Elena
contemplava la grande fotografia di suo fratello che teneva, solitamente, sul
comodino; se la rigirava tra le mani cambiando angolazione come per consentire
al viso di mutare quello sguardo fisso. Un espressione malinconica si allargava
sempre di più sul suo giovane viso: da quando lui si era recato negli Stati
Uniti per lavoro sentiva un profondo senso di vuoto. Nulla poteva colmare
quell’assenza, le lunghe telefonate, le ore passate a dialogare grazie ad
internet, le foto che si scambiavano tramite e-mail potevano solo acuire il suo
dolore. Mentre studiava la foto ripensava ai dettagli del loro stranissimo
rapporto fatto d’amore fraterno e d’attrazione illecita. Era stato lui a farle
scoprire di non essere frigida come segretamente temeva, a spingerla verso la
piena consapevolezza del suo corpo e al piacere che poteva trarre con esso. Le
immagini del loro primo incontro particolare si formavano nella sua mente nitide
e complete in ogni dettaglio, ricordava le parole, i suoni, le sensazioni e,
soprattutto, le mani. Nessun altro ragazzo l’aveva mai toccata come lui.
Elena guardò distrattamente l’orologio ruotando leggermente il polso, subito non
collegò la posizione delle lancette al loro significato intrinseco e continuò a
seguire il filo dei pensieri. Improvvisamente, da un lato oscuro del cervello,
giunse la nozione temporale: era tardi! Elena si alzò di scatto dal letto
maledicendosi per la sua cronica malinconia; tra poco meno di un quarto d’ora
sarebbe arrivato il suo ragazzo. Si preparò in fretta, tanto che nell’istante in
cui suonò il citofono aveva appena chiuso la zip del vestito.
-
Sali, Carlo! – disse al citofono.
Carlo era un caro ragazzo, dolce e tenero ma capace di farle provare qualcosa di
molto simile a ciò che generavano sul suo corpo le mani del fratello. Oltre a
tutto questo aveva accettato il suo rapporto incestuoso con il fratello e ne era
divenuto complice attivo. Quella sera, però, Elena non aveva voglia di vedere
nessuno, ambiva solo a quella desolante tranquillità della solitudine. Sentiva
il bisogno di raccogliere i suoi pensieri, unirli alla malinconia e sublimarli
nella depressione. Le mancava troppo il fratello e contava i giorni che la
separavano dal suo ritorno.
Quando Carlo varcò la soglia percepì il malumore nell’aria, notò subito la foto
dell’amico posata distrattamente sul tavolino d’ingresso e capì.
-
Ti manca, vero?
-
Tanto!
Carlo si sedette sul piccolo divano e invito Elena al suo fianco. L’abbracciò
stretta e la coccolò a lungo nonostante la rigidità del suo corpo che
testimoniava una freddezza sconfortante, in grado di smontare chiunque ma non
lui che la conosceva ormai bene. Aveva capito che la serata si sarebbe conclusa
com’era iniziata: sul divano nel vano tentativo di riscaldare una ragazza con il
vuoto nel cuore, ma non desisteva. Nonostante l’inizio puramente fisico della
loro storia amava profondamente quella donna, sino al punto che pur di averla
accettava di dividerla con il fratello. Quindi le stava dando il calore e tutto
l’amore di cui era capace pur di lenirle il dolore nato dalla malinconia.
Peccato che Elena non cogliesse il mirabile affetto di quell’abbraccio, di
quelle carezze, poiché Carlo parlava una lingua a lei sconosciuta e che non era
ancora disposta ad apprendere. Per quanto amore le desse questo la trapassava
lasciandola intatta. Carlo si rendeva conto della situazione e nel suo cuore
sperava che almeno questo passaggio lavasse le scorie della sofferenza. Ormai
aveva perso ogni speranza di diventare qualcosa di più che una semplice facciata
di normalità per Elena o, al più, uno strumento per il gioco erotico dei due
fratelli; ma non riusciva fare a meno di passare il suo tempo vicino a quella
ragazza che amava.
La serata terminò nel preciso istante in cui Elena prese il telecomando ed
accese il televisore per sprofondare nell’ottusa passività davanti ad uno
schermo pieno d’immagini senza alcun senso per lei. Carlo le restò vicino sino a
tarda ora poi, vinto dalla stanchezza e dalla sonnolenza indotta dalla Tv,
comunicò alla ragazza la sua intenzione di andarsene a casa. Lei si alzò con lui
per accompagnarlo alla porta, sull’uscio riuscì a mormorare un ringraziamento
per la sua pazienza e l’affetto che dimostrava sopportandola quando era tanto
depressa quanto in quel momento, indi con un innocentissimo bacio sulle labbra
lo congedò. Per tutto il tragitto verso casa, Carlo pensò a lei. Non riusciva a
togliersi dalla testa l’immagine del suo viso triste. Si sentiva impotente di
fronte a quella sofferenza che non riusciva ad alleviare e questo lo faceva
stare male. Si domandava cosa stesse facendo Elena in quel momento, l’immaginava
intenta a prepararsi per la notte e la vedeva, con gli occhi dell’immaginazione,
occupata in quella ritualità che aveva imparato a conoscere nell’ultimo anno.
Era bello pensarla così, distaccando la sua immagine dal sesso, donandole una
valenza più umana, più femminile, più vera anche se meno attraente.
Elena, però, non aveva per niente sonno. La casa vuota, ora che il fratello era
lontano e loro madre si stava ricostruendo una vita mattone dopo mattone con il
suo nuovo compagno, non l’aiutava a superare la depressione. Con un colpo secco
sul pulsante spense il televisore e quasi con rabbia lanciò il telecomando sulla
poltrona a fianco del divano, poi si alzò e si diresse decisa nello studio. Qui
Elena si sedette alla scrivania e si guardò in giro, tutto le ricordava il
fratello specie il libro posato in un angolo. Le era stato regalato proprio da
lui prima di partire per il suo lungo viaggio di lavoro, lo prese tra le mani e
guardò con occhi appannati l’illustrazione della copertina.
-
Atalanta fugiens di Michael Maier.
Tradotto dall’originale stampato a Oppenheim nel
1618 – recitò a bassa voce.
Chissà a cosa pensava suo fratello quando scelse quel libro per farle un regalo?
Elena non riusciva a capire il senso di quel testo, non le parole scritte, ma il
senso del regalo. Suo fratello non sprecava mai un dono, ogni suo omaggio aveva
un ben preciso significato. Lo adorava anche per questo.
Con la giusta predisposizione d’animo s’appresto ad iniziarne la lettura.
Il testo era una fedele traduzione dell’originale, per questo risultava poco
scorrevole e pesante considerata l’ora tarda. Il cervello non era nelle migliori
condizioni per apprezzare quel tipo di lettura ed Elena si risolse a dare una
veloce occhiata alle figure con l’intenzione di dedicare il fine settimana ad
una più attenta lettura. Le immagini stampate erano in bianco e nero, delle
riproduzioni di stampe molto ben dettagliate; con i sensi annebbiati dal sonno
si ritrovò a pensare che quei disegni non sarebbero stati male appesi nella sua
camera. Istintivamente si portò il ciondolo regalatole da suo fratello, che
sempre teneva al collo, tra le labbra; le piaceva succhiare la pietra scaldata
dal suo seno.
Aprì una pagina a caso fissò con attenzione la figura che vi trovò. Vi erano
rappresentati due leoni, o meglio un leone ed un altro animale simile ma dotato
di ali. Il maschio afferrava la femmina con un atteggiamento quasi libidinoso e
pareva intento a montargli sopra per soddisfare le sue brame. La femmina, dal
canto suo, era chiaramente sottomessa; un atteggiamento rimarcato dalla sua
testa reclinata verso il basso. La curiosità generata da quell’immagine la
spinse a leggere la didascalia che diceva: “Aggiungi al leone una leonessa
alata, in modo tale che entrambi possano vivere nell’aria…” poi continuava
dicendo che Michael Maier consigliava di sublimare le due nature fino a renderle
inseparabili!
-
Quali nature? – si domandò Elena ad alta voce
“Sublimare…Ovvero: innalzare, esaltare, rendere eccelso” pensò mentre ancora si
chiedeva a cosa mirasse suo fratello regalandole quel libro.
“Esaltare le due nature…”, Elena iniziava a pensare che queste due nature
fossero quella maschile e quella femminile che sempre convivono in ogni essere
umano indipendentemente dal sesso. Improvviso come un lampo venne il ricordo di
una frase, un motto ermetico, che aveva letto chissà dove la quale diceva ”Fa
di uomo e donna un cerchio, quando avrai congiunto testa e coda, otterrai la
tintura vera” e l’immagine che la descriveva: due serpenti, di cui uno alato
(la donna) che si mordevano la coda reciprocamente.
Nonostante le sporadiche luci, Elena provava una forte confusione, decise di
continuare a sfogliare il libro con l’empirica tecnica di prima: aprì un'altra
pagina a caso, ma era di solo testo allora sfogliò velocemente le pagine sino a
trovare una nuova illustrazione.
Questa singolare immagine l’attrasse più dell’altra. Qui poteva vedere una
donna, semi nuda, ed un uomo che randellavano un drago. L’uomo aveva un sole
sulla testa e la donna una luna all’ultimo quarto. Lesse con attenzione la
didascalia che riportava una frase di Hermes: “Il drago muore solo e soltanto
se viene ucciso da suo fratello e sua sorella insieme. Non da uno solo, bensì
dal Sole e dalla Luna […] Per questo motivo si dice che il drago non muore senza
suo fratello e sua sorella.”
-
Ok! E adesso cosa mi rappresenta il drago? – meditò ancora ad alta voce
Si rese conto che non sarebbe riuscita a concentrarsi a sufficienza a quell’ora,
inoltre più sfogliava il libro più domande nascevano. Si ripromise di
riprenderlo al mattino, quando la mente riposata avrebbe risposto meglio alle
sue sollecitazioni. Andò a letto, era tanto stanca che si addormentò quasi
immediatamente senza avere il tempo di spegnere la luce.
Elena dedicò la mattinata della domenica alla lettura ed il pomeriggio al suo
ragazzo, nonostante le mille domande che aveva in mente riuscì ad essere
presente con lui. I pensieri generati dalla meditazione su alcuni brani del
libro l’avevano aiutata a dimenticare per un attimo la malinconia. Carlo non si
aspettava quel cambiamento e restò favorevolmente stupito da questa ripresa
tanto da farlo sperare in un ottima serata. Aveva ragione.
Verso sera erano in procinto di decidere dove cenare quando Elena disse:
-
Ceniamo da me, ci prepariamo qualcosa di veloce e passiamo la serata solo
tra di noi!
Qualcosa nel tono della sua voce smosse in Carlo le corde della libidine. Era
trascorsa più di una settimana dal loro ultimo rapporto e sentiva un prepotente
desiderio di accoppiarsi con lei, oltre al resto Elena era rimasta per tutto il
pomeriggio in uno stato di assoluta dipendenza nei suoi confronti accettando
ogni sua proposta. Questo lo aveva eccitato, vedere la sua ragazza così
disponibile lo portava a sognare quell’atteggiamento esteso al letto.
Prepararono la cena insieme, Carlo approfittava di ogni occasione per cercare un
contatto con il corpo di Elena e lei rispondeva favorevolmente strusciandosi
contro di lui. Quello che lo faceva impazzire era il suo modo di sollevare il
sedere quando s’appoggiava alle natiche, pareva invitarlo dentro di lei. Quando
s’avvide che non riusciva più a controllarsi, che il desiderio di lei avrebbe
inevitabilmente compromesso il piacere del cibo, la fece sedere su uno sgabello
per tenerla al di fuori della propria portata, poi prese due bicchieri e la
bottiglia di vino bianco secco che stava in nel frigorifero.
-
Prendiamo un aperitivo? – domandò Carlo sforzandosi di mantenere un tono
di voce normale.
-
Volentieri! – accettò Elena porgendogli il bicchiere.
Ruotando sullo sgabello e torcendo il busto, la ragazza, mise in evidenza il
ciondolo che sempre portava al collo, allora Carlo disse:
-
Ora che mi ricordo… ho chiesto ad un amico cosa ne pensava delle
incisioni di quella pietra che hai sempre al collo. Lui è un appassionato del
periodo storico del medioevo e quei simboli mi parevano risalire a quell’epoca!
Avevo ragione!
Secondo lui – disse prendendo in mano il
ciondolo – questa donna rappresenterebbe il pianeta Venere e tutto lascia
supporre che questo sia un amuleto d’amore.
-
Ma dai! Non mi dire! – disse quasi sottovoce Elena
-
Sì! A quanto dice quest’amico pare, che l’amuleto sia stato realizzato
seguendo le prescrizioni dettate da un libro del XI° Sec. inoltre sostiene che
senz’altro è stato “consacrato” seguendo i riti di quel libro.
Non so mai quando scherza o fa sul serio… però
lui consiglia di disfarsene!
-
Ma scherziamo?
È un semplice pezzo di pietra ed a me piace! –
disse risoluta Elena
-
Io ti riporto solo cosa ha detto lui!
-
Ed io ti dico che intendo tenermelo. È un regalo di mio fratello e l’ho
sempre indossato da quando me lo ha dato!
Carlo indugiò nell’analisi del ciondolo che continuava a tenere in mano, lo
rigirava tra le dita mentre ripensava alle parole dell’amico ed alla risolutezza
di Elena.
-
È caldo! – disse ad un certo punto
-
Sì, è sempre caldo. Pare assorbire il calore dal mio corpo, lo tengo
sempre nel solco del seno! – rispose Elena rimarcando l’ultima parola
-
Capisco… e invidio un po’ questa pietra che ha la fortuna di passare
tanto tempo a contatto con la tua pelle.
Elena trattenne il fiato mentre i suoi occhi, fissi su quelli di Carlo, andavano
lentamente dilatandosi.
-
È tanto che le nostre pelli non si toccano! – bisbigliò lei
-
Troppo!
La ragazza prese la cintura di Carlo e lo avvicinò a se, poi allungò il collo in
cerca delle sue labbra. Lo baciò con un trasporto inaspettato, tanto intenso da
farle perdere l’equilibrio e cadere dallo sgabello in ginocchio innanzi a lui.
Con le mani teneva ancora la cintura e fece forza su di essa per sollevarsi ma
lui, con una mossa decisa ed improvvisa, la slacciò. Elena si ritrovò quindi a
tirare giù i calzoni del suo ragazzo. Subito vide il lato comico di quella
sequenza di eventi e stava per lasciarsi sfuggire una risata, poi sollevò lo
sguardo e vide l’espressione eccitata di Carlo che subito generò in lei una
sequenza di emozioni. Si sentì immediatamente desiderata, quegli occhi avevano
il potere di trasmettere amore e desiderio quasi quanto quelli di suo fratello,
ed in quella posizione non poteva che fare una cosa sola per appagare quel
desiderio: sfilò il calzoni di Carlo sin sotto il ginocchio, poi si agganciò
agli slip e li tirò in basso liberandogli il membro. Senza attendere il suo
inevitabile invito ingoiò ciò che si trovava davanti agli occhi. Carlo rantolò
di piacere e si appoggiò al tavolo per spingere il più avanti possibile il
bacino, come per penetrarla sino in gola, poi si rilassò e chiuse gli occhi per
godersi le labbra della sua ragazza.
Elena si scoprì a desiderare quel membro in ben altre parti del suo corpo.
Inizialmente non provava una voglia particolare, aveva deciso di far godere
Carlo senza nulla chiedergli in cambio; quando suo fratello era lontano lei non
sentiva le spinte del desiderio. Ora, però, mentre scorreva tutta la lunghezza
di quel membro e ne riconosceva il sapore sentì di avere voglia proprio di
Carlo.
Un liquido più denso si unì alla sua saliva; Elena capì che il ragazzo era ormai
troppo eccitato e stimolato e rischiava di esplodere subito in un orgasmo.
Decisa a non sprecare quella magnifica erezione in semplici giochi orali si alzò
di scatto per appoggiarsi al tavolo al suo fianco. Carlo la guardò con gli occhi
accesi dall’eccitazione, poi lesto si levò la camicia per passare a sbottonare
quella di Elena. Lei lo lasciò fare, si fece spogliare e sollevare la gonna sino
in vita, poi aprì le gambe alle labbra di Carlo che intendevano restituirle,
almeno in parte, il piacere che gli era stato regalato. Quando lui si ritenne
sazio la fece girare di schiena ed appoggiare il busto sul tavolo, le sfilò del
tutto la gonna poi le sollevò una gamba in modo da farla aprire. Elena era al
limite della sopportazione, non riusciva più a contenere il desiderio di
sentirlo dentro; appoggiò la gamba ad uno sgabello mentre con l’altra si teneva
in equilibrio. Quando avvertì la mano del suo ragazzo sulla nuca che stringeva
spasmodica i capelli capì che stava per essere finalmente appagata. Lui la
spinse giù, con il viso sul tavolo, poi si guidò dentro di lei e la penetrò con
una foga quasi animale tanto era il desiderio represso che teneva dentro. Elena
apprezzò quel gesto carico di erotica violenza e si aprì il più possibile ma non
era ancora del tutto soddisfatta e spinse il sedere contro di lui mentre si
stava avvicinando. Carlo temette di farle male e tentò di controllare l’impeto
con cui entrava, ma Elena gemette in tono di protesta incitandolo a muoversi con
sempre maggiore insistenza.
Lui rallentò un attimo per cercare la giusta concentrazione, poi lentamente
aumentò il ritmo. Badò a spingersi bene sino in fondo, sino a sentire il glutei
della ragazza contro il bacino allora pressava in avanti il pube per seguire le
sue curve ed entrare totalmente in lei. Eseguiva meccanicamente queste mosse
mentre la mente era impegnata a studiare la porzione visibile del viso di Elena
per carpirne ogni singola emozione; la vide chiudere gli occhi ed inspirare
regolarmente ogni volta che la penetrava, intanto la sentiva dilatarsi sempre di
più sin che, finalmente, sospirò spalancando la bocca per lasciarsi prendere
dall’orgasmo. Carlo continuò a muoversi senza modificare il suo ritmo, percepiva
che il piacere di Elena era guidato dalle sue mosse e intendeva prolungarlo sin
che avrebbe retto. La voglia accumulata negli ultimi giorni si stava
trasformando in un sentimento di vendetta, pensava: “Ti sei fatta desiderare
vero? Allora ti sbatto sin che non mi chiedi pietà!” Questo sentimento così
estraneo all’amore e fuori luogo in un normale amplesso lo stava aiutando a
resistere ai numerosi stimoli che riceveva dal ventre di Elena, si fermò solo
quando lei iniziò a scivolargli via.
Elena si voltò verso di lui appoggiandosi al tavolo, respirando a fatica fissò
lo sguardo su quello del suo ragazzo rimanendo sconvolta dalla luce dei suoi
occhi. Immaginò di vedere in quello sguardo un desiderio ed una eccitazione non
placati dal loro amplesso; più lo guardava più sentiva tornare in sé la voglia
di unirsi a lui, allora lo prese per le spalle e lo guidò a lato del tavolo poi
lo spinse verso il basso. Senza parlare lo fece stendere sul pavimento in legno,
quindi salì su di lui volgendogli la schiena sistemandosi per scendere e
impalarsi sul suo membro.
-
Aspetta! – disse Carlo mentre teneva con le due mani il membro – Sei
troppo indietro… è più avanti!
-
No! È qui che lo voglio ora! – rantolò lei
-
Ma non lo abbiamo mai fatto così… sei troppo chiusa!
-
Aspetta! – insistette lei mentre si dilatava le natiche con le mani –
Tienilo fermo! – lo pregò infine.
-
Ti faccio male!
-
Dai, che lo facciamo entrare! – Elena non sentiva ragioni.
-
Cambiamo posizione. Mettiti in ginocchio e proviamo così! – ragionò lui
-
Voglio farlo così! Se non entra dietro allora mettimelo davanti! – Disse,
con un grugnito, Elena mentre si spostava offrendo il pube al membro.
La solita via non presentò problemi. Elena scese sul membro di Carlo
inghiottendolo con il ventre, poi si lasciò cadere all’indietro, contro di lui,
ed iniziò a muoversi. In breve raggiunse un secondo orgasmo, forse per merito
della forte eccitazione questa volta urlò nell’apice del piacere. Continuò a
muoversi sin quando si sentì sollevare dalle forti braccia del suo ragazzo, fece
appena in tempo a lasciar uscire il membro che ricevette un fiotto di sperma sul
bacino. Più velocemente che riuscì portò il viso sul pene e inghiotti gli ultimi
getti per restare a stuzzicare con le labbra morbide quel pezzo di carne che
l’aveva fatta godere due volte in pochi minuti.
Dopo questa esplosione di sensi mitigarono la fame con una cena veloce e
dedicarono il resto della serata alle coccole reciproche sin che Elena non disse
di avere molto sonno e spedì Carlo a casa sua. Appena salutato il ragazzo sulla
soglia lei controllò l’orologio e corse al computer, attivò la connessione alla
rete e lanciò il programma di messaggeria in diretta. Selezionò il nome del
fratello e gli lanciò un messaggio: “Ci sono!”. Poi si mise in attesa
dedicandosi al controllo della posta.
Pochi istanti dopo arrivo il segnale che aspettava.
“Eccomi qua! … puntualissima vedo!”, lampeggiò la finestra di suo fratello.
“ Già, non vedevo l’ora di sentirti.. emm .. di leggerti! Uffa ma quando
torni?!”, scrisse lei.
“ Meno di una settimana, lo sai! Non me lo chiedere tutte le volte o mi fai star
male… non sto bene lontano da te”, apparì sul monitor di Elena.
Si scambiarono i soliti convenevoli, le classiche frasi malinconiche e velate
allusioni sin che:
“ Allora che hai fatto con il mio amico questa sera?” domandò lui.
“Ti ricordo che il tuo amico è anche il mio ragazzo… comunque… scintille!
Abbiamo fatto scintille!”
“ Racconta”, la esortò lui.
“ No, meglio… ti faccio vedere!”
“Cosa? Hai attivato la web-cam? E… lui lo sapeva?”, scrisse velocemente lui
“No, non lo sapeva. Ho impostato uno scatto ogni 20 secondi ed ho spento il
monitor… ho il disco pieno d’immagini, ma non le ho ancora viste”
“Vediamole!” scrisse lui.
Iniziarono in questo modo un gioco perverso dove lei inviava al fratello le
immagini sfocate che la vedevano protagonista per commentarle insieme a lui.
Elena soddisfaceva ogni singola richiesta di particolari e si dilungava nella
descrizione delle proprie sensazioni. Si eccitava nel ricordare il suo amplesso
e notava dai termini usati dal fratello la sua eccitazione, le piaceva quel
gioco. Arrivata alle sequenze finali il fratello le domandò spiegazioni della
sua innaturale posizione, allora lei confessò il falliti tentativo di farsi
penetrare analmente.
“Non immaginavo che ti piacesse prenderlo lì!”, scrisse lui.
“Non lo so ancora se mi piace e quanto… non ci siamo riusciti!”
“Pazienta ancora qualche giorno che poi ti apro io!”
Elena ebbe un mancamento non appena lesse le parole del fratello, ringraziò il
fato che la loro non fosse una comunicazione telefonica altrimenti con il suono
della sua voce il potere di quelle parole le avrebbe fatto perdere il controllo.
Continuarono su questo tono sino a tarda ora, sin che non furono analizzate più
volte tutte le immagini in modo che anche lui, all’altro capo della linea,
divenne partecipe e complice del piacere della sorella.
Il mattino seguente, Elena, si svegliò con un indefinibile affanno indosso;
provata dalla lunga chat con il fratello si rigirò su se stessa per pisolare
ancora un po’ sull’altro fianco, ma qualcosa la disturbava e le impediva di
riaddormentarsi. Con la mente offuscata cercò, invano, di far luce sul disagio
che sentiva. Percorse gli aspetti più intimi del suo animo, quelli che sfidava
solo quando non era totalmente cosciente di se, alla ricerca di una spiegazione.
Pensò che il turbamento fosse l’inevitabile frutto del suo lungo dialogo con il
fratello e del tema trattato in quella discussione; poi analizzò il rapporto con
Carlo, nei dettagli di un amplesso riuscito per metà. Il libro letto la notte
precedente le aveva lasciato tanti di quei dubbi da toglierle il sonno per oltre
un mese, ma dopo tutto non si era addentrata tanto nella lettura da iniziare a
comprenderne il reale significato. Poi ricordò!
-
È lunedì! – pronunciò ad alta voce mentre si rizzava a sedere sul letto –
Oggi è lunedì! – sottolineò – Alle nove in facoltà!
Elena saltò giù dal letto, incurante del lieve mancamento dovuto
all’abbassamento della pressione sanguinea tipico della sua ovulazione, e corse
in bagno aprendo subito il rubinetto della doccia. Come s’infilò sotto l’acqua
cacciò un urlo di puro terrore, nella fretta non aveva controllato la
temperatura. Qualcuno, prima di uscire dalla sua casa, aveva manomesso la
regolazione della doccia portandola al minimo. Era un idea di Carlo, sempre alla
ricerca di un modo per farsi ricordare, per lasciare un segno indelebile nella
sua mente. Questa volta il segno lo lasciarono i lunghi improperi lanciati nella
sua direzione. Sopravvissuta al trauma iniziale riprese a lavarsi, non aveva
guardato l’ora ma sentiva d’essere al limite. S’insaponò stando bene attenta a
non bagnare i capelli, nella fretta aveva pure scordato d’indossare la cuffia,
quindi non notò subito lo stato di turgore dei capezzoli. Solo dopo ripetuti
passaggi sul seno percepì qualcosa di duro sul palmo della mano, subito si
guardò l’arto, convinta di trovarvi un pezzo di sapone, poi il suo sguardo si
focalizzò sul seno e sui capezzoli. Sul momento ritenne il contatto con l’acqua
gelida l’artefice di tale erezione e non si curò di loro sin che, una volta
asciugata, non tentò di vestirsi.
I capezzoli non accennavano a scendere, restavano turgidi tanto da crearle non
pochi problemi sulla scelta dei capi da indossare. Qualunque maglia o camicia
provasse restava segnata dai due puntini che sporgevano in un modo imbarazzante.
Non poteva uscire in quello stato ma non intendeva neppure indossare un
reggiseno imbottito in una giornata così calda come quella che si prospettava.
Si disse che sicuramente non poteva restare in quello stato a lungo senza
motivo, senza una fonte di stimoli erotici o termici; inviò un’ulteriore
maledizione a Carlo mentre pensava quest’ultima parola.
Indossò, quindi, gli abiti che aveva previsto. Dinanzi allo specchio ammirò
ancora una volta i capezzoli così evidenti poi prese il ciondolo dal comodino,
lo indossò, ed uscì per strada. Solo in quel momento si concesse di controllare
l’orologio, prima non aveva senso preoccuparsi per un eventuale ritardo tanto
non portava porvi rimedio, con stupore apprese che non era poi così tardi: c’era
ancora il tempo di bere un caffè nel bar sotto casa.
Elena entrò nel locale decisa e si diresse nel suo solito angolo; il ragazzo al
bancone non le domandò cosa desiderava, la conosceva da tempo e le preparò
subito un caffè come amava lei. Quando glie lo porse l’ammirò per un attimo poi
si arrischiò a salutarla.
-
Buon giorno Elena! Come va questa mattina?
-
Uh! Bene credo. Pensavo di essere in pauroso ritardo ma poi mi sono
accorta di non esserlo!
-
Hai passato troppo tempo davanti allo specchio per farti più bella di
quanto non lo sei già? – la schernì lui
-
Specchio? – Elena posò la tazzina bollente – No, sono uscita subito così
com’ero… non avevo guardato l’orologio sicura che fosse troppo tardi!
-
Allora sei innamorata! È tipico delle ragazze innamorate perdere la
nozione del tempo! – quindi, dopo questa citazione filosofica, aggiunse –
Strano, però! Oggi sei più bella del solito …!
Elena stava bevendo l’ultimo sorso quando si rese conto di dove collimava lo
sguardo del ragazzo, in quel momento percepì chiaramente i suoi capezzoli
premere sul tessuto. Posò velocemente la tazzina, ringraziando il giovane, poi
pagò alla cassa ed uscì dal locale. Era turbata dal suo stato, non amava
mettersi in mostra in quel modo, non le piaceva il messaggio lanciato dai suoi
capezzoli eretti. Non erano i segnali emanati da una gonna più corta del
normale, dai calzoni aderenti o da un’audace scollatura, questi dei capezzoli
stavano ad indicare un qualcosa di troppo intimo per poterlo diffondere a tutti
coloro che avrebbe incontrato. Mentre camminava premette una mano sul seno nel
tentativo di dominare quella strana erezione, un movimento apparentemente
casuale, come se intendesse sistemare il reggiseno, che portò la sua mano a
contatto con il ciondolo. Il calore che ricevette da quel pezzo di pietra fu
tale da procurarle una fitta al basso ventre, un segnale d’imminente eccitazione
sessuale.
Elena si fermò per un istante a valutare cosa sentiva, non le pareva possibile
di eccitarsi mentre camminava per la strada lontana da tutti e due gli uomini
della sua vita. Il seno non accennava a mettere giudizio, in più ora provava
quel doloroso senso di vuoto nel ventre che le faceva perdere la ragione pur di
colmarlo.
Passò una mattinata d’inferno, sempre tesa a controllare come esponeva il seno o
al modo in cui si muoveva o guardava gli altri. Le sue amiche le domandarono più
volte cosa le era successo per essere così sensuale, la studiavano ammirate o
invidiose a seconda del grado d’amicizia che le univa. Quando, finalmente,
rientrò in casa sul fare del mezzogiorno per prima cosa si spogliò per indossare
un vestito più comodo e largo sul seno. Aveva intenzione di nasconderlo per non
pensare più ai suoi capezzoli perennemente eretti.
Scrisse una mail al fratello dove raccontava quella giornata nei dettagli
domandandogli un aiuto. Poche ore più tardi trovo la sua laconica risposta: “Ok!
Rientro domani sera. Volo numero …”
Tutto lì!
Elena era sconvolta e leggermente adirata con il fratello. Lei gli aveva chiesto
aiuto per una situazione che la stava sconvolgendo anche per causa sua, e lui si
limitava ad annunciare il suo rientro?
Era furente, stava per scrivergli un’altra mail di fuoco quando notò il segno
rosso sul calendario: suo fratello sarebbe dovuto rientrare la settimana
successiva. Aveva anticipato il rientro per starle vicino, aveva senza dubbio
incontrato dei problemi per farlo; ora sentiva di amarlo come non mai.
Finalmente l’aereo atterrò, era in perfetto orario ma per Elena in attesa da
oltre un ora pareva non dovesse giungere mai. Si era recata in aeroporto con un
certo anticipo spinta dal desiderio di rivedere suo fratello, ora seguiva con
trepidante interesse le operazioni di sbarco. Quando lui uscì dal controllo
doganale lei gli saltò letteralmente addosso, lo abbracciò avvinghiandolo anche
con le gambe.
-
Calma… calma sorellina! Ricorda che nessuno deve pensare che tra di noi
ci sia qualcosa di più dell’amore fraterno! – disse lui sorridendo mentre le
stringeva le natiche con forza.
-
E chi se ne frega! Qui nessuno ci conosce… baciami!
Si salutarono con calore, quindi si avviarono verso casa. Nel tragitto Elena
raccontò cosa le era successo il giorno prima, confidò il suo turbamento e narrò
di come dovette masturbarsi sino all’orgasmo per smontare l’erezione continua
dei suoi capezzoli.
-
Pensavo a te in quel momento! Ti visualizzavo al posto di Carlo i quelle
foto che ti ho fatto vedere e ti sentivo scivolare nelle mie viscere, entrare in
me e strapparmi urli di piacere … ti sentivo fino qui! – Disse lei indicando,
alla fine, un punto sul suo corpo ben al di sopra l’ombelico.
-
Davvero?! – domandò lui senza riuscire a nascondere l’emozione.
-
Sì, ti prendevo come non ho mai preso nessuno e godevo come una pazza! –
annunciò sorridente Elena.
-
No, intendevo .. davvero fino lì? – chiese indicando il punto in
questione sul suo corpo
-
Sì, fino qui!
-
Allora dovrò montare una prolunga, non credo di arrivare così tanto
dentro di te!
-
Non importa dove arrivi, basta che entri. Son settimane che ti sogno in
continuazione. Sei diventato una presenza costante nella mia mente; giorno e
notte. Di giorno ti penso, ti desidero, ti voglio; di notte ti sogno e mi
risveglio eccitata … chissà come ti sogno?
-
Posso immaginarlo: all’incirca come io sogno te.
-
Allora andiamo a casa e anche se sei stanco per il viaggio voglio subito
consumare il nostro incesto, intendo unirmi a te e formare il cerchio, voglio
essere la tua luna!
-
Ed io il tuo sole!
Vedo che hai letto quel Libro!
-
L’ho solamente iniziato, ma non ho le basi per comprenderlo sino in
fondo… ho bisogno di un maestro
-
Sfortunatamente non posso essere io il tuo maestro avendo appena iniziato
a comprendere qualche parola. – Si giustificò lui
-
Però puoi dirmi cos’è sto cavolo di drago allora! Quello che io e te
dobbiamo uccidere insieme secondo quanto dice il Libro. – insistette lei.
-
Guarda al drago come alle tue paure… questa è solo una delle
interpretazioni, ma è quella che interessa a noi.
-
A noi? – domandò lei
-
A noi! A noi che viviamo nell’aria! – aggiunse lui
-
Giusto, a noi che viviamo nell’aria!
Elena non comprese del tutto le farsi ermetiche del fratello, ma non le
importava più di tanto. Aveva iniziato a leggere quel libro più che altro per
fare un piacere a lui. Non era affatto interessata agli argomenti trattati,
ammetteva un certo qual interesse verso quelle teorie ma sentiva un’attrazione
più intensa verso un'altra forma di conoscenza occulta. Non sapeva spiegare
questo sentimento, ricordava solamente d’essere stata fortemente attratta dalla
vetrina di una libreria del centro città, fu tentata di entrare ed acquistare un
volume che, semi nascosto, attirò i suoi occhi. Ricordava il titolo: “Picatrix.
Ghàyat al-hakim, il fine del saggio”. Forse quel testo era legato a quanto le
aveva riferito Carlo sulla discussione con il suo amico medievalista, forse in
quel libro c’era la spiegazione ai simboli tracciati sulla pietra che sempre
portava al collo. Si ripromise di tornare in quella libreria ed acquistare il
libro il prima possibile.
-
Ho bisogno di una doccia! – annunciò lui appena varcata la soglia di casa
– Mi dai il tempo di farla?
-
Mmm sì! Fai pure ma sbrigati!
Elena lanciò uno sguardo d’intesa al fratello, poi si dedicò alle sue valige
iniziando a sistemare gli abiti puliti nell’armadio. Mentre li riponeva al loro
posto ne aspirava golosamente il profumo, riempiendosi le narici di quell’odore
che da sempre le ricordava lui. Quando trovò, conficcata in una sacca laterale,
la biancheria usata la raccolse e senza pensare la portò nel bagno per buttarla
nella cesta della “roba” da lavare. Entrò decisa senza più pensare che lui era
sotto la doccia, le lunge settimane trascorse da sola in quella casa le avevano
fatto dimenticare le solite procedure, quando lo vide nudo e mezzo coperto dal
sapone rimase fissa ad osservarlo.
-
Cos’è? Pare che tu non abbia mai visto un uomo nudo! – la punzecchiò lui
-
No, ne ho visti eccome! Solo che non ne ho mai visti farsi la doccia con
quell’affare enorme completamente eretto! Specie se la doccia se la stanno
facendo da soli! – Disse lei con un tono di voce sarcastico, poi aggiunse – Cosa
stavi facendo? Non è che ti stavi ….!!
-
Stavo pensando a te e a tutto quello che vorrei farti!
-
Davvero? – sospirò lei
-
Giuro! – confermò lui.
Elena si avvicinò alla vasca, che fungeva anche da doccia, per ammirare meglio
il corpo di suo fratello, poi allungo titubante una mano verso il membro e lo
ghermì. Lo prese da sotto, nei pressi dei testicoli, poi lo trasse a se per
costringere il fratello ad avvicinarsi alle sue labbra. Lo baciò con tutta la
passione che aveva messo da parte durante la sua assenza e, nel frattempo, lo
masturbava agitando la mano. Quando lo sentì crescere tanto indurirsi al
massimo, lentamente scivolò sulle ginocchia e lo prese tra le labbra. Succhio
con la stessa passione del bacio, intendeva aspirarne tutto il seme che teneva
dentro, lo voleva sentire in gola, sul palato, colare dalle labbra; e desiderava
sentire suo fratello fremere dal piacere. Avrebbe coronato il suo sogno se lui
non le fosse sfuggito all’improvviso. Stava per protestare quando lui disse:
-
Lavami!
Elena si mise in piedi per spogliarsi. Velocemente la camicetta e la gonna
volarono sul cesto della biancheria seguite immediatamente dagli slip e dal
reggiseno, quindi entrò con lui nella vasca. Si lasciò bagnare dal flusso
d’acqua controllato dalle mani del fratello e regolato alla perfetta
temperatura. Ebbe un fremito quando le divaricò le natiche per dirigere il getto
lì in mezzo. Accortosi della sua reazione lui disse:
-
Laviamo bene tutto! Non sei d’accordo?
Elena non rispose ma si abbandonò appoggiando la schiena contro il corpo del
fratello per apprezzare al meglio quelle grandi mani che le distribuivano il
sapone addosso. Si godette le carezze confortata dalla pressione del membro che
sentiva chiaramente appoggiato al sedere.
Sin dal risveglio si era trovata sessualmente eccitata, il solo pensiero di
incontrare nuovamente suo fratello riportava in vita la passione trattenuta così
a lungo. Era entrata in bagno senza secondi fini, nella sua mente la serata era
già stabilita nei dettagli: dopo la doccia coccole, poi cena leggera ma sfiziosa
e quindi letto! Invece si trovava gia tra le sue braccia, pelle contro pelle,
eccitata e pronta ad unirsi a lui. La ragione le diceva di fuggire da
quell’abbraccio poiché, rispettando il programma, avrebbe goduto di più della
sua presenza; l’istinto la fece ruotare per affrontare le labbra del fratello.
Lo baciò usando solo la lingua, disegnò il contorno delle labbra del fratello
poi la spinse nella sua bocca, indugiò a lungo prima di incontrare la sua poi si
premette totalmente contro di lui. Voleva sentire ogni centimetro di quella
pelle contro la propria, intendeva prendersi ciò che aveva sognato durante la
sua assenza. Elena colse il membro durissimo puntarle sul bacino, le piaceva
quel contatto e spinse in avanti tutto quello che poteva per massaggiarlo con la
pelle, si muoveva sinuosa conscia dell’effetto che ave