I suoi movimenti divenivano sempre più mirati all’obbiettivo, quando si sentì spingere verso il ragazzo che aveva sotto.
L’altro, dietro di lei, la stava dolcemente invitando a scendere con il busto in modo da aderire con tutto il corpo al ragazzo.
Il
paesaggio scorreva veloce di là dal finestrino dell’automobile e Laura lo
guardava annoiata.
Lo stesso tragitto d’ogni anno la stava portando, con i suoi, al paese natale di
sua madre per le vacanze estive. A lei piaceva la calma e il clima mite d’estate
di quel luogo posto sotto le pendici del Musiné, all’imbocco della valle di
Susa. Piacevano anche tutte le storie che si raccontavano su quel monte
misterioso, ricoperto sino a metà altezza da una scarsa e stentata vegetazione
che riprendeva dopo una fascia inspiegabilmente brulla. Era attratta dai siti
megalitici sparsi sulle pendici e dal vago senso di mistero che la montagna
emanava. Però pensava che a ventitré anni aveva il diritto di passare le vacanze
con chi voleva, con il suo ragazzo lasciato a Vercelli ad esempio. Seguiva i
genitori, consapevole del piacere che provavano ad averla con loro dopo un anno
passato lontana da casa per studiare. Questa consapevolezza non le impediva di
provare un certo disagio di fronte alla previsione delle lunghe giornate passate
senza il suo recente amore. Aveva da poco scoperto il sesso proprio grazie a lui
ed ora sentiva il desiderio di esplorarne insieme le varie sfaccettature. Non
temeva di annoiarsi, aveva passato tante estati lì che la gente la considerava
una del luogo ed aveva molti amici.
Non era nello stato d’animo migliore quando incontrò la sua amica che viveva lì
e che, come lei, studiava a Torino nella medesima facoltà. Parlarono un po’ del
più e del meno e Laura notò che lei aveva la testa altrove; alle sue domande
dirette non volle dare alcuna spiegazione e sviò il discorso su argomenti più
leggeri. La capiva o almeno credeva di capirla, non indagò oltre, pensò che
anche lei era dibattuta tra i doveri famigliari e il desiderio di passare più
tempo con il suo nuovo amore che aveva conosciuto durante la primavera in città.
Si salutarono con la promessa di vedersi al più presto e Laura la guardò
allontanarsi mentre camminava con la testa china a studiare in dettaglio
l’acciottolato della via principale del paese.
Il pomeriggio minacciava noia, nessuna delle sue amiche pareva disponibile
quindi decise di avviarsi sul vecchio sentiero per Casellette in modo da
bruciare i grassi in eccesso che aveva accumulato durante il pranzo preparato
dalla nonna.
Da sempre abituata a camminare in montagna aveva un passo lungo e veloce che le
permetteva di coprire grandi distanze senza troppa fatica. Raggiunse in breve
tempo la zona del bosco che oramai più nessuno coltivava; le piaceva quel posto,
in pochi anni le acacie e le betulle avevano ripreso il totale controllo del
territorio vincendo la sfida con gli uomini che nei secoli avevano lavorato per
ridurlo alla loro volontà.
Completamente presa dalla bellezza di quel luogo quasi non vide che un nuovo
sentiero si apriva tra la boscaglia. Si stupì della scoperta, erano anni che
girava da quelle parti ed era sicura che non lo aveva mai notato. Spinta dalla
curiosità s’incammino sulla nuova via.
Giunse dopo circa un quarto d’ora di cammino nei pressi di un grande masso
erratico lasciato vicino al torrente dall’ultima glaciazione. Lo aggirò seguendo
la traccia ma al di là di esso non la ritrovò più. Esplorò con cura il terreno e
la vegetazione ma era chiaro che il nuovo sentiero conduceva solo a quel masso.
Si dedicò, allora, allo studio del monolito, pensava che se qualcuno si era
preso la briga di ripulire il bosco sino a quel punto doveva avere una buona
ragione per farlo.
Il masso aveva una forma simile ad una grande tavola, alto circa un metro e
venti da terra con la forma di un tronco di piramide rovesciata pareva che
qualcuno avesse lavorato il piano per renderlo perfettamente liscio. Un’opera
immane considerandone l’estensione di circa tre metri quadri!
Proseguendo nelle indagini notò che ai lati, lungo i bordi, del piano vi erano
tracce di cera come se qualcuno vi avesse imbandito una romantica cena a lume di
candela.
Strano! Pensò. Nelle vicinanze non vi erano tracce di fuoco, nemmeno le ceneri
di un braciere, inoltre il masso era scomodo da usare come tavolo per una mensa:
era troppo alto e la gente avrebbe dovuto mangiare in piedi.
Si ricordò delle leggende che circolavano sul monte e sulla tradizione magica di
quella parte della vallata.
Immaginò che quello fosse il luogo prescelto da qualche fanatico per celebrare
chissà quale rito esoterico e sentì crescere la sua curiosità. Studiò la zona
ancora a lungo attenta a non lasciare tracce della sua intrusione. Tante estati
passate a giocare nei boschi da piccola avevano acuito il suo spirito
d’osservazione; notò un settore dove l’erba era più bassa e rada. Il tronco
dell’albero più vicino portava dei segni sulla corteccia, un’abrasione sottile
tipo quella lasciata da una corda. Aveva visto quei segni sui tronchi a cui
erano legati i muli o altri animali. Studiò con cura il terreno e trovò quello
che cercava: delle piccole palline di sterco, di chiara origine ovina o molto
più probabilmente caprina.
Il significato attribuito a quel genere d’animali dai sedicenti iniziati ai
misteri esoterici, in modo particolare da coloro che riferivano la loro fortuna
al maligno, procurò un brivido lungo la schiena a Laura. Preoccupata di essere
scoperta nel loro santuario si allontanò rapidamente da quel luogo, attenta a
non lasciare tracce.
Lungo la via del ritorno pensò alle incongruenze di quel posto che aveva
scoperto.
Innanzi tutto il monolito era vicino ad un corso d’acqua e questa non era molto
apprezzata da punto di vista rituale dagli adoratori del signore degli inferi.
Così come le candele bianche di cui aveva trovato tracce. Sul masso non vi erano
inoltre i segni che si sarebbe aspettata.
Senza considerare che quel luogo particolare era decisamente fuori mano, forse
era l’ideale per celebrare dei riti che si desiderava restassero segreti, ma per
raggiungerlo, attraverso la via più breve, era necessario attraversare il suo
paese da dove partiva il sentiero. Nessun straniero sarebbe passato inosservato
per le sue vie.
Quel luogo era meta di persone che vi celebravano altri riti, diversi dai soliti
per cui la valle andava famosa.
Confortata dai suoi ragionamenti iniziò ad avere sempre meno paura. La
preoccupazione che aveva appena provato lasciò il posto alla curiosità.
Una volta a casa, affacciata alla finestra tentò di riconoscere, tra l’intrico
delle chiome degli alberi, il luogo appena visitato. Dopo alcuni vani tentativi
realizzò che dalla piazza della chiesa poteva spaziare su tutta la valle.
Dopo cena non c’era verso di trovare un’amica per le vie del paese, chi era
scesa a valle, chi doveva studiare, chi era raffreddata … Sconsolata da quella
desolazione recuperò il binocolo di suo padre e si pose di vedetta dalla piazza
più alta del paese. Pensava che se di notte qualcuno avesse acceso anche solo
una candela nel bosco, lei lo avrebbe senz’altro notato da lì.
Non dovette attendere a lungo, l’orologio del campanile aveva suonato da poco la
mezz’ora dopo le ventidue che notò una luce tremolante in fondo al bosco. Non
era una lampada elettrica, come quella di una torcia, ma la luce di una fiamma
libera. Una piccola fiamma, del tutto inutile a rischiarare il percorso. Tutto
sommato la luna era quasi piena e la notte limpida, non occorreva un lume per
addentrarsi nel bosco, specie a chi lo conosceva bene.
A mano a mano che la fiamma proseguiva il suo cammino si lasciava dietro una
scia di altri piccoli fuochi. Laura immaginò che fossero delle candele o dei
lumi accesi lungo il sentiero che lei aveva percorso nel pomeriggio, forse per
indicare la via a chi sarebbe seguito.
Con il potente aiuto dello strumento ottico seguì la fiamma sino al capolinea.
La vide innescare una moltitudine di altre piccole fiamme, evidentemente sul
masso ed intorno ad esso.
Incuriosita e per nulla intimorita dal buio e del mistero s’avviò verso le luci.
Ebbe l’accortezza di non seguire il tracciato illuminato ma di restarne fuori su
di un sentiero parallelo. Quando non poté più proseguire su di esso uscì dal
tracciato proseguendo nel folto della boscaglia. Raggiunse un luogo sopraelevato
sul masso erratico. Da lì poteva vedere benissimo quello che sarebbe successo,
notò che la pietra era circondata da moltissime candele che ne delimitavano il
perimetro. Non lesse nella linea di fuoco segni di particolare significato
esoterico o rituale e ne fu felice, questo riduceva notevolmente il rischio di
essere sorpresa a spiare della gente che non voleva essere spiata.
Si sistemò comoda, seduta su di una larga pietra dietro un giovane ginepro e
attese.
Dovette aspettare circa un’ora e più perché qualcosa si muovesse nella parte
iniziale del sentiero. Sino ad allora l’unica presenza la in basso era quella
del tipo che aveva acceso i lumi.
Quando Laura riuscì a scorgere qualcosa nell’intrico dei rami vide un piccolo
corteo, composto da una dozzina di persone, che si avanzava lento reggendo delle
fiaccole.
Giunti all’imbocco della radura si fermarono. Andò loro incontro quello che
aveva preparato la scenografia, s’inchinò cerimonioso al corteo e questi lo
salutarono allo stesso modo, quindi li invitò ad entrare.
Presa dal cerimoniale, Laura, notò solo a questo punto che buona parte, almeno
la metà, dei componenti era incappucciata; uno di essi, poi, teneva al
guinzaglio un caprone come se fosse un cane.
Un grosso punto interrogativo le si formò nella testa. Non riusciva a collegare
quello che vedeva, il cerimoniale, la gestualità, i grembiuli, i simboli
tracciati dalle candele con nessuno dei riti di cui aveva letto.
La cosa migliore era osservare per bene quello che sarebbe successo. Si era
attrezzata per bene allo scopo di poter vedere al buio. La nuova telecamera di
suo padre aveva la possibilità di leggere l’infrarosso e quella, non
sottovalutabile in quell’occasione, di disinserire tutte le spie luminose e
sonore. Ringraziò mentalmente il tecnico giapponese che aveva pensato a tutti i
possibili utilizzi di quell’oggetto.
Punto la telecamera verso il gruppo, inserì la visione infrarossa e regolò lo
zoom in modo da scorgere i lineamenti di quelli senza cappuccio. Pur nel
viraggio al verde riconobbe alcune delle sue amiche che risiedevano lì, anzi,
quelle a viso scoperto erano solo le sue amiche, più o meno coetanee. Dalla
corporatura e dal portamento decise che gli altri erano tutti uomini, tranne in
un caso, forse!
Gli incappucciati si disposero in un largo cerchio intorno al masso mentre le
ragazze rimanevano all’ingresso della radura, disposte anche loro a mo’ di
cerchio intorno ad una che Laura riconobbe come la sua cara amica teoricamente
impegnata a studiare.
Ad un cenno di colui che aveva preparato il tutto, che d’ora in poi chiameremo
il cerimoniere, le ragazze avanzarono compatte verso il macigno e si fermarono a
meno di un metro dal grande piano di pietra. Due di loro disposero sul monolito
un lenzuolo bianco e lo sistemarono con cura, su di esso era ricamata, in rosso,
una rosa di grandi dimensioni.
Altre due presero per mano la sua amica conducendola verso il gradino naturale
che stava ad un lato del masso, la fecero salire e dopo essersi inchinati a lei
slacciarono i legacci sulle spalle della sua tunica.
Mentre l’indumento scivolava in terra lasciava il corpo della ragazza
completamente nudo. Laura sentì un brivido correre lungo la schiena, non era
paura la sua, vedeva chiaramente che l’amica non dimostrava alcun timore. I
capezzoli eretti dall’aria fresca ma anche dall’eccitazione le lasciarono
intuire che ben presto ci sarebbero state delle piccanti novità.
La ragazza venne fatta sedere sul lenzuolo e quindi abbandonata dalle amiche
che, riunitesi alle altre, si ritirarono in disparte.
Il cerimoniere s’avvicinò a lei è parlò, Laura dalla sua posizione, però, non
riusciva a cogliere il senso delle parole. Gesticolò in vari modi, le accarezzò
teneramente il viso, poi le mise una mano sulla spalla indicandole con l’altra
il caprone. Lei si voltò nella direzione indicata ed ebbe un fremito che le
scosse il corpo, gonfiò il petto e ritornò con lo sguardo sull’uomo davanti a
lei.
Laura iniziava ad eccitarsi, la sua amica nuda sulla pietra, i gesti dell’uomo,
le storie che si raccontavano sulle strane abitudini dei valligiani le
procurarono la visione del corpo dell’amica congiunto con l’animale.
Quasi sperava che il suo sogno ad occhi aperti s’avverasse, era l’eccitazione
che sentiva salire dentro di sé la spingeva a questo.
Invece il caprone rimase al suo posto, evidentemente la sua presenza aveva un
altro significato.
Il cerimoniere s’allontanò da lei, lasciandola nuda, seduta in attesa degli
eventi; raggiunse il gruppo delle ragazze e si sistemò in mezzo a loro. Ad un
suo cenno tre degli incappucciati s’avviarono verso la ragazza mentre gli altri
estraevano da sotto la tunica delle grosse torce elettriche. Le accesero puntate
sulla sua amica, la forte ed inaspettata luce saturò la telecamera, accecando,
momentaneamente, l’occhio elettronico di Laura.
Velocemente disinserì la visione notturna riacquistando i colori sul suo piccolo
monitor e continuò a registrare tutto.
Illuminata da ogni direzione dai fasci delle torce la ragazza era al centro
dell’attenzione dei presenti, di chi guardava e di chi iniziava in quel momento
ad accarezzarla. I tre mascherati le appoggiarono le mani sulle gambe, quello al
centro tutte e due sulle ginocchia, mentre i due a lato uno per coscia.
Attesero l’invocazione del cerimoniere, quindi lasciarono che le mani vagassero
sul corpo di lei. Seguirono ogni curva, quella delle cosce, quella dei fianchi,
del seno; s’insinuarono in ogni anfratto, sempre con estrema dolcezza. Lei si
lasciava toccare ad occhi chiusi, assaporava il calore che quelle mani emanavano
e la sua mente si perdeva nel languore. Non protestava, non faceva resistenza,
anzi, dischiudeva poco alla volta le gambe, invitandoli ad esplorare anche
quella parte di lei.
Il ragazzo, perché era chiaramente un ragazzo quello che stava davanti a lei,
fece scorrere le mani sull’interno delle cosce facendo, contemporaneamente,
pressione verso l’esterno. Lei acconsentì alla sua volontà e gli aprì le gambe,
completamente. Sospirò quando sentì il tocco delicato sulla peluria del pube e
ansimò quando un dito si fece spazio tra le labbra.
I due a lato, prendendola per le spalle, la fecero sdraiare. Lei restò
appoggiata ai gomiti per osservare quello che le veniva fatto.
Il ragazzo guido il viso dell’incappucciato alla sua destra verso il pube di
lei. Questo sollevo quel tanto che bastava la stoffa dal viso in modo da
scoprire le labbra, quindi la leccò.
Dalla sua postazione, Laura, vedeva la testa del tipo premuta in mezzo alle
gambe dell’amica e vedeva lei ansimare con un’espressione stupita sul volto.
Probabilmente non era la prima volta che riceveva quel genere d’attenzioni da un
ragazzo ma, evidentemente, quella situazione rendeva la cosa molto più eccitante
e piacevole. Lei guardava verso il basso nel tentativo di vedere la lingua che
le procurava tanto piacere, disturbata dal cappuccio dell’uomo.
Il suo viso, inquadrato nel dettaglio dalla telecamera di Laura, variava
continuamente espressione. I sentimenti o le sensazioni che dimostrava
spaziavano dallo stupore alla curiosità, dal languore al piacere.
Quando lasciò cadere la testa all’indietro, spingendo in alto il pube, l’uomo si
fermò all’istante, allontanandosi da lei, lasciandola ansimare a lungo mentre si
calmava. Era chiaro che lei desiderava ancora sentire quella lingua muoversi
senza tregua nella vagina, l’avevano portata troppo avanti e ora soffriva per
essere giunta ad un soffio dall’orgasmo e poi abbandonata.
Il suo respiro non si era ancora regolarizzato quando il primo dei tre si portò,
nuovamente, nel mezzo delle sue gambe. Lei lo guardò lanciandogli una silenziosa
supplica che lui accolse, le appoggiò la mano aperta sul ventre, poi ruotandola
la appoggiò sulla vagina muovendola piano. La aprì, distanziando le dita; con
l’indice e l’anulare ne dilatò le labbra e infilò il medio al suo interno.
Lei ebbe un nuovo impulso di piacere, spalancò la bocca lasciando uscire un
gemito e intanto tentava d’intuire dagli occhi dell’uomo cosa provasse lui in
quel momento. S’illuse di vedere l’eccitazione in quegli occhi verdi, l’univa
parte che scorgeva del suo viso; in realtà, lui stava analizzando il suo livello
d’eccitazione. Con il dito tentava di capire quanto fosse dilatata e bagnata.
Soddisfatto da quanto aveva scoperto si voltò verso il cerimoniere lanciandogli
un cenno affermativo e ricevendone un altro simile da lui.
Seguì un attimo di pausa in cui tutti rimasero in perfetto silenzio, a Laura
sembravano indecisi sul da farsi. In realtà stavano aspettando che il tipo
davanti alle gambe aperte della ragazza, con un cenno, indicasse agli altri due
d’aiutarlo a sfilare la sua tunica. Rimase nudo come lei, tranne che per il
cappuccio che continuava a nascondergli il viso. Presentava, inoltre, la
stupenda erezione di un membro di ottime dimensioni, a quel punto Laura capì il
significato della pausa. Tutti i presenti aspettavano che quel pene si sentisse
pronto per il prossimo passo.
Lentamente l’uomo s’avvicinò alla ragazza, le accarezzo il ventre e il bacino,
poi delicatamente iniziò ad aprirle per bene le labbra della vagina.
Lei aveva un’espressione indefinibile, guardava in basso verso il pube, spostava
lo sguardo da esso al pene dell’uomo. Era molto concentrata, si mordicchiava il
labbro inferiore respirando veloce. Assistette con gli occhi dilatati
dall’eccitazione alla sua penetrazione.
L’uomo puntò il pene correttamente, quindi spinse con dolcezza, senza sforzare.
Entrò un po’ in lei poi all’improvviso spinse con più forza, strappandole un
grido di piacere o di dolore.
Laura non capiva cosa significasse quel suono, vedeva il viso della sua amica
trasformato dal piacere ma l’urlo non corrispondeva alla sua espressione.
L’uomo uscì da lei seguito da poche gocce di sangue.
Laura capì e si stupì. Era un urlo liberatorio. Quello che non capiva è come
fosse possibile che lei a ventidue anni fosse ancora vergine?
Due ragazze si precipitarono ad asciugarle le poche tracce ematiche, nettando
con evidente piacere anche il pene dell’uomo.
A quel punto lui indossò un profilattico e si ripropose a lei che, questa volta
lo stava aspettando ansiosa. La penetrò nuovamente, con più decisione adesso, e
iniziò a muoversi dentro il suo corpo.
Con le mani l’accarezzava, le stimolava il clitoride, giocava con i capezzoli e
intanto la sbatteva.
Lei sentì una forte sensazione, molto piacevole, nascere dentro il ventre. La
inseguì come le avevano spiegato negli incontri propedeutici il rito. Aveva
caldo nonostante la pietra sotto di lei fosse gelata. Lasciava che il suo
sguardo vagasse da gli occhi al bacino dell’uomo che aveva dentro, la vista di
quel pene meraviglioso, forse perché il primo, che si muoveva dentro di lei
l’eccitava più della consapevolezza di quello che stava facendo.
Impiegò un po’ a venire ma lui la seguì sino in fondo, aiutandola come poteva
con le giuste spinte e con le mani. Lei lasciò uscire dalla sua bocca un altro
urlo, questa volta di piacere, poi cadde giù dai gomiti sdraiandosi
completamente. Ascoltò il piacere invaderle il corpo con delle ondate, abilmente
incrementato dalle regolari spinte di lui. Non riusciva a credere che fosse sua
la voce che sentiva ansimare e gemere, si vergognò di quei suoni emessi di
fronte a tanta gente e tentò di limitarli. Lui, l’incoraggiò a lasciarsi andare
completamente, fu l’unica volta che sentì la sua voce.
Il piacere stava scemando lasciandola sfinita quando sentì l’uomo irrigidirsi e
spingere forte contro il suo pube, all’improvviso lo sentì pulsare dentro di sé
e capì che era venuto anche lui. Completamente esausta rilassò tutti i muscoli
abbandonandosi al languore che sentiva invadere il suo corpo. Chiuse gli occhi,
rivivendo con piacere i dettagli di quella serata. Percepì tra le palpebre il
calo di luce, le torce venivano spente e sentì una coperta che le veniva
sistemata addosso, immediatamente seguita da molte mani impegnate ad
accarezzarla.
Laura vide a quel punto tutti gli incappucciati impegnati a coccolare la sua
amica mentre le ragazze preparavano la sua nuova tunica. Il nuovo indumento, a
differenza dell’altro, portava una piccola rosa rossa ricamata all’altezza del
seno sinistro.
Con calma la rivestirono, dalle loro espressioni e dai loro movimenti si capiva
che si felicitavano con lei, quindi si avviarono verso il paese seguite a
distanza dagli uomini mascherati.
Laura abbandonò la sua postazione, prestando molta attenzione a non fare rumore.
Da quel sentiero poteva raggiungere la piazza della chiesa più velocemente del
gruppo sotto di lei, conoscendolo bene s’avviò verso casa con passo deciso.
Nessuno la scorse e la sua presenza sul luogo del rito rimase segreta.
Non riusciva a prendere sonno quella notte, con la mente impegnata a dipanare la
matassa dei dubbi che le erano venuti, Laura rimpiangeva di non avere la
possibilità di rivedere sul televisore il filmato che aveva ripreso. Senza
dubbio le era sfuggito qualcosa a causa dell’eccitazione del momento, credeva
che il rivedere quelle scene le avrebbe concesso di capirci qualche cosa di più.
Tentava invano di collegare il rito a cui aveva assistito a qualcosa di noto, ma
non trovava niente. Troppe cose non quadravano: le ragazze a viso scoperto, gli
uomini al contrario mascherati tranne il cerimoniere, il caprone che stava lì a
non far niente, almeno all’apparenza, l’assenza di simboli o segni di chiaro
significato come anche l’assenza di un cerimoniale elaborato, l’assenza di
cariche gerarchiche tranne quella già citata … c’erano troppe incongruenze.
Sembrava che qualcuno si fosse inventato quel rito, perché di un rito si
trattava, leggendo qua e là di altri riti accertati per poi miscelare tra loro
le scarse nozioni apprese, creando un cerimoniale approssimativo per sverginare
davanti alla comunità delle coetanee una giovane.
Laura si chiedeva se era necessaria tutta quella messa in scena per una semplice
deflorazione, lei stessa aveva rinunciato alla sua verginità, pochi mesi prima,
senza tante cerimonie nella camera del suo ragazzo, senza, per questo, sentirsi
sminuita dalla scarsa pubblicità che quella novità aveva avuto tra gli amici.
Le mancavano i suoi libri, su di loro e con loro poteva confrontare le sue idee.
Effettivamente c’erano dei simboli ben precisi in quel rituale, la scarsa se non
addirittura nulla pomposità era probabilmente dovuta all’anzianità del rito
stesso.
Il caprone impersonava, chiaramente, il maligno, satana! Era chiaro!
Legato ad un palo, nel nostro caso un tronco, nell’impossibilità d’agire e
controllato a vista da un guardiano rappresentava la sua sconfitta. Da sempre la
sessualità femminile è stata legata indissolubilmente al peccato originale. Il
demonio tentatore agisce nelle grazie di una donna avvenente.
Bloccandolo in quel modo i celebranti lo allontanavano dal primo rapporto
sessuale di una giovane donna. Lui doveva assistere alla sua sconfitta in modo
da ricordarsi di non tentare più gli uomini sfruttando il corpo dell’iniziata.
Questa era una spiegazione più che plausibile sulla presenza dell’animale.
La rosa ricamata sul lenzuolo steso sul masso e sulla nuova tunica della
deflorata portava alla mente di Laura alcuni ricordi e, improvvisamente, fu la
luce.
-
Certo! La rosa: simbolo di grazia e bellezza, soavità, perfezione e
purificazione. La mitologia la vede nata dal sangue di Adone e di Venere.
Lucrezio rappresento in questo modo l’amore che genera e riproduce la vita. La
rosa ad otto petali, e quella ricamata ne aveva proprio otto, è il simbolo della
rigenerazione Alchemica, della Pietra Filosofale, del Principio Primo. – pensò
ad alta voce lei.
Il nesso con il rito a cui aveva assistito era chiaro. La giovane che passa dal
suo precedente stato inerte al nuovo stato di donna, potenzialmente fertile, in
grado di riprodurre la vita. Il passaggio all’età rigenerativa!
Le ragazze a viso scoperto mentre i ragazzi mascherati le facevano pensare alla
certezza della maternità e all’incertezza della paternità. Alla nuova donna non
era necessaria la “conoscenza” del suo uomo per riprodurre la vita, bastava il
suo seme. Il chiaro significato del rifiuto della cultura maschile, con i suoi
riti violenti, con l’ottusa volontà di dominare una natura più forte, s’espanse
nella sua mente, illuminandola ulteriormente sul significato rituale delle
maschere.
Erano in tre ad accarezzare la sua amica stesa sulla pietra, infatti, la
sessualità femminile, capace di orgasmi plurimi e ravvicinati, è più forte di
quella maschile. Alla nuova donna si voleva comunicare questo!
Le luci accese su di lei la ponevano al centro dell’attenzione del gruppo,
quello era il suo ruolo nella famiglia e nella società.
Tutto combaciava alla perfezione nella mente di Laura, finalmente aveva trovato
una spiegazione al rito di quella notte. Felice di quello che aveva dedotto
grazie alle sue conoscenze dell’occulto e delle società segrete, s’addormento
mentre immaginava le sue mosse per il giorno seguente.
-
Ma il cerimoniere, l’unico uomo non mascherato, cosa sta a significare? –
questo fu il primo pensiero di Laura al mattino.
Appena sveglia, dopo una rapida colazione, uscì da casa dicendo a sua madre che
non vedeva l’ora di fare un giro in paese. Lei la guardò uscire, felice che sua
figlia avesse accettato di buon grado di passare le vacanze in famiglia. In
realtà Laura voleva incontrare la sua amica, protagonista della nottata
precedente, per vedere la sua espressione appena sveglia. Credeva di coglierla
in fallo e di costringerla a confessare tutto, ma si sbagliava. Lei era
assolutamente normale, le aprì la porta di casa facendola accomodare. Parlarono
di tutto e di niente, di nuovo c’era solo la sua disponibilità chiacchierare con
lei. Non riuscì a spostare il discorso sulla sera precedente, lei era rimasta in
casa con un principio di raffreddore, ora debellato, a studiare. Così, almeno,
affermava.
Delusa e un po’ stizzita da tutti quei segreti celati da mezze bugie, Laura, si
diresse verso il bosco meditando.
Pensava che di certo avrebbero ripetuto il rito, forse quella sera stessa. Le
ragazze con la tunica bianca, quindi vergini, erano ancora tante e la Luna
sarebbe stata ancora bella tonda per qualche notte.
Studiò meglio l’orografia, esplorò con cura i dintorni del luogo adibito a
tempio rituale e trovò una postazione migliore per assistere in segreto.
Nel pomeriggio tentò invano d’organizzare una serata simpatica con le amiche. A
fronte delle sequenza, ormai nota, di scuse intuì che quella notte la cerimonia
si sarebbe ripetuta.
S’apposto in anticipo e assistette alla replica del rituale che orami conosceva,
cambiava solo la protagonista, un’altra ragazza del luogo anche lei di ventuno,
ventidue anni. Per sicurezza riprese tutto con la telecamera, era riuscita a
procurarsi altre cassette vergini in modo da non insospettire i suoi con la loro
scomparsa.
Il nuovo punto d’osservazione le consentì di vedere meglio e in dettaglio quello
che avveniva, quella scena di sesso con quell’accoppiamento all’apparenza
puramente meccanico, senza alcun coinvolgimento sentimentale tra i due
protagonisti, la eccitarono molto di più della sera precedente.
Attese che tutti fossero andati via prima d’uscire dal suo nascondiglio, provava
ancora quella forte sensazione di pressione alla bocca dello stomaco, ripensava
a quello che aveva visto, al suo ragazzo e a come aveva fatto l’amore con lui
quell’unica volta che le si era concessa. Senza rendersene conto si stava
avvicinando al grande masso al centro della radura. Lo raggiunse e vi salì sopra
nel posto prima occupato dalla ragazza. S’immaginò lì durante il rito, proiettò
l’immagine di molti dei suoi amici nel perimetro del bosco, ricreò con la mente
la sua iniziazione.
Era molto eccitata, pensava al suo ragazzo incappucciato ma nudo davanti a lei,
mentre tutti gli altri stavano a guardare. Lasciò scivolare una mano sopra il
pube, anche attraverso la spessa stoffa dei jeans ne percepì il calore.
Una folle idea stava prendendo forma nella sua mente: voleva godere in quel
posto anche lei. Si slacciò i pantaloni e tentò di darsi il piacere che cercava.
Erano troppo stretti, s’alzò in piedi e li sfilò, tolse anche gli slip quindi si
sdraiò sulla pietra.
Finalmente libera da ogni impedimento riuscì a raggiungere il suo clitoride, si
tocco come tanti anni di esperienza le avevano insegnato a fare. Raggiunse
subito le più alte vette raggiungibili con l’autoerotismo.
Era incredibile quanto stava godendo sdraiata su di una pietra in mezzo ad un
bosco in piena notte. Laura pensava che fosse la magia intrinseca di quel posto
particolare ad incrementare in quel modo il suo piacere, ne era convinta anche
nell’attimo che sentì l’irresistibile desiderio di avere qualcosa di solido
dentro la vagina. Non le bastava più il suo piccolo dito, nemmeno due riuscivano
a soddisfarla.
Sdraiata sulla schiena, con le gambe aperte, ansimava di piacere ma
insoddisfatta. Una parte del suo cervello le diceva di lasciarsi andare e venire
in quel modo accontentandosi mentre l’altra cercava una soluzione. Vinse la
seconda quando focalizzo nella torcia elettrica la soluzione. Il corpo
d’alluminio contenente tre pile formato torcia, le più grandi, era delle giuste
dimensioni se non per il fatto che il fondo piatto non ne facilitava l’ingresso
e poi c’era il pericolo d’infettarsi con quel fallo metallico non
preventivamente sterilizzato.
Laura vinse tutti questi dubbi e appoggiò il manico della torcia alla vulva.
Dilatava le labbra mentre cercava il suo buchino. Trovatolo tentò di spingersela
dentro ma la sua vagina non abituata a quelle dimensioni si rifiutava di
penderla. Il solo tentativo accompagnato dall’instancabile gioco sul clitoride
la fece venire.
Urlò quasi dalla sorpresa per l’intensità del piacere che sentiva nascere la in
fondo al suo corpo. Restò ferma a godersi le ondate di piacere immaginando gli
sguardi eccitati dei virtuali spettatori.
Con calma si rivestì attenta a non perdere nessuna delle stupende sensazioni che
quell’orgasmo in mezzo ai profumi del bosco le aveva lasciato.
Se la sua presenza quella sera restò ancora segreta, nonostante il piacere
abusivo che si era data su quella pietra, la sicurezza di riuscire a replicare
all’infinito, se necessario, le sue incursioni nei segreti del piccolo paese le
fecero commettere alcuni errori la sera seguente.
Infatti, qualcuna la vide rientrare in casa a notte fonda. Non ci volle molto
alle sue amiche per capire cosa avesse fatto fuori di notte e da sola. Si erano
già accorte delle sue domande mirate a coglierle in fallo, avevano notato che
ormai non si stupiva più se le dicevano di avere degli impegni per la serata e
si erano domandate cosa significassero i suoi sorrisi enigmatici.
Certe che lei avesse assistito al rito nascosta da qualche parte dovevano
trovare il modo per costringerla al silenzio. Non potevano rischiare che il loro
segreto, che il segreto di tutto il paese, venisse divulgato. Erano veramente
pronte a tutto, però dovevano agire all’insaputa dei ragazzi, non potevano
fidarsi delle loro reazioni.
Tennero consiglio e incaricarono quella di loro più vicina a Laura d’indagare su
quello che sapeva, quindi agire di conseguenza, a sua discrezione. Fredda e
determinata lei accettò.
Con una scusa di mostrarle una cucciolata di volpi invitò Laura a seguirla nel
bosco, ma in quel periodo le volpi non figliavano!
Camminarono a lungo, allontanandosi dal paese, parlando del più e del meno.
Quando raggiunsero la sommità del canalone dove il torrente, scavando la roccia,
aveva generato un piccolo canyon, la ragazza s’accomodò su di una pietra facendo
cenno a Laura di sedersi di fronte a lei, voltando in questo modo le spalle al
precipizio.
-
Non siamo venute sino qui per caso. Lo immaginavi vero? – attacco d’un
tratto la giovane.
-
Si. Mi stavo chiedendo quando ti saresti decisa ad affrontare l’argomento
che ti sta a cuore! – rincalzò Laura.
-
Non è facile. Quello che devo dirti va a toccare la sfera più intima di
molte di noi ….
-
Non mi è sembrata tanto intima! – disse Laura.
-
Cosa intendi dire? – le domandò l’amica.
-
Lo sai. Ho avuto modo di assistere al vostro rito. Tutte le vostre scuse
per non uscire la sera mi avevano insospettito. O vi ero improvvisamente
diventata antipatica o volevate nascondermi qualcosa!
-
Quale rito? – domandò, stupita, l’amica.
-
Non fare la finta tonta! Quello che avete officiato nel bosco, di notte,
su quel masso erratico vicino a questo torrente, più a valle. – sostenne sicura
Laura.
-
Rito? Se vuoi puoi anche vederlo in questo modo!
Tu sei una nostra amica, ma non sapevamo come
coinvolgerti nei nostri segreti. Vedi, non sapevamo come tu, una ragazza che
viene da fuori, avresti reagito se fossi venuta a conoscenza del modo in cui
rinunciavamo alla nostra verginità.
Ci siamo poste il problema, poi abbiamo pensato
di lasciarti fuori, senza malizia, non sapendo cosa fare con te. – la ragazza
parlava senza riuscire a guardare negli occhi Laura – Ma tu hai scoperto il
nostro segreto ed ora siamo in pericolo. Se la cosa si viene a sapere la
pubblicità che ne deriverebbe potrebbe danneggiarci.
Vedo solo una soluzione: vuoi venire con noi
questa notte e prendere posto sulla pietra?
-
….Sulla pietra? – le fece eco Laura, stupita da quella richiesta era
rimasta senza parole.
-
Si. Riceverai le stesse attenzioni di tutte noi. In questo modo sarai una
di noi a tutti gli effetti.
D'altronde sono anni che passi le vacanze estive
qui da noi e tua madre è nata tra queste montagne. – spiegò la ragazza.
-
Ma io … non sono più vergine! – si scusò Laura.
-
Questo non lo sapevo! Complimenti … spero che sia stato piacevole come
per me.
Non importa, puoi passare al secondo grado
direttamente … se ne hai piacere!
-
Secondo grado?
Cosa vuol dire?
E quanti gradi ci sono?
E ….- Laura aveva un’infinità di domande in
mente ma fu interrotta dall’amica.
-
Calma, calma! Il primo grado è la perdita della verginità, la
deflorazione.
Il secondo scalino è l’imparare a trarre
l’estremo piacere da questo.
-
Supponiamo che il secondo lo abbia già raggiunto … il terzo?
-
Lo scoprirai questa notte se vuoi e se realmente sei già al secondo! –
concluse lei enigmatica.
Laura non riuscì più a strappare niente dalla bocca dell’amica, se voleva
conoscere il segreto del terzo scalino doveva sottoporsi al rito. Aveva bluffato
sul secondo. Non sapeva se era in grado di trarre il giusto piacere dalla
penetrazione. Nonostante la sua veneranda età aveva avuto solo un rapporto
completo con il suo ragazzo, l’unico della sua vita. Quell’unica volta in cui
gli aveva dato tutto di sé non era riuscita a raggiungere l’orgasmo con la
penetrazione. Ci aveva pensato dopo lui con la sua lingua abilissima a darle il
piacere tanto agognato. Però era curiosa, voleva sapere, conoscere il terzo
livello.
Proseguirono la loro passeggiata raggiungendo il paese da un altro sentiero,
prima di lasciarsi combinarono l’appuntamento per quella sera.
Laura non riusciva a pensare ad altro, si preparò con cura prima di cena,
attenta a non lasciar intendere niente ai suoi. Mangiò pochissimo e in fretta,
prima d’uscire terminò di truccarsi e profumarsi come aveva preventivato,
evidenziando le labbra e il taglio degli occhi.
Incontrò l’amica nei pressi della piazza e la seguì sul sentiero che conduceva
al vecchio mulino. Il sole appena sceso oltre le vette delle montagne tingeva
tutto di luce rossastra, creando un’atmosfera irreale agli occhi di Laura.
Raggiunta l’anziana costruzione, oramai abbandonata, la sua guida aprì la porta
e l’invitò all’interno.
Era incredibile la differenza tra l’esterno, quasi diroccato, e l’interno
rimesso a nuovo. Una grande stanza era dipinta di fresco ed arredata, se così si
può dire, con divani, poltrone, tavolini, piccoli mobili recuperati chissà dove.
-
E il nostro piccolo rifugio, il nostro covo! – l’informò l’amica – Vedi?
Là c’è una stufa e là una cucina economica a legna … riusciamo a sfruttarla
anche in inverno!
-
E cosa ci fate qui dentro? – domandò maliziosa Laura.
-
Esattamente quello che stai pensando! – fu la risposta altrettanto
maliziosa di lei – Ci facciamo delle cene, delle feste, abbiamo un generatore di
corrente, e ci divertiamo nei modi e nelle forme che la natura ci mette a
disposizione.
Adesso ci dobbiamo cambiare … spogliati!
Laura obbedì all’amica, ripiegò con cura i suoi indumenti su di un divano e
indossò la tunica che le veniva offerta dall’amica. Notò, che a differenza di
quella indossata da lei, questa aveva una figura lunare ricamata in argento.
Si soffermò a lungo su quella figura.
La Luna. Simbolo femminile, legata dal suo ciclo simile come durata a quello
della donna in età riproduttiva, compagna e nemica allo stesso tempo del Sole.
Da lui ricava la sua luce ma da lui si nasconde periodicamente per poi rinascere
rinnovata. Il parallelo con la natura femminile e maschile, riflessa nella Luna
e nel Sole, era emblematico di una profonda conoscenza dei rapporti fra i due
sessi.
Ricordo quello che aveva letto sulla ristampa di un testo medioevale di magia
teorica: la forma della Luna è l’immagine di una donna eretta su due tori, dei
quali la testa del primo è congiunta con la coda del secondo.
Bene, i due tori rappresentavano, in questo caso, due uomini. Il significato
occulto di quel ricamo le procurò un brivido lungo la schiena. Si domandava se
veramente il terzo scalino della via iniziatica fosse il rapporto con due
maschi.
In ogni caso se era così, era pronta. Sicura di sé indossò la tunica sopra la
pelle.
Poco alla volta arrivarono le altre ragazze, tutte si complimentavano con lei
per essere diventata una di loro. Alcune guardavano con invidia il suo grado
espresso dal ricamo, altre le chiedevano conforto per la loro iniziazione
prevista in quei giorni. Tutte la guardavano in modo diverso ora che denunciava
di essere ad uno o due passi avanti a loro nella scala iniziatica.
Questo, almeno era quello che credeva Laura!
Unite s’avviarono nel bosco, dirette verso la radura, ad un certo punto
trovarono i ragazzi ad aspettarle. Era già buio, ma Laura noto che al loro
arrivo chi ne era ancora sprovvisto indossò rapidamente il cappuccio. Non riuscì
a riconoscere nessuno di loro.
Insieme e scortate dai maschi raggiunsero il tempio nella foresta. Lì si ripeté
il solito rito degli uomini che prendevano posizione sotto l’occhio benevolo del
cerimoniere.
Le sue amiche la condussero verso il masso camminando lentamente. Le emozioni
che provava in quel momento non erano facilmente descrivibili: eccitazione,
paura, curiosità, desiderio sessuale e desiderio sensuale. Tutti i suoi sensi
erano acuiti dalla situazione, l’odorato percepiva i profumi del bosco mischiati
con il dopobarba di qualche maschio o il profumo di qualche amica. I suoni
giungevano alle sue orecchie amplificati e netti, puliti da ogni disturbo,
riconosceva il rumore dei suoi passi sull’erba da quelli delle sue amiche, il
lieve tossicchiare per schiarirsi la gola del cerimoniere, il respiro veloce ed
eccitato di uno degli incappucciati. Sentiva l’aria scorrere sul viso e tra i
capelli.
Si chiedeva se l’avvicinamento a quell’altare di pietra fosse paragonabile a
quello verso l’altare matrimoniale, se l’emozioni che ora provava fossero simili
a quelle di quel fatidico giorno in cui si sarebbe legata per sempre ad un uomo.
Quando furono a pochi passi dall’uomo a viso scoperto si fermarono in attesa.
Lui s’avvicinò a lei, la guardo e le sorrise benevolo e incoraggiante. Le
ricordò brevemente perché era lì, senza scendere nei dettagli, e le chiese
conferma della sua libera disponibilità. Quest’ultima domanda le venne
riproposta per tre volte. Rassicurato dalla sua risposta affermativa fece tre
passi indietro e indicò alle ragazze il masso.
Quando Laura si girò per raggiungere il suo posto noto che la tovaglia era già
stata stesa. Vide che era diversa da quelle che già conosceva, sopra di essa
erano ricamati o dipinti due tori rampanti, che a lei ricordavano il simbolo di
Torino raddoppiato.
La sua amica più intima ed un'altra ragazza la condussero sullo scalino davanti
al monolito, le sciolsero la tunica accompagnandola dolcemente ai suoi piedi.
Nuda venne invitata a girare su se stessa in modo da lasciarsi guardare per bene
da tutti i ragazzi intorno a lei.
Il cerimoniere ordinò qualcosa con un secco battito di mani, immediatamente
quattro ragazzi fecero un passo avanti. Laura vide l’uomo sorridere e quindi
avviarsi per un giro della radura. Ispezionò con cura i quattro poi ne scelse
due, gli altri rientrarono mesti al loro posto.
Lei venne fatta sedere sulla pietra e, a differenza delle altre volte le venne
offerta una benda di seta.
-
Servirà ad incrementare il tuo piacere grazie alla fantasia, se vuoi! –
disse la sua amica.
-
Grazie ma voglio vedere il corpo dell’uomo che mi prederà! – rispose lei.
-
Degli uomini! – la corresse.
Laura, che si aspettava proprio quello a causa degli indizi che aveva scorto,
non si stupì più di tanto. Nel suo intimo sperava che la sua fantasia
s’avverasse, non riusciva a credere d’essere riuscita a realizzarla così in
fretta. Quando aveva provato il pene del suo ragazzo aveva desiderato che non
s’afflosciasse subito dopo l’orgasmo, allora aveva creduto che l’unica soluzione
fosse di avere due o più uomini a disposizione. Quella fantasia, supportata
dalle immagini che aveva trovato in rete, durante le sue saltuarie visite a
qualche sito erotico, l’accompagnava nei suoi incontri solitari con il piacere.
Le due ragazze l’abbandonarono a se stessa e alle attenzioni dei due prescelti.
I due ragazzi quando furono innanzi a lei lasciarono cadere le loro tuniche,
anche loro erano nudi.
Laura si soffermò nello studio accurato di quei giovani corpi maschili che le
venivano offerti, capì dai loro sguardi che anche il suo corpo era sottoposto ad
un esame accurato dai due, allora contrasse gli addominali in modo da non
rischiare antiestetiche pieghe della pelle sulla pancia ed inspirò a fondo in
modo da gonfiare bene il petto, spingendo in avanti il seno.
Lo sguardo fisso sul suo seno di uno dei due le provocò un’immediata erezione
dei capezzoli, li sentì crescere e inturgidirsi