Quando finalmente, si lasciò andare esausta anche lui si concesse una pausa, rimanendo però dentro di lei. Attese che il tempo necessario rispettando il suo languore, concedendosi solo dei lievi movimenti: trovava piacevole muoversi nel ventre di una donna subito dopo un orgasmo tanto intenso, gli piaceva cogliere con il membro i cambiamenti nell’interno del suo corpo, ascoltare la vagina chiudersi poco alla volta e rilassarsi pur rimanendo tanto lubrificata.

Questa mossa non sfuggì a Marina che gli domandò:



- Dove vuoi svuotarti?

- Dentro di te!

Nella tua gola!

- Non qui? – chiese lei indicando con la mano aperta sul ventre il luogo che intendeva.

- Prima mi hai fatto impazzire con la bocca, vorrei riprovarlo!



Dopo questa frase lui uscì ed offrì una mano a Marina per aiutarla ad alzarsi. La mise nuovamente seduta, quindi, la fece scendere dalla scrivania per tornare sulla sedia. Assunta la posizione iniziale le offrì il membro all’altezza delle labbra. Marina lo prese con più passione questa volta, gli afferrò le natiche per trarlo a se in modo da farsi penetrare sino in gola. Succhiò e leccò il membro scorrendolo in tutta la lunghezza sino a farlo esplodere. Quando percepì tra le mani i glutei di lui contrarsi lo ingoiò tutto lasciandolo eiaculare direttamente nella gola. Sperò solo che non fosse un orgasmo troppo lungo, doveva respirare prima o poi, ma intendeva realizzare il sogno di quell’uomo che era stato in grado d’interpretare così bene la parte che gli era stata assegnata.

Appagati ed ansanti si rivestirono. Marina salutò con un lungo bacio sulle labbra il compagno di quel pomeriggio, lo fissò a lungo per imprimere nella memoria i tratti del suo viso, in modo da poterlo riconoscere se lo avesse incontrato. Aveva apprezzato a fondo le sue doti e sperava di poterlo trovare nuovamente sulla propria strada prima o poi. Prima di uscire scrutò per un ultima volta quell’appartamento alla ricerca di un segno che testimoniasse la presenza, anche occulta, dell’organizzatore di quell’incontro; ma non trovò nulla.

Mentre si dirigeva verso la sua automobile passò dinanzi al bar dell’appuntamento, per vedere se la sua guida era ancora lì ad attenderla; ma anche qui nessuna traccia. Salì in auto e si diresse felice verso casa. Nel tragitto controllò più volte i dettagli del suo abbigliamento e verificò di continuo il viso riflesso nello specchietto, alla ricerca di qualche cosa fuori posto e non giustificabile. Soddisfatta si preparò a presentarsi al marito stanca per la lunga passeggiata in centro ed arrabbiata per non aver trovato le scarpe che cercava.

“Già! Le scarpe!” pensò Marina. Si fermò a lato della strada a pochi metri da casa per sostituire le scarpe con il tacco alto con le altre basse che indossava quando era uscita. Ora era davvero tutto perfetto.



Quattro giorni dopo ricevette un semplicissimo messaggio che riportava solamente un luogo ed un ora, niente altro: era il nuovo appuntamento con il suo regista. Sapeva che dopo questo ne sarebbe seguito un altro con indicate le modalità ed eventualmente il tipo di abbigliamento che doveva indossare. Constatò, soddisfatta, che l’orario non le creava molti problemi poiché quello stesso giorno doveva accompagnare suo marito all’aeroporto un ora prima dell’appuntamento. Da lì al luogo indicato non occorrevano più di quarantacinque minuti di strada, le sarebbe restato un buon margine per rifarsi il trucco.

Quando arrivò il secondo messaggio, però, scoprì che le cose non erano mai facili come potevano apparire all’inizio. In questo le si chiedeva d’indossare un abito elegante, leggero, e corto tanto da apparire seducente ma con discrezione, di colore scuro e attillato. Non specificava altro, nessun accenno al tipo di serata previsto.

Marina studiò diverse possibilità, non poteva accompagnare il marito all’aeroporto agghindata in quel modo, non avrebbe saputo trovare una spiegazione plausibile. Neppure aveva il tempo di ripassare da casa a cambiarsi e l’idea di farlo per strada, magari in un bar o in un negozio, non le piaceva. Molto semplicemente decise di indossare quell’abito sotto di un altro più casto e ordinario, sarebbe stato semplice sfilare via quello esterno, sostituire le immancabili scarpe e ritoccare il trucco. L’unico problema rimaneva il reggiseno.

Sì, poiché l’abito sexy che aveva pensato di vestire non prevedeva l’uso del reggipetto, mentre suo marito avrebbe notato immediatamente il seno libero anche sotto due strati di vestiti. Avrebbe dovuto sfilarsi anche quello una volta da sola. Per fortuna, pensò, non le aveva chiesto una pettinatura particolare o gli stivali lunghi o qualsiasi altra cosa difficile da mascherare.

Tutto si svolse come previsto.

All’ora programmata lasciò il marito dinanzi all’ingresso dell’aeroporto, lo salutò teneramente e lo guardò mente superava i primi controlli. Gli lanciò ancora un saluto agitando il braccio sollevato, poi si voltò verso l’uscita. In quell’istante la sua espressione mutò repentinamente, lo sguardo dolce e, al limite, sofferente per il distacco si trasformò in uno freddo e deciso. Marina camminò veloce verso l’auto, salì e avviò il motore. Durante il tragitto di andata aveva notato una piazzola, ai lati della strada, dove gli arbusti erano sufficientemente alti e densi da nascondere comodamente una persona agli altri automobilisti.

Si fermò in quel luogo bloccando le gomme per un lungo tratto tanto andava veloce, con un occhio sull’orologio aprì il bagagliaio e prese un piccolo telo e il sacco di plastica posato al suo fianco. Corse nella macchia verde e stese il telo in terra, in quel momento pensò che se qualcuno l’avesse vista fermarsi e correre avrebbe, senza dubbio, pensato ad un impellente ed improvviso, nonché improrogabile, bisogno fisiologico. Sorrise mentre si sfilava l’abito esteriore e con i piedi scalciava le scarpe. Tentennò in equilibrio su di un piede solo mentre l’altro s’infilava nella scarpa dal tacco alto, fece per appoggiarsi ad un ramo ma bloccò la mano a metà strada.

Spine! Lei nutriva un odio profondo verso tutti gli arbusti spinosi; probabilmente dal giorno in cui, da piccola, era caduta in un rovaio. Temeva e detestava quelle piante e tutto ciò che era spinoso, se qualcuno le regalava delle rose rischiava di ritrovarsele appoggiate sulla testa in malo modo, spinte da sufficiente energia cinetica.

Rabbrividì mentre ritraeva la mano, quindi si costrinse a rallentare i suoi movimenti per non rischiare di cadere. Con calma infilò pure l’altra scarpa poi, sfilò le spalline dell’abito calandolo sino in vita e si tolse il reggiseno riponendolo nel sacchetto delle scarpe. Sistemò nuovamente l’abito al suo posto. Ora, senza reggiseno sentiva meglio, il serico tessuto che scivolava sulle mammelle le dava una piacevolissima sensazione eccitante. Raccolse la sua roba e tornò verso la macchina, sistemò tutto nel bagagliaio quindi partì in direzione della città.

Arrivo sul luogo dell’appuntamento in perfetto orario, come sempre. Si guardò intorno ma della sua guida neppure l’ombra. Attese nei pressi dell’auto come le era stato indicato; sul momento non pensò che proprio quella via era frequentata dalle prostitute e dai loro clienti. Anzi, era il luogo in cui lavoravano le più belle ragazze dedite a questo mestiere, sempre giovani, eleganti e molto, molto, care!

Realizzò dove si trovava e l’immagine che dava di se nel momento in cui si fermò, al suo fianco, una lussuosa berlina inglese. L’uomo al volante, dopo aver abbassato il finestrino, la salutò con garbo e le domandò se era libera. Subito Marina visualizzò il solito marpione in cerca d’avventura, poi capì bene cosa intendeva e capì che era in cerca di una prostituta per la notte. Gli spiegò molto educatamente che lei non lavorava lì ma era semplicemente in attesa di un amico. L’uomo la guardò con aria ironica poi le consigliò di cambiare luogo di appuntamento la prossima volta.

Marina prese il cellulare per controllare ancora una volta l’ultimo messaggio ricevuto dal suo amante: non c’erano dubbi, il luogo era proprio quello e lui chiedeva di aspettarlo fuori dalla macchina. Cosa aveva in mente questa volta?

Intendeva forse farla prostituire?

Il gioco che la sua mente malata di trasgressione aveva immaginato prevedeva questo?

Non sapeva rispondersi. Nel messaggio oltre al luogo e l’ora non c’era altro. Se lui avesse desiderato che lei accettasse le proposte di uno sconosciuto di passaggio certamente lo avrebbe specificato. Restò lì in attesa, vedendo passare molti uomini in cerca di compagnia, qualcuno di questi si fermava vicino a lei e le domandava, ognuno a suo modo, quanto voleva, qual’era il suo prezzo. Marina si sentiva sempre più umiliata e preoccupata. Se passava qualcuno che la conosceva non avrebbe saputo spiegare la sua presenza in quella via e vestita in quel modo così sexy; al contempo un’incerta forma di esaltazione iniziava a diffondersi dentro di lei quando notava il numero di possibili clienti che si fermava da lei in confronto a quello che avvicinava la ragazza dopo l’incrocio. Le ragazze che frequentavano quella via erano tutte alquanto carine oltre che giovanissime, di certo qualcuna era molto più avvenente di lei; però gli uomini si fermavano spesso per cercare di adescarla. Questo stava ad indicare che nonostante i trent’anni passati era ancora una bella donna, desiderabile tanto da spingere un uomo a pagarla.

Forse era questo l’intento del suo maestro quando le aveva dato indicazioni precise sul luogo e le modalità d’attesa.

Marina era felice per quanto aveva intuito ma il tempo passava e lui non si faceva vedere. Era uscita di casa con il preciso intento di passare una notte di sesso e non aveva intenzione di rinunciarvi. Forse lui la stava osservando, anzi di certo spiava le sue mosse ed il suo comportamento nascosto in qualche luogo. Inutile tentare di scoprirlo, sapeva quanto era abile nel camuffarsi in quelle occasioni. Però aveva voglia di sesso! Decise che se non si fosse fatto vivo da lì a dieci minuti avrebbe accettato la compagnia del primo uomo passabile che si fosse fermato da lei.

Solo il pensiero di darsi ad un uomo in cambio di denaro, la consapevolezza che qualcuno sarebbe stato disposto a pagarla per le sue prestazioni sessuali, la stava eccitando. Percepì immediatamente i capezzoli premere contro il tessuto dell’abito, ogni sua minima mossa si trasformava in una sensualissima carezza al seno. Abbassò lo sguardo per valutare quanto si notassero la loro erezione e si sconvolse per ciò che vide: il suo corpo era un faro che irradiava desiderio.

Convinta del suo proposito si avvicinò di più alla strada mettendosi bene in mostra, era decisa e nulla l’avrebbe fermata se non lo squillo del suo telefono.

Rispose prontamente alla chiamata: era lui.

Le diede un nuovo appuntamento pregandola di fare presto. Marina salì in macchina e, a malincuore, lasciò quella via. Mentre guidava in direzione del centro ripensò a quanto aveva deciso di mettere in pratica. Era ancora eccitata e l’idea di prostituirsi, almeno una volta nella vita, continuava a solleticare la sua fantasia. Sapeva che il giorno dopo, a mente fredda, quei pensieri le sarebbero parsi per quel che erano: una sciocchezza. Ma in quel momento non riusciva a pensare ad altro. Quella notte il suo amante doveva davvero inventarsi qualcosa di speciale per soddisfarla; dopo aver raggiunto e superato la barriera mentale che le avrebbe consentito di prostituirsi Marina, ora, necessitava di un gioco ancora più trasgressivo del solito, una trasgressione tanto perversa da farle dimenticare quella che aveva appena sognato di realizzare da sola. Quando continui ad aggiungere sale alle pietanze ti troverai nelle condizioni di percepire insipido qualsiasi manicaretto se non aggiungi altro sale, e la sua guida continuava ad aggiungere sale nei loro incontri!

Quando raggiunse il nuovo luogo d’incontro lui la stava aspettando in apparente ansia.




- Eccoti, finalmente!

Sbrighiamoci che stanno per iniziare! – disse lui a mo’ di saluto.

- Iniziare che? – domandò Marina, abituata ai modi spicci di lui in determinate occasioni.

- La conferenza!

- La che …? – domandò ancora lei.



Marina non attese risposta, segui lo sguardo dell’uomo sino a collimare il suo sul manifesto, appoggiato contro il muro del palazzo, che reclamizzava il XII° simposio sulle influenze Eleuse nel pensiero dei neopitagorici dalle origini ad oggi.

Sul momento pensò ad uno scherzo, il luogo di quell’appuntamento era stato scelto per farle credere che lui veramente intendesse portarla lì dentro, poi capì che non stava affatto giocando quando le cinse la vita e la guidò verso l’ingresso. Marina era troppo stupita per permettere alla rabbia, nata dalla delusione, di dar voce alla lunga serie d’improperi che stava immaginando; quindi seguì l’uomo rassegnata.



“…e nella Demetra greca si può forse riconoscere l’Iside egizia?

I Greci ammettevano la sua origine straniera. Non ci soffermeremo sul complesso problema storico, peraltro mal dibattuto in passato, circa la provenienza di questa Dea-Madre, ovvero se sia giunta dall’Asia minore e dalle sponde dravidiche, oppure se abbia intrapreso una deviazione passando per la valle del Nilo: in effetti, avrebbe potuto seguire entrambe le vie…”



“Allucinante! Semplicemente delirante!”

Marina era seduta nella sesta fila alla destra del suo amante ed ascoltava, passiva, il discorso iniziale d’apertura dei lavori con malcelata indifferenza e ripeteva di continuo, nella mente, quella filastrocca per calmarsi. La sua rabbia era nata dalla delusione. Si aspettava, e desiderava, un incontro immediatamente focoso, una bacio da togliere il respiro e una corsa verso il luogo in cui si sarebbero accoppiati. Invece la stava costringendo a sopportare quella conferenza di cui non le importava nulla.

D’un tratto percepì qualcosa appoggiarsi sul suo fianco destro, un tocco lieve ma quasi spudorato considerando che tendeva ad avvicinarsi al seno. Voltò lo sguardo in quella direzione e solo in quel momento s’avvide della presenza di un uomo giovane e molto carino, dallo sguardo intenso e provocante. Marina lo studiò per un lungo istante, durante il quale il giovane bloccò la sua mano, poi si voltò verso il suo uomo, senza dir nulla al ragazzo, e vide che lui stava inviando messaggi con gli occhi all’altro. In quell’istante Marina comprese che il gioco era in pieno svolgimento. Si lasciò quindi toccare da quello sconosciuto facilitandolo. Si sistemò appoggiando il peso su di un fianco, in modo da guardare il suo uomo ed esporre il sedere verso l’altro. Mentre fissava gli occhi del suo amante percepiva le delicate carezze dell’altro. Il luogo era stranamente affollato, considerato l’argomento, e la stanza perfettamente illuminata; non poteva, suo malgrado, ricevere delle carezze più esplicite.

Marina leggeva negli occhi del suo uomo la sua stessa eccitazione e rivedeva in loro la luce che emanavano i suoi: impazziva per questa loro profonda unione e intesa.

Il giovane continuava ad accarezzarla tentando d’intrufolarsi sotto la corta gonna, aveva già avvertito le autoreggenti attraverso il tessuto ed aveva indugiato parecchio sul loro confine, ma non poteva andare oltre senza correre il rischio di farsi notare.

Il discorso introduttivo ai lavori durò quasi un ora, per tutto quel tempo Marina fu torturata dal desiderio; si sforzava di apparire interessata a quei discorsi nonostante le continue occhiate che lanciava alternativamente al suo uomo ed al ragazzo. Quando, finalmente, l’oratore concluse invitando l’assemblea a spostarsi nelle sale attigue, dove una piccola esposizione di manufatti avrebbe consentito di approfondire il tema trattato, Marina agilmente si alzò e disse al suo uomo:



- Ora o mai più!

- Vieni con me! – disse lui



Il messaggio di Marina stava ad indicare la sua disponibilità ad essere messa al centro delle attenzioni di due uomini. Da sempre la sua guida aveva tentato d’indurla in questo gioco ma lei aveva ogni volta declinato l’offerta. Era disponibile ad ogni tipo di accoppiamento con lui, poteva darsi ad uno sconosciuto, se lui lo desiderava, ma non se la sentiva ancora di provare il piacere di due uomini o di dividere il suo con un'altra donna. In quel momento, grazie al lungo gioco di seduzione ed eccitazione, dopo essere stata spinta a sognare una trasgressione più intensa del solito, si sentiva pronta.

Lui la prese per mano e la guidò nella direzione opposta al flusso dei partecipanti, tornano nell’androne del palazzo e salirono le scale sino al primo piano dove entrarono in un piccolo appartamento arredato con gusto; chiaramente la casa di un single a giudicare dalla scarsità dei suppellettili. Marina si domandò come riuscisse lui a trovare sempre un luogo nuovo dove incontrarsi, non le era mai capitato farlo nel medesimo posto.

Appena entrati lui chiuse la porta a chiave, poi si rivolse a lei per domandarla ancora una volta:



- Se sicura?

Te la senti?

… lo vuoi veramente?

- Sì! – rispose lei con il cuore in gola.



Lui si avvicinò per cingerle la vita, quindi la baciò violandole finalmente le labbra con la lingua. Marina si lasciò prendere completamente da quel bacio, abbandonò ogni pensiero concentrandosi sulle labbra e sulla lingua che si muoveva in lei. Quando percepì altre mani sul corpo ebbe un lieve sussulto e spalancò gli occhi cercando quelli del suo uomo per ricevere da lui la forza di andare oltre, poi, soddisfatta li richiuse e lasciò che i due uomini giocassero con lei.

Venne spogliata con dolcezza dall’unione delle loro forze: mentre quello dietro di lei apriva l’abito, quello davanti lo faceva scivolare ai suoi piedi. Marina rimaneva passiva e concentrata sulle sensazioni che riceveva mentre, con gli occhi, cercava oltre alla forza anche il consenso del suo uomo.

Rimasta con solo gli slip, le calze e le scarpe indosso, offriva il pieno spettacolo del suo corpo agli uomini. Colui che lei si ostinava a definire la sua guida, le stava innanzi e, con un dito, seguiva il contorno del seno salendo, a volte, sino a sfiorarle la gola. L’altro le accarezzava i fianchi, fermandosi sul limite della biancheria. Marina respirava sommessamente, quasi avesse timore di rompere quell’incanto fatto di innumerevoli e dolci coccole. Le piaceva sentire quelle mani che l’accarezzavano con rispetto, scivolavano sulla pelle senza premere troppo e senza oltrepassare quei limiti immaginari oltre i quali sarebbero diventate audaci e sfrontate. Però iniziava desiderare qualcosa di più, un tocco in grado di stimolare i sensi oltre la semplice tenerezza.

Come se riuscissero a leggere il suo pensiero, le mani del ragazzo alle sue spalle salirono verso il seno per afferrarlo e stringerlo. Marina emise un gemito e si lasciò cadere all’indietro per appoggiarsi al ragazzo; sentiva, ora, il membro del giovane, completamente eretto, premere sui suoi glutei con forza anche attraverso i calzoni. Decisa a segnalare le sue intenzioni si mise a muovere il sedere contro di lui seguendo delle orbite lente e sinuose; capì che il messaggio era stato recepito da come il giovane iniziò a palparle il seno. Durante questa operazione aveva tenuto gli occhi chiusi, dimenticandosi, per un attimo, che non erano soli, quando li aprì vide il suo uomo in procinto di inginocchiarsi ai suoi piedi. Sul momento non comprese le sue intenzioni, ma appena percepì due mani appoggiarsi sull’elastico degli slip comprese. Spinse, allora, in avanti il pube in modo da favorire il suo uomo nell’impresa di denudarla completamente, ma lui le lasciò gli slip all’altezza delle ginocchia per avvicinare il viso alla vulva ed insinuare la lingua tra le labbra. Marina trattenne a stento un urlo quando la bocca del suo uomo risucchiò il clitoride tra le labbra, una fitta di piacere partì da lì per espandersi il tutto il corpo tanto da renderla instabile sulle gambe. Il ragazzo la sostenne con le mani sempre strette sul seno mentre lei tentava di aprire le gambe all’altro. Non era una posizione tale da consentirle di ricevere sin dove voleva la lingua del suo uomo, mentre godeva soffriva pure per il desiderio non realizzato. Era dibattuta nel dubbio di lasciare ai due uomini la conduzione del gioco o se passare lei alla direzione e guidarli in modo da ottenere il massimo piacere possibile, ma trovandosi per la prima volta in quella situazione esitava ad agire.

Fu il giovane a prendere l’iniziativa: lasciò scivolare le mani dal seno verso il basso, sino a cingerle nuovamente la vita, quindi la sollevò e con dolcezza la trascino verso il divano. Marina lo seguì camminando all’indietro, senza guardare dove la stava portando e senza preoccuparsi d’intuire le sue intenzioni.

Lui si sedette e la guidò in modo da farla accomodare sulle ginocchia, quindi la posizionò con il sedere premuto contro il membro e la premette forte contro di se mentre con le ginocchia la induceva ad aprire le gambe. Marina seguì gli ordini silenziosi del giovane senza mai staccare lo sguardo dal suo uomo. Si rese conto in quel momento di essere l’unica completamente svestita, sia il ragazzo che la sua guida avevano ancora tutti gli abiti addosso. Con un gesto richiamò l’uomo vicino a lei, attese che lui si posizionasse, quindi gli afferrò la cintura dei pantaloni per slacciarla. Velocemente apri pure la patta e gli calo le braghe. Continuando a strofinare il sedere contro il membro del ragazzo armeggio con i boxer dell’altro sin che riuscì a conquistarne il membro. Appena lo prese in mano lo strinse soddisfatta, lo ammirò da vicino poi aprì la bocca mentre si chinava verso di lui e lo ingoiò a fondo. Aspirò con forza mentre lo faceva scivolare tra le labbra sino a strappare un lungo gemito di piacere al suo uomo. Lo fece entrare ed uscire più volte dalla bocca, lo stimolò con la lingua sin che non ritenne di averlo eccitato a sufficienza, allorché si sollevo dal ragazzo per scivolare sulle ginocchia innanzi al suo uomo. Durante questa operazione riuscì ad ordinare al giovane di spogliarsi e di tornare in quella medesima posizione.

Detto questo non si curò più di lui, dedicò tutta l’attenzione al suo maestro dando fondo al suo vastissimo repertorio di aspirazioni, succhiamenti, giochi di lingua, di labbra e di denti. Portò l’uomo più volte sull’orlo dell’orgasmo ed ogni volta lo teneva lì, in bilico, sin quando lo sentiva nuovamente rilassarsi. Intendeva farlo godere ma non esplodere, voleva il suo seme dopo, quando lo avrebbe ricevuto insieme a quello del giovane.

Finalmente il ragazzo era tornato al suo posto sul divano, Marina lo capì da come le stava accarezzando la schiena. Sollevando gli occhi verso il suo uomo lasciò uscire lentamente il membro dalla bocca mentre si sollevava per tornare a sedersi sul giovane. Era decisa ad accogliere nel ventre il ragazzo, e voleva farlo mentre guardava negli occhi il suo amante. Sapeva, o almeno supponeva, che le volte in cui l’aveva spinta tra le braccia di un altro, lui era presente all’amplesso, ma non lo aveva mai visto. Ora intendeva scoprire quale fosse la sua espressione mentre lei si faceva penetrare da un altro uomo.

Si sistemò sul giovane volgendogli la schiena, quindi portò il sedere sin contro il membro ma era troppo arretrato per consentirle di unirsi a lui. Marina, allora, si posizionò nel punto esatto ed invitò il giovane a farsi avanti. Lo sentì scivolare tra le sue gambe sin che percepì le sue mani divaricare le labbra della vagina e guidare il pene in posizione, allora scese su di lui. Era molto eccitata ed il membro scorreva in lei senza alcuna difficoltà, come lo sentì ben allineato sollevò il viso in direzione del suo uomo quindi scese, lentamente, sino in fondo. Accolse tutto il pene del giovane nel ventre, non parca, aprì ancora di più le gambe in modo da guadagnare qualche millimetro, quindi si contrasse il ventre in modo da sentirlo al meglio. Fece tutto questo sempre fissando negli occhi il suo maestro. Era rapita dal suo sguardo tanto acceso ed eccitato da spingerla a compiere delle azioni che mai si sarebbe immaginata di attuare.

Prese a muoversi sul giovane, salendo e scendendo in modo da scorrere tutta l’asta del pene. Le piaceva sentirlo entrare in lei e si eccitava nel farlo sotto lo sguardo attento del suo uomo. Stava provando un forte piacere nonostante non ricevesse altro stimolo da quello.

“Adesso lo dovrei succhiare a lui!” pensò.

Invitò il suo amante a farsi avanti sino a porgerle nuovamente il pene all’altezza della bocca. Appena riuscì ad afferrarlo con una mano lo ghermì con forza e se lo guidò verso la bocca. Ora si trattava di riuscire a combinare i due movimenti senza per questo perdere un solo istante del proprio piacere. Per Marina fu più semplice di quanto sperasse, lasciò che fosse l’istinto a guidarla in quel duplice accoppiamento: saliva e scendeva sul ragazzo stringendo la vulva contro il suo membro in modo da percepirlo al meglio e succhiava e leccava il pene del suo uomo. Si accorse di muovere la lingua in base alle sensazioni che riceveva da sotto, più erano intense più piacere dava al suo uomo. Dentro di lei i pensieri nascevano in rapida sequenza e si miscelavano tra di loro caoticamente, non era in grado di seguire ed apprezzare sino in fondo tutte le sensazioni che provava; si sentiva piacevolmente eccitata, spudorata, disinibita, oscena ed immorale, decisamente lasciva e profondamente “vacca”. Quel termine aveva il potere d’eccitarla ulteriormente, le piaceva ripeterselo in tutte quelle occasioni in cui superava il limite della sua perversione sessuale. La sua educazione le imponeva d’evitare l’uso d’espressioni così forti, ma era questa ulteriore violazione alla norma ad aggiungere un altro pizzico di condimento nella gustosa pietanza della trasgressione. Mentre seguiva i suoi pensieri aveva preso a muoversi in modo sempre più efficace, sia per lei che per i due uomini. Sentiva i loro membri gonfi all’inverosimile e pronti ad esplodere in lei; il ragazzo la stringeva forte sui fianchi nel vano tentativo di limitare l’escursione delle anche, ed il suo uomo seguiva in controtempo le oscillazioni del viso per ridurre lo stimolo ricevuto dalle labbra.

Marina non si era mai sentita così “femmina”; stava gestendo al meglio il piacere di due uomini ed era padrona delle loro sensazioni. La consapevolezza di tutto il potere che teneva in mano, per modo di dire, l’esaltava al punto di far passare in secondo piano lo stimolo fisico rispetto all’orgasmo psichico che stava raggiungendo per la prima volta nella sua perversa storia. Il piacere montava costante ed inesorabile, guidandola nei movimenti. Si rese conto dell’effetto che avevano queste mosse sul ragazzo nell’istante in cui lui tentò di sollevarla per allontanarla da se per non eiacularle dentro. Marina, però, nutriva il desiderio di sentirlo pulsare nel ventre, quindi si premette con forza contro di lui, spingendo in modo da farlo entrare completamente nel ventre. Il ragazzo non riuscì più a controllarsi e venne dentro di lei. I gemiti del giovane uniti le sue pulsioni spinsero Marina oltre la soglia dell’orgasmo. Colse, dapprima, un flebile piacere nascere lento nel profondo del ventre, localizzato proprio nel punto dove percepiva il seme del ragazzo allargarsi in lei; poi, questo piacere, iniziò a crescere in modo esponenziale, senza un solo cedimento, senza tregua, senza alcuna pietà. Marina voleva urlare il suo godimento ma il pene del suo uomo, profondamente introdotto nella gola, non lo consentiva. Aveva perso ogni contatto con la realtà, esisteva solo il piacere, nella sua forma più pura, del tutto scollegato dalla situazione o dagli stimoli che lo avevano generato.

Il tempo non aveva più alcuna importanza. Quando un barlume di lucidità si fece spazio nella sua mente non riuscì a determinare la durata temporale del suo orgasmo. Spostò l’attenzione al basso ventre nella speranza di cogliere ancora la dura presenza del ragazzo e si strinse, ancora una volta, contro di lui. Per tutta la durata dell’orgasmo, la lingua aveva continuato, meccanicamente, a muoversi sul glande del suo uomo, senza che lei la governasse o se ne rendesse conto, fu quindi una sorpresa il ricevere in gola un possente fiotto di sperma. Il caldo e denso liquido spinsero l’anima di Marina ancora una volta al di là del limite del piacere. Questo nuovo orgasmo fu più dolce del primo; ciò le consentì di cogliere gli stimoli della ragione, nati dalla consapevolezza della situazione che stava vivendo, ed unirli ad esso. Il piacere prese una nuova forma, un aspetto già noto ma che assumeva un diverso valore a causa della situazione altamente trasgressiva che stava vivendo.

Ingoiò buona parte di quel seme mandandolo, idealmente, ad unirsi a quello del giovane. Svuotata di ogni energia scivolò via dal giovane cadendo sul divano al suo fianco e allungò le gambe per lenire il dolore causato dal lungo sforzo. La posizione che aveva assunto era, forse, volgare ma invitante. Avvertì una voce, ai limiti della coscienza, che diceva qualcosa al ragazzo, ma non se ne curò; il languore, padrone del suo corpo, la costringeva a mantenere gli occhi chiusi e tutti i muscoli rilassati. Fu contro ogni sua volontà che accolse il suo uomo in mezzo alle gambe.

Lui s’inginocchiò innanzi a lei e le aprì dolcemente le ginocchia, poi scivolò in avanti sino a fermarsi tra le cosce. Marina credeva d’intuire la sue intenzioni ma non aveva la forza e la volontà di fermarlo. Si lasciò penetrare completamente passiva, sollevò solo il pube quel tanto sufficiente per accogliere il membro del suo uomo senza fatica.

Sentiva chiaramente il membro muoversi in lei, scivolare lungo le pareti della vagina ancora umide, però non provava ancora piacere; era trascorso troppo poco tempo dagli orgasmi precedenti. Quella presenza era un fastidio in quel momento, ma più sgradevole per lei era dire di no all’uomo che amava.

Sperava che non durasse a lungo per poter finalmente riposare ma una frase dell’uomo cambiò, d’un tratto, la valenza di quel nuovo amplesso.



- Sei calda… umida… fradicia. Sento che scivolo in te grazie al seme di un altro uomo!

Mi eccita questa cosa!

A te no?



Marina non rispose, si limitava ad ascoltare quelle parole e a farle entrare nella mente per risvegliare un desiderio che non credeva di poter provare ancora in quella serata.



- Guarda!

Su, guarda! Stai colando sperma dalla vagina ogni volta che esco da te!

Come ti senti ora?



Marina spinse lo sguardo nel punto indicato. Quello che vide era il membro del suo uomo che entrava ed usciva da lei, poi notò il liquido semitrasparente a cui alludeva lui e realizzò.

Voleva rispondere alla sua domanda. Intendeva dirgli che si sentiva spudorata, disinibita, libera, femmina, ma un impulso di piacere particolarmente forte la costrinse a sopprime un urlo.

Ora era nuovamente entrata nella parte, pronta a godere ancora del suo uomo. Tornò a muoversi attivamente aprendosi a lui per accoglierlo dentro il ventre come prima aveva preso il giovane. Più ripensava a cosa aveva fatto più cresceva il piacere.

Questa volta a spingerla verso l’orgasmo fu il pensiero di cosa potesse pensare, l’uomo che la stava prendendo, di lei dopo averla vista cavalcare un altro mentre ingoiava il suo seme. Quando inarcò la schiena in preda agli spasmi di piacere lui spinse con ancora più forza. Aumentò il ritmo muovendosi come in preda alla follia sin quando non si bloccò anche lui per eiaculare nel profondo del suo ventre.

Marina ora era davvero sfinita. Resto in quella posizione, senza riuscire a muoversi, anche se temeva che il giovane trovandola così decidesse di prenderla ancora una volta. Sentiva che non avrebbe più retto un altro accoppiamento.

Non accadde nulla di tutto questo. Il giovane non si fece più rivedere, in qualche modo era uscito dall’appartamento, e la sua guida l’aiutò a rivestirsi con la dovuta calma. Marina sentiva il bisogno di una doccia, o meglio di un lunghissimo bagno, ma preferiva raggiungere per prima cosa la propria casa.

Uscì in strada accompagnata dal suo uomo, da colui che, negli anni, era diventato prima amante e poi guida, maestro di perversione. Marina lo salutò con un lunghissimo bacio sulla bocca, poi salì in macchina. Non si dissero altro se non un semplice saluto, le parole avrebbero rovinato quel momento. Meglio era parlarne con calma, a mente fredda in un'altra occasione. Prima di tutto Marina doveva assimilare i fatti di quella notte, accettarli e scoprire se realmente provava il desiderio di ripetere l’esperienza di un gioco a tre. Sapeva che se avesse deciso di andare avanti le sarebbe capitata l’occasione di dover dividere il suo uomo con un'altra donna.

Quando arrivo a casa trovò suo marito ad aspettarla.

Marina non gli domandò del viaggio ed i motivi che lo avevano spinto a rientrare, ormai il gioco era terminato per quella notte.

Fra le tante cose che non capiva di lui c’era questo suo presunto dono di essere sempre presente al posto giusto nel momento giusto: come poteva aver raggiunto così in fretta il luogo del suo appuntamento se lo aveva lasciato all’aeroporto appiedato?

Come riusciva, tutte le volte, ad arrivare prima di lei all’appuntamento?

Come era possibile che riuscisse ad apparire un normalissimo marito, un amante, una guida, un maestro… ed in ogni interpretazione nascondere ogni traccia della precedente?

Se non fosse stato per il viso, per il corpo, per quegli occhi che amava profondamente, avrebbe pensato di trovarsi innanzi ad un'altra persona. Invece era sempre lui a guidare i suoi giochi, iniziando con il darle l’illusione di tradire un marito disattento per finire con il guidarla da maestro nei giochi più trasgressivi.

Mentre scorreva l’acqua della doccia Marina si poneva queste domande, come sempre dopo ogni loro gioco. Amava quell’uomo nonostante fosse un attore migliore di lei.

Un solo dubbio le procurava un certo dolore: se era così abile a recitare quelle parti … chi le assicurava che non ne recitasse anche altre, come ad esempio quella principale del marito premuroso ed interessato solo ed esclusivamente al piacere della propria compagna?

Forse era meglio non cercare mai la risposta a questa domanda.

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