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eros esoterico : Picatrix, XX° sec.
Inviato da rupescissa il 28/9/2008 20:02:06 (2435 letture)





paroleros016
Il
sonno di Carlo era molto agitato come di regola da alcune settimane.



Sperava in quel periodo di ferie, in Agosto, per recuperare le forze e la
tranquillità. Apparentemente non aveva motivi di seria preoccupazione, il lavoro
andava bene e la sua relazione con Cristina aveva trovato nuovi eccitanti spunti
da quando avevano iniziato a vivere insieme nella sua casa.



Quel senso d’oppressione, il sonno rovinato da sogni che non riusciva mai a
ricordare, l’inappetenza e il conseguente dimagrimento lo tormentavano da circa
tre mesi dopo l’inizio della convivenza. I medici interpellati non avevano
rilevato niente di patologico ed erano concordi nel ritenere la sua psiche il
vero colpevole senza, però, proporgli nessuna soluzione valida a parte un vago:
“ Si riposi un po’!”.



Per quello si erano recati in Francia con l’intento di visitare la Linguadoca e
l’Aude. In quei giorni si trovavano nei pressi del confine con la Provenza, in
una zona d’ameni altipiani tagliati dal fiume Hérault.



Dopo la cena e una breve passeggiata nei campi nei pressi della villa di fine
‘600 trasformata in albergo, conquistarono la stanza da letto.



Cristina tentò, come di norma in quelle sere di vacanza, di risvegliare il suo
desiderio sessuale, senza risultati apprezzabili. Carlo si scusò con lei,
promettendole un risveglio di fuoco, poi tentò di riposare.



Forse fu il tentativo di seduzione messo in atto da Cristina a guidare i suoi
sogni o forse no, ma sognò.



 



Sognò una donna molto bella, dai lunghi capelli rossi. Un corpo da favola, molto
alta, dotata di uno sguardo a volte intenso e indagatore altre volte dolce e
sensuale.



Portava indosso una tunica bianca legata in vita da un semplice cordino ed era
scalza. Una catena al collo la legava alla statua, in grandezza naturale, di un
uomo nudo dalla possente muscolatura, la testa coronata e una spada incisa sulla
destra.



Mentre si avvicinava vedeva la sua bocca muoversi come per parlare ma, rapito
dalla carnosità di quelle labbra non udiva alcun suono. Quando fu davanti a lei
con estrema facilità la sciolse dalla catena, tant’è che si stupì che non
l’avesse già fatto lei stessa da sola.



Con un’abile mossa, la donna, slegò la sua cintura e subito la tunica scivolò a
terra, non indossava altro.



Era incredibilmente alta, poteva guardarla negli occhi mentre lentamente faceva
aderire il corpo al suo.



Come accade nei sogni si ritrovò, all’improvviso, nudo come un verme, i suoi
occhi vogliosi, il seno sodo premuto contro tanto da consentirgli di sentire la
pressione dei capezzoli, lo eccitarono oltre ogni misura. Il bacino della
ragazza si muoveva piano al ritmo del respiro stuzzicandogli il pene eretto,
sentiva la sua pelle aderire al glande e poi staccarsi lentamente mentre si
muoveva come se fosse dentro di lei.



Le accarezzò il viso guidandolo verso le sue labbra e la baciò. Lei rispose con
passione mentre con una gamba lo avvinghiava. La strinse facendole scivolare una
mano sulla schiena, raggiunto il sedere prese con forza una natica. Lei, allora,
sollevò anche l'altro arto e se la ritrovò in braccio con le gambe aperte e la
peluria della vagina premuta contro il membro.



La portò verso il letto e, delicatamente, la mise seduta sul bordo, quando
staccò le labbra dal bacio le mani di lei corsero alla ricerca del pene. Se lo
portò alla bocca ed iniziò a succhiarglielo molto lentamente quasi con dolcezza
ma con un ritmo inesorabile. Lui provava un piacere caldo e pacato quando le sue
labbra si dischiudevano intorno al glande per ingoiarlo. Quando, però succhiava
con forza sembrava che tutto il suo seme volesse uscire in un colpo solo
provocandogli una fitta di intenso piacere, violenta, quasi dolorosa.



Si allontanò di colpo dalla donna, per riprendere un minimo di controllo, quindi
s’inginocchiò fra le sue gambe mentre con una mano la invitava a sdraiarsi
completamente. La vista della leggera peluria rossa sul suo sesso fu un richiamo
irresistibile, vi tuffò la lingua mentre con le mani si faceva spazio. Lei
sospirava di piacere ed ebbe un forte fremito quando, con tutta la sua forza lui
la penetrò con la lingua. Aveva un buon sapore e non smise di leccarla sino a
quando i movimenti del suo bacino furono sintomatici di un imminente orgasmo.



Lei era li, sdraiata sul bordo del letto con le gambe aperte appoggiate a terra.
Lui sempre in ginocchio di fronte a lei mentre con le mani le massaggiava ogni
parte del corpo. Quando sentì il suo respiro regolarizzarsi appoggiò il pene
alla vagina, guidandolo con una mano lo strofinò delicatamente. Un movimento del
pube lo invitò dentro, allora spinse, prima delicatamente poi, non trovando
alcuna resistenza, la penetrò a fondo.



Le sue gambe lo legarono nuovamente a impedendogli ogni movimento. Fu lei,
muovendo il bacino e contraendo i muscoli giusti a gestire il loro piacere.



Arrivò all’orgasmo quasi subito, slacciò le gambe appoggiandole a terra e inarco
il corpo. Lui, finalmente libero le diede quello che non aveva potuto darle
prima, andò avanti e indietro cercando di seguire il ritmo delle sue ondate di
piacere. Uno sguardo lo aiutò a capire cosa voleva ancora da lui. Venne dentro
di lei, spingendo a fondo dentro il suo ventre, mentre lei inspirava a bocca
aperta ad ogni suo impulso.



La donna non disse mai una parola, si rialzò e gli regalò ancora un breve bacio,
dal suo sguardo s’intuiva la gratitudine.



Carlo si risvegliò, sudato ed estremamente eccitato. Aveva ancora ben chiaro in
mente il viso di quella ragazza ma non riusciva a ricondurlo a nessuna donna da
lui conosciuta. Non gli era mai capitato di fare dei sogni erotici dove le
protagoniste erano donne sconosciute, normalmente sognava la sua compagna,
qualche amica o conoscente che era riuscita ad accendere la sua fantasia ma mai
una sconosciuta.



Osservò la sua donna che ancora stava dormendo. Appoggiata su di un fianco gli
volgeva la schiena. L’invitante curva del suo sedere generò in lui un nuovo
desiderio. Iniziò ad accarezzarle la schiena strappandole un leggero mugolio.
Fece scorrere la mano dalla sua spalla sino in vita, poi risalì i fianchi. Si
portò verso di lei mentre con la mano cercava la vagina. La trovò umida quindi,
da dietro guidò il suo pene dentro di lei.



Se era già sveglia non lo diede a vedere, lo lasciò fare per un po’ poi iniziò a
muoversi anche lei, ancora intorpidita dal sonno i suoi movimenti erano languidi
e dolci come quelli della donna del sogno.



Cercò, con una mano, la vagina e iniziò a stimolarla mentre la penetrava. Trovò
il suo collo con la bocca e lo baciò provocandogli leggeri brividi di piacere
mentre il loro ritmo aumentava.



Lei, stando bene attenta a non farlo uscire sfruttava tutta la lunghezza del
pene per poi chiudersi contro di lui quando lo aveva tutto dentro. Quando Carlo
si accorse che stava per venire l’afferrò, una mano fra il materasso e il suo
fianco, l’altra da sopra l’altro fianco aperta sul suo ventre per stringerla
contro di se. Seguì, come nel sogno, il suo piacere cercando di incrementarlo
con le spinte.



Non venne dentro di lei ma la invitò a girarsi, gli si mise a cavallo e appoggiò
il membro in mezzo al seno che lei premette con le mani per farlo aderire bene.
Le bastarono poche mosse per farsi inondare dal suo seme.



 



Carlo aveva deciso di eiaculare sul corpo della sua donna per verificare la
quantità di seme che aveva a disposizione quel mattino. Il sogno era stato così
reale da lasciargli dei forti dubbi sulla sua semplice valenza onirica.



Dopo quell’amplesso ritrovò parte della tranquillità che aveva perduto, convinto
di poter attribuire l’agitazione delle sue notti ad un desiderio erotico non
soddisfatto. Pensava che se avesse sfogato i suoi istinti, con la volenterosa
collaborazione di Cristina, i suoi sonni sarebbero tornati normali … ma si
sbagliava.



 



Dopo il forte temporale della notte, Carlo e Cristina, non speravano nel
magnifico cielo azzurro ritratto nella finestra della loro camera d’albergo.
Decisero d’approfittarne e di procurarsi due canoe per ridiscendere il fiume.
Sbrigate le poche formalità e fissato il luogo dell’appuntamento, dove sarebbero
stati recuperati, si avviarono con calma sulle acque limpide. Il paesaggio era
stupendo e non invogliava a correre.



Dopo poche ore, quando il Sole d’Agosto iniziava a farsi sentire, si concessero
il primo di una lunga serie di bagni della giornata. Nell’occasione studiarono
meglio l’itinerario, decisero di fermarsi per il pranzo in qualche insenatura
nei pressi dell’abitato di Ganges, situato oltre la metà del percorso, dove il
fiume si allarga all’improvviso e il suo letto formato da grandi lastroni di
roccia crea delle piscine naturali dove l’acqua si scalda facilmente al Sole.



Quando raggiunsero il luogo prestabilito, ormeggiarono o meglio tirarono in
secca le canoe in una piccola insenatura del tutto invisibile dalla strada che
correva ad una ventina di metri sopra di loro. L’intimità del luogo e l’amenità
del paesaggio li convinsero a provare l’ebbrezza di un bagno completamente nudi.
Desideravano sentirsi parte integrante di quella natura così bella.



Si spogliò per prima Cristina e subito si tuffò da un trampolino naturale, Carlo
la seguì con un tuffo goffo che generò l’ilarità di lei. Nuotarono e giocarono
sino a quando le loro carezze si fecero un po’ troppo particolari. Si avviarono
quindi verso la riva dove Carlo bloccò Cristina per i piedi, trattenendola in
acqua per metà. Risalì il suo corpo fino alla bocca e la baciò.



Cristina notò la magnifica erezione che le premeva sul ventre e senza tanti
complimenti sguisciò via da sotto di lui e corse verso le imbarcazioni. Stese a
terra un asciugamano, nel mezzo delle due canoe, e vi si sdraiò sopra ridendo,
quando lui la raggiunse gocciolante lei raccolse le gambe e le aprì, oscenamente
invitante.



Carlo s’inginocchiò nel mezzo e si lasciò cadere su di lei, abbracciandola come
poteva e baciandola teneramente. Cristina era molto contenta di quelle
effusioni, sintomo evidente che lui stava iniziando a rilassarsi veramente e a
godersi le ferie. Mentre si lasciava accarezzare i fianchi e le natiche muoveva
il pube, invitante ed esplicita, così come espliciti erano i suoi baci sulla
bocca. Poco alla volta cercava di scivolare più in alto in modo da portare la
vagina alla giusta altezza del pene. Lui capì le sue manovre e un po’ per gioco,
un po’ per malizia la seguiva vanificando i suoi tentativi.



 



-         
Non c’è la fai più … vero? – le domandò malizioso.



-         
Dai, non fare lo stronzo … prendimi … ora!



-         
Ho voglia di giocare ancora un po’ con te, solo che se continui a
scivolarmi via …. Idea!



 



Carlo vide la corda che legava la prua delle canoe, in quel momento libera, la
prese e, con un movimento secco e violento, costrinse Cristina ad alzare le
braccia; quindi le legò insieme i polsi con un nodo tanto stretto da procurarle
una fitta di dolore. Per essere sicuro che non potesse muoversi assicurò l’altro
capo della corda al tronco di un’acacia lì vicino. Nel compiere questa manovra
salì a cavallo del suo busto con il membro eretto dall’eccitazione che stava
provando nel legarla. Si chinò in avanti per far girare intorno al tronco la
fune avvicinando pericolosamente il pene alla sua bocca. Lei lo ingoiò,
dischiudendo le labbra mentre lui spingeva in avanti, lasciandosi penetrare la
gola; poi lo succhiò forte leccandolo al contempo.



Carlo non se lo aspettava e d’istinto si ritrasse da lei, poi invaso dalla
piacevole sensazione che quella bocca sapeva sempre dargli spinse in avanti.
Trovò la cosa tanto piacevole da continuare quel movimento mentre terminava di
legarla.



Con la mente offuscata dal piacere scattò all’indietro, portandosi nuovamente in
mezzo alle gambe di Cristina, in ginocchio. La osservava come muoveva
languidamente il pube o nel modo in cui incavava il ventre mentre spingeva in
alto la folta peluria; dal suo sguardo intuiva che era per nulla preoccupata di
essere stata privata della libertà. Era decisamente invitante. Troppo invitante,
tanto che nella mente di Carlo iniziava a formarsi l’idea che lei si comportasse
in quel modo per sfidarlo, per dimostrargli che anche se legata era sempre più
forte lei ed era lei a dominare, comunque, il gioco.



Sentì montare il desiderio di farle capire chi era ad avere il comando in quella
situazione, che lui era in grado di resistere ai suoi inviti ma soprattutto: che
il regista era lui.



Il senso di prevaricazione che provava in quell’istante lo stava eccitando,
guardava il membro eretto e lo immaginava strumento di punizione per quella
donna che osava sfidarlo con il languore di un corpo praticamente perfetto,
almeno ai suoi occhi.



Spostò lo sguardo dal seno all’interno della canoa alla sua destra, dove trovava
posto il contenitore stagno dei viveri; lo prese. Al suo interno tra le varie
cose c’erano quattro lattine di birra gelate, ne prese una e l’appoggiò con
studiata lentezza tra le gambe di Cristina, poi impugnò il coltello a
serramanico che lì era riposto e lo appoggiò sul ventre di lei. Cercò tra le sue
cose e trovò il cilindro stagno che conteneva il suo orologio e i pochi soldi
che si erano portati dietro, lo guardo con un sorriso: aveva le dimensioni
giuste, forse un po’ più grande del suo pene ma era perfetto.



Prese il coltello dal ventre e lo sostituì con la lattina gelata. Subito lei
contrasse i muscoli a quel contatto lanciando un gridolino di stupore e piacere.
Carlo fece rotolare la lattina sul suo corpo salendo verso il seno, la guidò nel
risalire la curva della mammella sinistra e indugiò sul capezzolo sempre più
turgido.



Cristina aveva gli occhi chiusi, rapita dalle forti sensazioni che stava
provando. Una situazione come quella non l’aveva ma i nemmeno sognata: legata ad
un tronco, all’aperto con la possibilità di essere spiata da qualcuno, il suo
uomo che giocava con i suoi sensi in un modo magistrale. Doveva concentrarsi per
non venire subito tanto era forte la sua eccitazione.



Carlo giudicò che la temperatura della lattina era oramai ottimale, lui non
amava le bevande troppo fredde, l’aprì spruzzando Cristina e la tracannò in un
sorso.



A stomaco vuoto l’alcool entrò subito in circolo. Forse per questo trovò il
coraggio di estrarre la lama del coltello, fissarla con l’apposita sicura, e
avvicinare il metallo al ventre della sua donna.



Il contatto con quell’oggetto appuntito e freddo procurò dei forti brividi a
Cristina che assaporò quelle percezioni sino in fondo, sempre con gli occhi
chiusi. Le piaceva quella sensazione di leggero dolore mista ad un vago senso di
pericolo. La paura che quella lama la ferisse l’eccitava tanto quanto l’essere
nuda e pronta davanti al suo uomo.



Carlo fece scorre la lama molto affilata impugnandola come un rasoio. Si spostò
di lato a lei, impugnò il coltello con la sinistra e con l’altra mano le
appoggio il contenitore cilindrico alla vagina, con calma lo insinuò tra le
labbra puntando il buchino, quando fu sicuro della direzione iniziò a
spingerglielo dentro, poco alla volta ma inesorabile nella sua marcia. Quando
giudicò di averne infilato una buona misura lo lasciò dove si trovava e tornò ad
occuparsi della lama del coltello.



Cristina non aveva più fiato per ansimare, il pezzo duro e indeformabile dentro
il suo ventre le limitava notevolmente i movimenti ma le piaceva da impazzire.
Il tocco ruvido della lama sulla pelle sensibile del seno le fece contrarre
alcuni muscoli del bacino accrescendo in quel modo la sensibilità attorno
all’oggetto che la penetrava, rantolò di piacere stimolando la fantasia di
Carlo.



Lui aveva una strana sensazione addosso, sentiva di avere già vissuto quella
scena ma era sicuro di non aver mai fatto niente del genere. La sensazione durò
solo un brevissimo istante, poi sparì com’era venuta.



Strofinò la lama sui capezzoli, leggera mentre una mano scendeva scorrendole il
corpo verso il pube. Afferrò il surrogato fallico e iniziò a muoverlo dentro il
suo ventre. Manovrava il contenitore e stuzzicava i capezzoli. Continuò in quel
modo sino a quando lei urlò di piacere.



Cristina inarcò il corpo e tirò forte le corde che la legavano, contrasse
ripetutamente il ventre nel tentativo di incrementare la sensibilità al piacere.



Carlo abbandonò il coltello, estrasse da lei il contenitore cilindrico e in
poche abili mosse la penetrò. Si mosse rapido su di lei seguendo il ritmo che
gli dettava, continuò a muoversi anche quando Cristina rilassò, esausta, tutti i
muscoli.



Ormai era troppo dilatata per riuscire a sentire qualcosa, Carlo uscì da lei e
rapidamente avvicinò il pene alla sua bocca. Spinse di reni anche lì e,
confortato dalle abili mosse della lingua, iniziò a percepire l’avvicinarsi
dell’orgasmo. Le venne dentro la gola, tanto spingeva forte in quel momento.



Cristina riuscì ad ingoiare tutto senza rischiare il soffocamento, mentre lui si
ritraeva esausto lei lo seguì con la bocca fin dove le corde lo consentivano.



Lui si alzò in piedi, guardò lei e poi si guardò in giro. Cercava qualcuno.
Voleva offrire quella donna, legata in quel modo ad uno sconosciuto che, magari,
si ritrovava a passare da quelle parti. Voleva vederla in balia delle fantasie
di un altro uomo, sentiva il bisogno di guardarla mentre godeva con il membro di
uno sconosciuto, voleva vederla ricoperta del seme di uno, due … non importa
quanti uomini mentre legata ed inerme non poteva evitare i loro spruzzi. A quei
pensieri sentì il turgore tornare, guardò in basso e vide il suo pene nuovamente
pronto. Lo prese in mano e iniziò a menarlo, in piedi sopra di lei. Fissava il
ventre di Cristina e lo vedeva gonfio del pene di un altro uomo, lo immaginava
entrare e uscire da quella vagina ancora dilatata, vedeva la sua bocca piena
dello sperma di uno sconosciuto e venne. Gocciolò il poco seme ancora rimasto
dopo il precedente orgasmo sul corpo di Cristina sotto di lui.



Mentre il piacere passava la sua mente tornò lucida. Guardò lei legata e subito
non riuscì a capire cosa era successo, poi ricordò.



Rammentò tutto, quello che era successo, quello che aveva sognato e provato.



Si vergognò, si stupì, si sconvolse; poi vide il viso soddisfatto e lo sguardo
grato e appagato della sua donna e si sentì un po’ meglio.



La liberò e quindi la coccolò a lungo. Mangiarono e si riposarono. Si era fatto
troppo tardi per continuare la discesa del fiume, chiamarono il noleggiatore e
presero appuntamento poco oltre per il recupero: nel punto in cui il fiume
sfiora la strada per le grotte delle Demoiselles e in cui si scarica il torrente
che corre al loro interno.



Si rivestirono velocemente e ripresero a navigare sul fiume in modo da
raggiungere al più presto il luogo recentemente concordato. Non avevano mangiato
molto, tutto il loro tempo era stato impegnato a giocare con i sensi. Ora non
sentivano i morsi della fame ma un languore diffuso misto ad un inappagabile
desiderio, tutto quello che desideravano in quel momento era raggiungere la loro
camera d’albergo per riprendere i giochi interrotti.



Remarono sino a vedere sulla loro sinistra la confluenza di un piccolo torrente
e, subito dopo, un approdo dove già il fuoristrada con il carrello per le canoe
al traino gli aspettava. L’avvicinamento non era dei più semplici e Carlo volle
tentare per primo, in modo da poter aiutare Cristina in seguito. Mentre lui
manovrava per avvicinarsi alla riva, lei puntò la prua della sua canoa verso il
piccolo affluente, sentiva un forte richiamo in quella direzione. Forse era la
vegetazione stupenda ed incontaminata, forse lo stupendo disegno che formavano
le sue acque che rimbalzavano sulle rocce o forse c’era altro d’inspiegabile, ma
Cristina iniziò a remare contro corrente risalendo il piccolo torrente. Non era
una navigazione facile, specie per una principiante, ed era molto faticosa, ma
lei insistette nel risalirlo sin quando il suo sguardo non fu attirato da un
leggero luccichio nell’acqua bassa vicino alla riva. Si avvicinò a fatica e
notò, nel fondo, una pietra tonda adagiata sul fango portato dalla piena della
notte, tentò di prenderla ma era troppo lontana, allora manovrò per avvicinarsi.
Nulla da fare, l’acqua era troppo bassa per consentire il galleggiamento della
canoa, continua ad urtare i massi sul fondo. Arrivava a pochi centimetri dalla
pietra con la pagaia senza mai riuscire a prenderla; con uno sforzo si sbilanciò
nella sua direzione riuscendo ad infilarle il remo sotto, proprio mentre stava
per sollevarlo un ondata più forte delle altre la ribaltò. Cristina si ritrovò
con tutto il corpo sott’acqua e la corrente che la spingeva verso la riva e la
pietra. Aprì gli occhi e la vide, senza preoccuparsi della sua situazione si
sforzò di raggiungerla con le mani. Appena riuscì a prenderla si rese conto di
aver quasi consumato l’ossigeno nei suoi polmoni e di provare l’irresistibile
bisogno di respirare. Tentò di spingere la testa fuori dell’acqua ma la canoa la
continuava a tenere sotto. Una vaga forma di panico iniziava a diffondersi in
lei, non aveva mai avuto paura dell’acqua considerandola un elemento naturale
per lei, ma ora tutti i suoi sforzi d’emergere risultavano vani. Gli affanni le
stava facendo consumare molto ossigeno e stentava a controllare l’istinto di
respirare. La sua mente razionale sapeva che se avesse tentato di respirare in
quel momento avrebbe solo immesso acqua nei polmoni. Per fortuna tanti anni di
sport acquatici le avevano insegnato a non perdere mai la calma quando si
trovava sotto, lentamente riuscì a liberarsi dalla canoa e quindi a riemergere.
Appena mise la testa fuori inspirò violentemente più volte, sin quasi a provare
dolore per la quantità d’aria immessa nei polmoni. Il suo primo pensiero
cosciente fu per la pietra che aveva recuperato con tanto rischio, confortata
dal fatto di tenerla ancora in mano cercò la canoa e la vide in balia della
corrente. S’issò quindi sulla riva per raggiungere via terra gli altri e
confortarli sul suo stato di salute. La fitta vegetazione rallentava, però, la
marcia e quando giunse in vista del gruppo trovò Carlo che issava sulla riva la
sua canoa vuota. Lo sguardo preoccupato del suo uomo si trasformo in rabbia
quando apprese cosa era successo e quali erano stati gli eventi che l’avevano
portata a ribaltarsi con la canoa. Nella relativa intimità della loro camera
d’albergo, Carlo abbandonò il suo autocontrollo ed iniziò ad inveire contro di
lei e contro la sua avventatezza. Cristina lo lasciò sfogare, sapeva che quelle
parole di rabbia nascevano dalla preoccupazione per il rischio che aveva corso.
Quando le parve che Carlo si fosse calmato tirò fuori il suo bottino.



 



-         
Guarda che cosa ho trovato sul fondo del fiume. È questo che tentavo di
prendere quando mi sono ribaltata … non una pietra qualsiasi. – così dicendo gli
porse l’oggetto – Mi pare preziosa! Non capisco di quale materiale sia, ma
osserva com’è finemente lavorata!



 



Carlo prese quella pietra traslucida e se la rigirò tra le mani. Ora che la sua
preoccupazione e la conseguente rabbia erano scemate grazie alla scenata si
sentiva meglio e dedicò molta attenzione a quell’oggetto.



 



-         
Mi pare di quarzo! Il materiale non è prezioso. Sì è bello ma è un
minerale molto comune, però … hai ragione reca una bellissima incisione. Cos’è
quest’oggetto che sta davanti a quella donna?



-         
A me pare un bel … emm… un bel fallo gigantesco! – disse Cristina
ridacchiando.



-         
Dai! Sii seria!



-         
Guardalo bene, si notano tutti i dettagli … ma … in effetti tu non sei
abituato a vederlo dal mio punto di vista! – Aggiunse lei con una nota di
malizia nella voce.



-         
Stai tentando di farti perdonare usando biecamente il tuo corpo?



-         
Tu che ne dici? – Rispose lei alzandosi in piedi per avvicinarsi a lui.



 



Cristina non diede a Carlo il tempo di aggiungere altro, premette il suo corpo
contro il suo ed alzò il viso verso le labbra dischiudendo le proprie. Carlo
restò bloccato dalla sensazione di aver già vissuto quella scena poi abbassò le
labbra verso quelle della sua donna e la baciò. Lei si avvinghiò al lui con una
gamba e lo strinse forte a se, lasciandosi andare nella passione del bacio.
Cristina muoveva il corpo invitante premendo il bacino contro la zona genitale
di Carlo per stuzzicarlo e per soddisfare almeno in parte il desiderio di
sentire qualcosa dentro il ventre. Appagata dal lungo bacio la ragazza si staccò
per slacciare l’accappatoio indossato subito dopo la doccia e lo lasciò cadere
in terra rimanendo completamente nuda, quindi, dopo averlo fissato negli occhi,
s’inginocchiò ai suoi piedi allungando le mani verso la cintura dei pantaloni.
Lo spogliò in fretta, anche perché il suo obiettivo era solo quello di
raggiungere il membro già eretto. Prese l’organo di Carlo tra le mani e senza
attendere il suo invito vi si tuffò contro con la bocca aperta. Ingoiò e succhiò
forte procurando in lui una sensazione piacevole e dolorosa al contempo. Carlo
non riusciva più a connettere, da una parte il piacere e dall’altra i ricordi
del sogno della notte precedente stavano spingendo il suo intelletto in una zona
completamente irrazionale, guidata solo ed unicamente dall’istinto. Cristina gli
stava procurando le stesse sensazioni della donna del sogno.



Carlo sentiva l’orgasmo avvicinarsi pericolosamente, per quanto piacevole quella
situazione non riusciva a soddisfarlo completamente, se abbassava gli occhi su
Cristina sentiva nascere il desiderio di entrare nel suo ventre e muoversi in
lei sino ad esploderle dentro. Afferro la ragazza per i capelli e la costrinse
ad allontanare la bocca dal membro, quindi la invitò ad alzarsi e adagiarsi sul
letto. Approfittò del momento per terminare di spogliarsi, si levò gli indumenti
con ostentata calma riponendoli in ordine sulla sedia. Questo era un espediente
utile a riconquistare un minimo di autocontrollo lasciando scemare la forte
eccitazione. Quando si voltò verso il letto ebbe un mancamento; Cristina lo
stava aspettando seduta sul bordo del letto, con le gambe appoggiate in terra
unite e composte. Attese che lui appoggiasse il suo sguardo su di lei per
lasciarsi cadere sdraiata e aprire invitante le gambe. Carlo rivide per un
attimo la rossa peluria pubica della donna del sogno, rapito da quell’immagine
si avvicinò e iniziò a leccarla come nel sogno. Cristina ebbe un sussulto,
contrasse tutti i muscoli mentre una fitta di piacere s’irradiava in tutto il
corpo. Muoveva il pube strofinandolo contro la lingua di Carlo per incrementare
il piacere e per invitarlo dentro. Lui, oramai non riusciva più a scindere la
realtà dal sogno e si comportò esattamente come in quell’avventura onirica.
Procurò a Cristina un orgasmo bellissimo ed intenso poi si lasciò andare dentro
di lei.



Terminato il rapporto si alzò subito in piedi e non ascoltò le sue tenere
richieste dirigendosi verso il bagno. Sentiva la necessità di una doccia, per
lavare via la confusione dalla mente. Cristina, intanto si era trascinata verso
la testa del letto e, dopo aver assestato i due cuscini, si sistemò comoda per
osservare meglio l’oggetto trovato nel fiume. Notò, in quest’occasione un
piccolo foro su quello che doveva essere il lato superiore, sino a quel momento
le era sfuggito per il poco tempo dedicato alla sua osservazione e a causa della
lieve trasparenza della pietra. Subito pensò di farne un ciondolo da portare al
collo, iniziò a figurarselo legato in diversi modi ma, alla fine, optò per un
semplice legaccio in cuoio.



Si fermarono in quella regione sino al termine delle ferie; l’Aude presentava
una varietà di paesaggi incredibile e un’infinità di cittadine storiche di
grande interesse. Poi le ferie finirono e, con una nota di malinconia sui loro
volti, si avviarono verso l’Italia. Non avevano percorso molti chilometri che
Cristina propose di allungare di un giorno le ferie con una sosta in una
cittadina lungo il percorso. Senza capirne il motivo si sentiva fortemente
attratta dal paese di St. Remy de Provence. Dopo averne vista l’indicazione su
di un cartello stradale era nata in lei l’esigenza di soggiornare in quel luogo.
Carlo, forse attratto più dal passare un'altra notte di puro sesso con lei che
dalla visita di un’altra cittadina del sud della Francia, accetto di buon grado.
Mancavano, ormai, solo un paio di chilometri dalla meta quando Cristina indicò
una via sterrata al suo uomo.



 



-         
Prendi quella strada! – disse lei con un tono d’urgenza.



-         
Ma … va nei campi!



-         
No, c’era un cartello che indicava un Hotel.



-         
Qua? Ma costerà una follia!



-         
Prendila ti dico, torna indietro! – insistette lei, poi quando lui ebbe
terminato la manovra continuò – Ecco, vedi là su quel cartello … Chateau de
Roussan … mi piace!



-         
Io dico che non ci fanno neppure entrare!



-         
Proviamo! – terminò lei ottimisticamente.



 



In effetti era un bell’albergo in un antico palazzo signorile. Il prezzo di una
camera non era poi così spropositato ed il magnifico parco che lo circondava
rendeva quell’alloggiamento sicuramente appetibile, anche se solo per una notte.
Sistemati i bagagli si avviarono verso il paese di St. Remy lungo una stradina
secondaria consigliatagli dal proprietario, il quale aggiunse che era inutile
prendere l’auto: il paese si trovava a pochi passi (1 Km circa!) e non era
facile posteggiare al suo interno. La giornata era calda e leggermente afosa, il
clima tipico di quella regione, ed era piacevole passeggiare all’ombra dei
platani secolari che costeggiavano la via. Per tutto il percorso Cristina parlò
di vari argomenti ma sempre con velate allusioni alla loro ritrovata passione,
eccitando Carlo con il pensiero di ciò che sarebbe seguito alla cena. Giunti in
paese lei volle trovare un negozio o una bottega artigiana dove cercare un
laccio di cuoio o qualunque altra cosa con cui trasformare quella pietra in un
ciondolo. Girarono a lungo per il paese percorrendo ogni singola via del centro
storico, Carlo si stava chiedendo cosa avesse di speciale quella cittadina tanto
da spingere Cristina a proporre una sosta lì, in fondo avevano visitato paesi e
città in cui l’architettura e l’integrità degli edifici storici erano,
senz’altro, più affascinanti di ciò che stava vedendo, quando Cristina lanciò
un’esclamazione di gioia. Aveva trovato ciò che cercava e, senza dare a Carlo il
tempo di raggiungerla, entrò nella bottega di un artigiano. Quando Carlo varcò
la soglia la vide mentre mostrava al titolare la pietra trovata in fondo al
fiume e tentava di spiegargli nel suo stentato francese cosa aveva in mente.
L’uomo ascoltò apparentemente distratto la spiegazione, la sua attenzione era
tutta rivolta alla pietra. Prima che Cristina terminasse d’esprimersi, il
bottegaio le domandò molto cortesemente se intendeva vendere quella pietra.
Cristina rimase di stucco, tutto s’aspettava tranne che una proposta di quel
tipo. L’artigiano, allora, offri una cifra che Carlo giudico veramente
interessante. Cristina rivolse a lui lo sguardo in cerca d’aiuto, non intendeva
bene quella lingua e un numero pronunciato da un francese assume sempre un
significato oscuro. L’uomo, intuita la difficoltà tentò d’esprimersi in
italiano, segno evidente di quanto fosse interessato all’acquisto, ma dopo una
breve trattativa in cui Cristina si vide offrire anche dei gioielli in oro, lei
gli spiegò il motivo per cui non intendeva venderlo e raccontò all’uomo il
rischio corso per entrare in possesso di quella pietra. Lui ascoltò, questa
volta con grande interesse, il suo racconto e alla fine disse di aver capito,
quindi armeggiò in un cassetto e ne tirò fuori un cordino di canapa con cui legò
la pietra trasformandola in una collana. Notata la faccia delusa di Cristina
spiegò che quel tipo di “amuleto”, sì usò proprio questo termine, andava legato
con quel materiale, quindi lo porse a lei invitandola ad indossarlo subito, le
spiegò che doveva stare all’altezza del cuore: né più in alto, né più in basso.
Cristina eseguì poi si voltò verso lo specchio ammirandosi, soddisfatta tentò di
pagare l’artigiano ma questi non ne volle sapere, disse che un pezzo di corda
non lo avrebbe certo mandato in rovina, si preoccupò solo di controllare che il
ciondolo fosse alla giusta altezza poi pregò Cristina di non prestarlo o
regalarlo mai a nessun’amica, ma di tenerlo sempre con se. Cristina gli ricordò
ancora una volta quanto aveva rischiato per prenderlo e quindi lo salutò. Carlo
era leggermente scosso ed incuriosito dal comportamento di quell’uomo,
soprattutto era sconvolto dalla cifra offerta per quell’insignificante pezzo di
quarzo e dal rifiuto di venderlo da parte di Cristina. Lei, invece, continuava a
specchiarsi nelle vetrine, felice del suo nuovo ornamento.



 



-         
Aveva ragione, sai? Intendo quel tipo del negozio … con questo cordino
sta proprio bene, meglio del laccio di cuoio che avevo immaginato io! – disse
lei radiosa.



-         
Quello che non capisco io è … il motivo per il quale non lo hai venduto?
Ma ti rendi conto di quanto ti ha offerto?



-         
Certo che ho capito bene la cifra, ma ho rischiato la vita per prenderlo
ed ora me lo tengo, inizio a pensare che mi porti fortuna!



-         
Credo che settantamila franchi portino la stessa fortuna, anzi … molta
più fortuna!



-         
Vuoi apparire venale quanto non lo sei, piantala che tanto non ti credo!
– sentenziò lei prima di rivolgere il suo sguardo verso un'altra vetrina.



 



Non ebbero modo di tornare sull’argomento, Cristina non intendeva discuterne
ulteriormente e Carlo era sufficientemente saggio da capirlo. Il resto del
pomeriggio trascorse tranquillo sino al loro ritorno in albergo. Dopo una doccia
veloce decisero di cenare nel ristorante dell’albergo considerata l’ampia scelta
di piatti e la possibilità di pasteggiare all’aperto.



Cristina, come sempre era in ritardo. Quando Carlo uscì dalla doccia lei era
ancora intenta a cercare nella valigia l’abito da indossare, spostava sbuffando
i vari vestiti lamentandosi di aver portato troppa poca roba, di aver lasciato a
casa proprio quel completino che le stava benissimo ed era indicato per
l'occasione. Carlo le ricordò, con molta diplomazia, l’ora e rimarcò il fatto
che lei poteva permettersi anche un paio di jeans talmente era bella e
seducente. Nessuno avrebbe notato il suo abbigliamento rapito dalla luce dei
suoi occhi. Cristina, che in quelle occasioni si sentiva metaforicamente
sollevata per il sedere, pensò di dimostrare al suo uomo che in fondo aveva
ragione: scelse nel mucchio una gonna non troppo corta ma aderente ed una
maglietta di cotone leggera, l’afa della Provenza in Agosto la rassicurava.
Depose il tutto sul letto e rivolse lo sguardo a Carlo per controllarne le
reazioni, notò che appariva più scocciato dal ritardo piuttosto che interessato
a cosa lei si mettesse addosso. Stizzita dalla sua noncuranza indosso la gonna,
quindi le scarpe, poi con una mossa rapida e decisa slacciò il reggiseno
lanciandolo sul letto e indossò la maglietta. Sapeva che il tessuto chiaro e
leggero avrebbe lasciato chiaramente trasparire il seno nudo, immaginava
l’effetto dei capezzoli eretti e d’un tratto li sentì inturgidirsi. Questa volta
guardò Carlo con aria di sfida ma fu ripagata dal suo sguardo smarrito. Senza
dubbio lui intendeva protestare, non era geloso ma non amava quando lei si
metteva troppo in vista.



 



-         
Andiamo! – disse lei.



 



Carlo soffocò in gola ogni protesta intimorito dai suoi occhi e dal tono di voce
deciso. Riuscì solo a dire:



 



-         
Sei sicura di non aver freddo più tardi?



-         
Sicurissima, senti che temperatura c’è ora. Anzi .. ti dirò che tempo di
aver troppo caldo così!



 



Non terminò neppure la frase che le sue mani erano scivolate sotto la gonna, con
poche abili mosse riemersero stringendo gli striminziti slip che indossava,
lanciò pure loro sul letto e senza più aggiungere altro uscì dalla porta.



Per tutta la cena Carlo fu intento ad ammirare il seno di Cristina che si
muoveva sensuale al ritmo del suo respiro sotto quella maglia che nascondeva ben
poco della sua perfezione, alternativamente scrutava in direzione dei diversi
tavoli per capire se la sua donna era meta delle occhiate spudorate degli altri
clienti. Inizialmente si sentì notevolmente infastidito quando il cameriere
indugiò un po’ troppo nel consigliare a Cristina quali piatti scegliere, dalla
posizione che aveva assunto aveva un ampia visuale del seno, poi iniziò a
provare un senso di eccitazione al pensiero di quanto fosse desiderabile la
donna che aveva davanti, la sua donna. Iniziò inconsapevolmente a sperare che i
capezzoli spingessero sul tessuto per evidenziare ulteriormente la sua nudità,
quindi cercò di eccitarla parlandole suadente e ricordandole cosa era successo
in riva al fiume. L’effetto fu quello sperato, Cristina iniziò ad eccitarsi in
un modo quasi incontenibile; vedeva il seno gonfiarsi ed i capezzoli premere con
forza sulla stoffa della maglia, sentiva le gambe incedere verso le sue aperte.
Lei era senza biancheria, solo in quel momento comprese che con le gambe
divaricate dava ampio respiro alla vagina e la esponeva in pubblico. Carlo
arrossì per lei e Cristina intese quel suo colore come sintomo d’eccitazione
quindi scivolo un po’ di più sulla sedia per raggiungerlo con i piedi sotto il
tavolo. Continuarono a giocare per tutta la cena, si eccitarono a vicenda, si
stuzzicarono al limite della sopportazione e si rimpinzarono di cibo e vino per
sublimare quel desiderio.



Un po’ troppo cibo ma soprattutto troppo vino.



Risalirono in camera animati dalle migliori intenzioni ma quando lei uscì dal
bagno trovò Carlo già profondamente addormentato, si sistemò al suo fianco con
l’intenzione di svegliarlo per ricordargli i progetti fatti per tutta la sera,
si concesse solo qualche minuto per riprendere il pieno controllo del suo corpo
ma presto cadde addormentata pure lei. Un sonno profondo che durò per tutta la
notte.



Solo verso l’alba Carlo fu destato da una serie di leggere e ritmiche vibrazioni
del materasso, ancora obnubilato dalla semi incoscienza del risveglio non riuscì
a capirne la causa. Quelle oscillazioni lo disturbavano da un lato spingendolo
al completo risveglio mentre lo cullavano invitandolo a chiudere gli occhi per
concedersi ancora qualche ora di sonno. Fu la curiosità a vincere.



Spostò lo sguardo verso la sua donna, immaginando di trovarla sveglia e
impegnata in qualche oscuro esercizio ginnico atto a tonificare qualche parte
del suo corpo, non era la prima volta che veniva risvegliato dalle sue flessioni
o torsioni fatte nel letto. Questa volta, però, Cristina pareva addormentata.
Coricata su di un fianco gli volgeva le terga, come sempre, ed aveva la testa
spinta sul cuscino in direzione della spalliera del letto e reclinata verso la
schiena, come se fosse concentrata in un grande sforzo. I movimenti del lenzuolo
attirarono la sua attenzione, con molta cautela la scoprì del tutto mettendo a
nudo la schiena ed i glutei. Notò allora che il suo braccio, appoggiato sul
fianco, si muoveva lento e sensuale mentre il sedere oscillava avanti e indietro
ancora più lento.



Carlo si sollevò quel tanto che bastava per spingere il suo sguardo oltre il
fianco di lei e finalmente vide la sua mano che massaggiava, o meglio
accarezzava, il ventre con movimenti circolari. Ogni tanto la mano premeva sulla
pelle in concomitanza di una forte contrazione dei muscoli addominali. Tutto
l’insieme: la mano, le contrazioni, i movimenti alternati dei glutei, fecero
insorgere in Carlo il sospetto che Cristina di stesse masturbando. Resto
sconvolto da questa scoperta, più l’osservava più si convinceva di aver ragione.
In tutti gli anni passati insieme lei non aveva mai cercato il piacere da sola
mentre era in sua compagnia. Sapeva come metteva in pratica l’autoerotismo
poiché lei gli aveva descritto nei dettagli come amava masturbarsi, ma non
l’aveva mai vista in azione. Subito provò un forte senso di colpa, lei lo aveva
eccitato per tutta la sera senza ottenere nulla di concreto, lui era crollato
subito addormentato dopo cena. Ora lei stava cercando da sola il piacere che le
aveva negato. Un ulteriore e più approfondita analisi della situazione rassicurò
Carlo: Cristina stava dormendo. Era chiaramente in preda ad un sogno, un
magnifico sogno a giudicare dall’espressione del viso!



Improvvisamente Carlo ricordò il suo sogno di poche notti prima, della
incredibile realtà dei particolari e della vivacità dei ricordi al risveglio;
era tentato di svegliare la sua donna, d’interrompere la sua azione autoerotica
per farla godere con una penetrazione vera e non solo onirica. Ma lo spettacolo
di quel corpo che iniziava a fremere di piacere era più forte del desiderio da
esso generato. Restò a guardarla sistemandosi in modo da avere la più ampia
visione possibile, in maniera di poter spingere lo sguardo in ogni anfratto tra
le cosce, tra i seni e soprattutto sul ventre. Amava in modo particolare
osservare il suo ventre mentre si contraeva nella ricerca del piacere, cercava
sempre più spesso forme di accoppiamento che gli concedessero la piena visione
del pube e del ventre quando la penetrava.



Cristina spinse il capo completamente verso la schiena e gemette nel sonno, i
glutei testimoniavano un ritmo forsennato delle contrazioni mentre la mano
premeva con forza sul ventre. Lei stava godendo di un orgasmo lunghissimo ed
intenso, lo si poteva desumere dall’espressione concentrata del viso.



Carlo era completamente rapito da quello spettacolo, non l’aveva mai vista
godere con la sua mente fredda e non coinvolta materialmente in quel piacere. La
sua posizione di semplice osservatore gli consentiva, finalmente, di osservare
tutta una serie di particolari che gli erano sempre sfuggiti proprio a causa del
suo diretto coinvolgimento. Quando anche lui cercava il piacere insieme a lei
non poteva notare come contraesse i glutei nel culmine dell’orgasmo per poi
rilassarli lentamente mentre andava scemando; oppure come le labbra si
assottigliassero mentre godeva, erano turgide e gonfie durante l’amplesso ma si
irrigidivano durante l’apice, il ventre s’incavava e poi si gonfiava leggermente
verso il pube a seconda di quali muscoli erano coinvolti dalle involontarie
contrazioni. La cosa più eccitante era il profumo che emanato dalla sua pelle;
non sapeva di sesso come durante l’amplesso ma di un “non so che” di molto più
dolce e sensuale. Poi Carlo si perse in quello spettacolo e non riuscì più a
memorizzarne tutti i dettagli, solo una cosa rimase impressa indelebilmente
nella sua mente: quanto era bella Cristina quando godeva. Sarà stato il corpo
che, teso nel piacere, disegnava delle curve perfette, sarà stato il seno gonfio
e turgido, i sensuali movimenti del ventre, l’espressione del viso … Carlo non
riusciva a deciderlo ma lei era bellissima in quel momento. Provò una forte
delusione quando Cristina iniziò a rilassarsi, cadendo in un sonno più profondo,
poiché lo spettacolo era finito troppo in fretta. Restò ad osservarla a lungo,
scrutando il suo corpo alla ricerca dei segni del piacere di poco prima; non
riusciva a credere che nulla di quell’esplosione di sensualità fosse rimasto su
di lei dopo soli pochi minuti. Il corpo di Cristina rimaneva sempre una stupenda
opera d’arte, adagiato in quella posizione esaltava le sue curve naturali grazie
anche alla luce del mattino che filtrava dalla finestra, ma non trasmetteva
nulla di più che un semplice piacere per gli occhi. Poco prima, mentre godeva,
emanava un’aura di sensualità che risvegliava le più recondite ed inconfessabili
fantasie; i sinuosi movimenti catturati dalla vista si trasformavano nella mente
di Carlo in onde d’eccitazione, gli pareva quasi di sentire il piacere scorrere
nel suo corpo. Quando lei raggiunse l’apice e si contrasse spasmodicamente Carlo
temette, o meglio sarebbe dire sperò, di venire insieme a lei. Aveva ben
presente l’effetto che quelle contrazioni, quegli spasmi, avevano sulle sue mani
strette sui glutei o sulla schiena di quando facevano l’amore, ma vederli da una
prospettiva esterna assumevano un valore assoluto e trasmettevano una carica
erotica mai sentita prima.



Ormai impossibilitato a prendere nuovamente sonno, Carlo resto seduto sul letto
impegnato a progettare delle situazioni in cui avrebbe potuto nuovamente
assistere ad uno spettacolo di quel tipo. Senza dubbio avrebbe potuto chiedere a
Cristina di masturbarsi davanti a lui dopo averle raccontato di quella mattina,
lei lo avrebbe senz’altro soddisfatto. Soprattutto ora che pareva essersi
risvegliata sessualmente parlando. Però una scena autoerotica su richiesta
avrebbe avuto lo stesso valore?



Carlo non lo sapeva e non aveva dati sufficienti su cui basare una qualsiasi
proiezione, stava sperimentando insieme alla sua donna una nuova forma di vita
sessuale. Il recente amplesso sulla riva del fiume, i giochi eccitanti della
sera precedente o più semplicemente la passione con cui lei faceva l’amore in
quei giorni, gli stavano dimostrando la trasformazione di Cristina nella donna
da sempre sognata. Sentiva, in quel momento, di non poter più fare a meno della
sua sensualità, della dolce e costante, crescente ed esplosiva eccitazione che
sapeva dargli. Non sapeva se questo era amore o un semplice desiderio carnale
unito ad una buona dose di affetto, ma avvertiva il bisogno fisico di percepirla
nel corpo e nell’anima, di essere con lei una cosa sola per poterla avere
completamente. Questo sentimento lo turbava profondamente, non aveva mai sentito
lo stimolo di possedere una donna; possedere non carnalmente, è chiaro, ma di
avvertirla sua, completamente sua… non unicamente sua però!



Carlo era confuso da una miriade di sentimenti e pensieri in contrasto tra di
loro e, peggio ancora, in netto contrasto con tutto ciò che aveva provato sino a
quel giorno. Improvvisamente la sagoma del corpo di Cristina perse di
definizione diventando una sagoma indistinta tra le lenzuola mentre lui era
perso nei suoi pensieri. Ai limiti della coscienza percepì, ma non comprese
razionalmente, delle lievi variazioni in quella figura: i capelli apparirono una
massa di colore rossastro ed il corpo, soprattutto le gambe, parvero allungarsi
mentre la vita si stringeva. Come Carlo tentava di mettere a fuoco quella figura
essa prontamente si trasformava in quella della sua donna che dormiva tranquilla
e lui ripiombava nei suoi pensieri. Giunse al punto di non considerare più
quelle visioni distorte della realtà e si chiuse sempre di più nel suo mondo
tanto da non accorgersi della mano di Cristina che scivolava lenta sul suo petto
accarezzandolo.



Lei si era svegliata con un piacevolissimo languore, caldo e sensuale,
distribuito per tutto il corpo; volto lo sguardo al suo uomo lo vide seduto
contro la spalliera del letto e apparentemente impegnato a meditare. Provò
subito il fortissimo impulso di accarezzarlo ma lui non pareva accorgersi di
quelle attenzioni, allora face scivolare la mano verso la zona dove era certa di
ottenere una sua pronta reazione.



Carlo percepì uno strano calore scendere dal petto verso i genitali localizzato
in un area dell’approssimativa dimensione di una mano. Sorrise all’idea di come
fosse facile somatizzare i pensieri erotici che stava inseguendo e chiuse gli
occhi godendosi quello che riteneva il frutto della sua immaginazione. Quando,
però, sentì un qualcosa di caldo e umido circondare morbidamente il glande
strabuzzò gli occhi stupito, guardò verso il basso; faticò nel comprendere cosa
stesse accadendo, vedeva una chiazza di capelli di colore indefinito sopra il
suo bacino. Lo stimolo che riceveva era talmente intenso da costringerlo a
chiudere gli occhi, lentamente si rilassò godendosi quel piacere inaspettato.
Nella sua mente ciò che aveva visto poco prima andava confondendosi ancora di
più, quei capelli iniziavano ad apparirgli rossi e lunghissimi, non si chiese
come fosse pos





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